Calciopoli, appello Giraudo alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo

L'ex dirigente della Juventus ha denunciato alcune violazioni riscontrate nel corso dei processi che hanno portato alla sua condanna e alla sua sospensione a vita.

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Non conosce fine la battaglia legale di Antonio Giraudo, ex amministratore delegato della Juventus dal 1994 al 2006. Sospeso a vita nell'ambito del processo Calciopoli, l'ex dirigente bianconero ha presentato ricorso alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (meglio nota come CEDU) per tutelare la sua persona all'interno dell'azione legale nei suoi confronti. A darne notizia è l'agenzia di stampa Lapresse.

La pena comminata a Giraudo coincideva con la "preclusione alla permanenza in qualsiasi rango o categoria della Figc". A ottobre 2019 anche la Cassazione, dopo il Tar e il Consiglio di Stato, aveva bocciato il ricorso dell’ex ad della Juventus contro la sanzione, inflitta dalla Corte di Giustizia federale e poi confermata dall’Alta Corte di Giustizia sportiva del Coni nel 2012. 

Componente della triade di dirigenti bianconeri fino al 2006 (completata da Luciano Moggi, radiato a vita, e Roberto Bettega, non toccato dalle sentenze di Calciopoli), Giraudo si è appellato alla CEDU, solitamente chiamata a risolvere questioni giuridiche riguardanti l'essenza dello Stato di diritto, perché secondo i legali del manager, Jean-Louis Dupont e Amedeo Rosboch, l'Italia avrebbe violato un articolo della Convenzione che tutela diritti dell'uomo e le sue libertà su scala continentale. Precisamente l'articolo 6.

Antonio Giraudo con Luciano Moggi e Fabio Capello ai tempi della Juve
Antonio Giraudo con Moggi e Capello ai tempi della Juventus

Calciopoli, l'appello di Giraudo: cosa dice l'articolo 6 della Convenzione

L'articolo 6 della Convenzione garantisce l'accesso a un tribunale precostituito per legge e il diritto ad un giusto processo. Secondo la difesa di Giraudo, l'Italia avrebbe consentito alle federazioni sportive la creazione di "giurisdizioni disciplinari non precostituite per legge", il che ha ridotto notevolmente i tempi a disposizione degli avvocati per predisporre le difese: per l'esattezza, sette giorni. Un tempo che Dupont e Rosboch reputano assolutamente insufficiente per leggere un fascicolo di oltre 7000 pagine come quello prodotto.

La presunta violazione dell'articolo 6 della Convenzione non è però l'unico punto su cui battono gli avvocati difensori del manager. Secondo i due legali, infatti, le giurisdizioni disciplinari sono state sottoposte alla stessa autorità, per l'esattezza il presidente della FIGC, alla quale doveva far capo la Procura, organo che ha di fatto sostenuto l'accusa. Posizioni che vanno al vaglio della CEDU, che ora dovrà anche stabilire l'eventuale violazione della "durata ragionevole" del processo, durato più di 13 anni davanti alle autorità italiane. Il terzo punto all'ordine è regolamentare. La giurisprudenza della CEDU stabilisce che il cittadino debba sempre poter ricorrere ad un giudice che abbia potere di "piena giurisdizione", mentre la legge n. 280/2003 - che prevede che le giurisdizioni dello Stato possono annullare le decisioni delle giurisdizioni disciplinari sportive - potrebbe costituire una violazione dell'articolo 6 della Convenzione. La palla ora passa alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

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