NBA: nuovi giocatori contagiati e le misure di Silver per ripartire

Sixers, Nets, Lakers e Thunder hanno già fatto I tamponi, nelle prime tre ci sono diversi casi e ora bisogna sapere come muoversi.

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L’NBA ha aperto la strada della sospensione nelle attività sportive americane e l’ “influenza” dapprima identificata dal presidente Trump è diventata emergenza pura anche negli States, che si sono fiondati in scene di isteria popolare ai supermercati e nei negozi per prendere viveri e non solo. A Los Angeles, ad esempio, l’articolo più gettonato è la carta igienica che ormai da giorni è letteralmente introvabile. Ci sono le code anche alle armerie, ma questo è un altro discorso che non è il caso di approfondire.

Ciò che ci tocca da appassionati è la situazione della lega in merito alla diffusione del virus e come sia le squadre che le associazioni si stiano muovendo per far fronte all’emergenza. Donovan Mitchell ha mandato un video messaggio nei giorni scorsi rassicurando tutti sulle sue condizioni di salute, non tralasciando un po' di risentimento:

All’inizio ero piuttosto arrabbiato con Rudy (Gobert ndr.) poi mi è passata e ora voglio rassicurare tutti che sto bene e ogni giorno è sempre un passo avanti. Grazie per i messaggi e gli incoraggiamenti ricevuti, ora dobbiamo tutti preservare la nostra salute e seguire le direttive.

I professionisti ora sono a casa con enormi disponibilità di tempo e s’inventano svariate attività che ogni tanto condividono sui social anche per allietare i propri tifosi, mentre le franchigie stanno muovendosi per monitorare e controllare i propri giocatori. Infatti diverse società hanno già cominciato a fare i tamponi e roster e staff con ovviamente i primi risultati.

NBA: i casi crescono

Sta imperversando da qualche giorno una polemica sociale che coinvolge l’NBA, rea nelle figure delle rispettive franchigie, di utilizzare i tamponi preventivi per i giocatori anche quando sono asintomatici. Il significato è che questi tamponi sarebbero tolto alle persone che avrebbero veramente bisogno, vista la non eccessiva disponibilità degli stessi. Però una franchigia NBA ha tutto l’interesse, essendo a contatto (diretto o trasversale) con tantissima gente, di tutelare i propri giocatori ed essere utile anche a chi potrebbe essere venuto in contatto con loro (foto, autografi, contatti di ogni genere). A tal proposito sono stati fatti per primi i tamponi alle squadre che avevano incontrato i Jazz negli ultimi 14 giorni.

Di questi la quasi totalità è risultata negativa e l’unico positivo al COVID-19 degli analizzati è stato Christian Woods dei Pistons. A cascata ci hanno poi pensato altre franchigie tra cui gli Oklahoma City Thunder che avrebbero dovuto giocare contro i Jazz prima della sospensione. Il risultato è stato negativo per tutti i componenti del roster e dello staff. Diversa sorte è toccata ai Nets, che hanno avuto quattro casi, tra cui Kevin Durant che ci ha tenuto a farlo sapere tramite Shams Charania e The Athlethic dando un buon esempio e garantendo alle persone che hanno avuto contatti con lui di agire di conseguenza.

Gli altri tamponi e le idee di Silver

Oltre ai Nets, anche i Sixers e i Lakers hanno provveduto all’utilizzo dei tamponi e da entrambe le squadre sono risultati in tutto cinque casi positivi. Come per gli altri contagiati dei Nets non sono ancora stati resi noti i nomi e probabilmente si rispetterà la volontà del singolo nel non divulgare le identità. Di certo la curiosità non aiuta a risolvere il problema, ma è comprensibile ogni tipo di scelta in questo momento. Dall’altra parte c’è chi deve tirare i fili come Adam Silver che chiaramente ha l’obbligo di tenere in conto tanti aspetti, ma si può dire che il commissioner si stia muovendo alla perfezione sia dal punto di vista gestionale che comunicativo.

In un’intervista a ESPN ha detto che l’obiettivo è chiaramente quello di riprendere a giocare e farlo sia per il movimento in sé, ma anche per fornire alle persone modo per occupare il tempo della quarantena in modo positivo. Vorrebbe che tutto tornasse alla normalità avendo le persone al palazzetto, ma anche a porte chiuse sarebbe comunque un buon palliativo per l’umore delle persone confinate a casa. Oltre a questo, però, si rimette pienamente alle autorità sanitarie per avere o meno il via libera manifestando sì l’importanza del business, ma anche la condotta etica da seguire. C’è in ballo anche un’idea di fare una partita di beneficenza tra giocatori comprovatamente sani, che possano raccogliere una somma da devolvere in beneficienza alle strutture sanitarie. Tante idee, ma vedremo cosa e quando saranno applicabili.

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