Il coronavirus ferma l'NBA: da Gobert a Cuban tra cause ed effetti

L'NBA si ferma per almeno trenta giorni dopo il primo contagio di Rudy Gobert. Cuban propone una soluzione e Silver gestisce la situazione.

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Nessuno è immune. Siamo tutti sulla stessa barca. Questi due messaggi dovevano essere chiari sin da subito quando il coronavirus ha preso piede in Italia, ma l'NBA ha atteso che ci fosse il primo caso certificato per chiudere tutto a data da destinarsi. Come per l'Italia in pochi giorni tutto è cambiato, dalla percezione della paura alla reale immanenza di un virus che non risparmia nessuno, nemmeno i miliardi della Lega.

Parlando con persone che vivono negli Stati Uniti, in gran parte italiani, il pensiero comune è stata la sottovalutazione, come se gli States potessero essere immuni. Ma chi ha parenti in Italia e vigila sulla situazione europea non poteva farlo. Anche lo sport, nel momento in cui ha visto il rutilare di provvedimenti attuati in Europa (tralasciando l'incoscienza della Uefa), doveva porsi dei dubbi. Quindi può esserci comunque qualcosa di buono da questa situazione?

Sicuramente la cosa migliore fatta è la decisione repentina e insindacabile di sospendere l'NBA appena appreso il primo caso tra i giocatori. Probabilmente l'accordo era già chiaro tra le parti in maniera preventiva, ma il chiudere tutto nel giro di poche ore è stata una mossa di notevole intelligenza. Per incredibile che possa sembrare, Silver ha chiuso i battenti prima di Euroleague che combatteva con la situazione da settimane pur non avendo (forse ancora dichiarato) il primo caso tra gli atleti, casualmente fuori uscito poco dopo in Trey Thompkins.

NBA: l'incoscienza di Gobert

Dare un faccia e un nome al primo contagiato è solo voler identificare qualcosa con qualcuno. Il caso zero nella NBA è stato Rudy Gobert, che ha così innescato la chiusura e anche l'annullamento del match coi Thunder, oltre allo svuotamento della Chesapeake Arena già gremita per il match. L'aggravante pesante per il centro francese è l'aver toccato volontariamente e forse scherzosamente tutti i microfoni dei media durante una conferenza stampa, come a stigmatizzare la presenza del virus.

Una bravata d'immane superficialità che è stata punita dal destino rendendolo il primo caso accertato. L'ha preso in quel momento? Improbabile. Doveva fare a meno di un gesto del genere? Sicuro. I giocatori sono sotto osservazione ogni secondo e qualsiasi loro atteggiamento o comportamento porta fisiologicamente delle conseguenze e dei messaggi che la gente comune recepisce. Questo è stato uno dei più sbagliati, che però potrebbe anche convertirsi in un monito positivo per tutti coloro che sottovalutavano questo virus, avendo la dimostrazione che anche due atleti fisicamente di buona salute come lui e Donovan Mitchell (unico altro Jazz contagiato tra giocatori e staff) possono contrarlo, confermando la nostra affermazione iniziale.

Cuban per aiutare, Silver per gestire

In questi momenti d'estrema emergenza, dove tutto quello che si è costruito è in pericolo, si staglia dalla massa Mark Cuban che mostra al contempo una splendida empatia umana con chi lavora per lui e un pragmatismo necessario in questi momenti. L'owner dei Mavericks ha subito avvisato tutti della pericolosità del virus, di salvaguardare la propria salute e di far venire dopo tutto il resto. Poco dopo ha varato un'idea di grande tenore umano ed economico:

Voglio rassicurare tutti i dipendenti dei Mavericks che non potranno essere sul posto di lavoro. Ci impegneremo a pagare i dipendenti anche se questi non potranno svolgere le loro mansioni. È una cosa molto importante e non ci sono Mavericks o partite che tengano, bisogna prima stare bene e poi pensare al resto.

L'iniziativa non è giustamente passata sotto coperta e potrebbe avere un positivo e incredibile effetto domino su tutta la NBA, perchè potrebbe diventare un sostentamento fondamentale per ogni famiglia, ma Cuban non vuole fermarsi:

Questa è un'iniziativa necessaria e ho già sottoposto al commissioner Adam Silver la necessità di estenderla a tutto il nostro ambiente.

Ieri nel Board of Governors si è deciso che per almeno trenta giorni ci sarà lo stop alle attività, invitando i giocatori a rimanere a casa e ad allenarsi solamente individualmente o rispettando rigidamente le condizioni di distanza reciproca. L'idea di completare la stagione è ben salda nelle menti di tutti, ma se sarà possibile e come ce lo dirà solo il tempo e la gestione da parte degli Stati Uniti del virus, perchè non è secondario ricordare che il sistema sanitario americano è molto diverso dal nostro e non necessariamente in meglio.

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