Caos Milan: dalle parole di Boban all'ennesima rivoluzione

A fine stagione i rossoneri potrebbero riazzerare tutto ancora una volta: dopo Fassone, Mirabelli e Leonardo pronti a farsi da parte anche Maldini e Boban, mentre Gazidis resterà l'uomo di fiducia di Elliott.

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Al di là di come concluderà la stagione in corso, che lascia come obiettivi ancora possibili un'improbabile finale di Coppa Italia e una difficilissima corsa per un posto in Europa League, da correre con squadre forse più attrezzate e sicuramente più affiatate, il Milan si prepara all'ennesima rivoluzione estiva e a spostare avanti ancora di una stagione il fatidico "anno zero" che dovrebbe segnare l'inizio di una rinascita che fino a oggi è stata continuamente rimandata.

Gli ultimi 10 anni sono stati un autentico tormento per quello che un tempo era il club più titolato al mondo, segnati da un lento e apparentemente inesorabile declino. Dall'ultimo Scudetto datato 2011 all'ultima partecipazione in Champions League - stagione 2013/2014 - il Diavolo ha vissuto gli ultimi anni della gloriosa era legata a Silvio Berlusconi in un ridimensionamento sempre più evidente, e né l'illusione Yonghong Li né l'intervento del fondo Elliott hanno cambiato questo stato di cose.

Eppure la stagione in corso sembrava quella giusta: messe due bandiere come Boban e Maldini in ruoli cardine a livello dirigenziale, il Milan aveva annunciato con entusiasmo l'inizio di un progetto legato ai giovani talenti, che sarebbero stati valorizzati da un tecnico in rampa di lancio come Marco Giampaolo, alla prima grande occasione in carriera e reduce da diverse stagioni più che positive. Qualcosa non ha funzionato già da subito e, soprattutto, qualcosa si deve essere rotto in quel momento, tra ottobre e novembre, quando il tecnico è stato esonerato e al suo posto è stato chiamato Stefano Pioli. Lo hanno pensato in tanti, e la conferma è arrivata dalle parole rilasciate da Boban alla Gazzetta dello Sport, particolarmente aspre nei confronti dell'uomo di fiducia di Elliott, Ivan Gazidis.

Zvonimir Boban e Paolo Maldini
Paolo Maldini è tornato al Milan come dirigente nell'estate 2018, raggiunto 12 mesi più tardi dall'ex compagno Zvonimir Boban: a giugno entrambi potrebbero già lasciare il club.

Milan, a giugno sarà di nuovo rivoluzione

Boban ha rimproverato a Gazidis la scelta, del tutto personale, di contattare il manager tedesco Ralf Rangnick senza interpellare né lui né Maldini, mossa che in un certo senso può anche essere lecita ma si scontra con le parole dell'ad sudafricano, che aveva parlato di un Milan con molte teste ma un solo progetto, dove esistono confronti ma non scontri e soprattutto dove nessuno comanda sopra gli altri.

Invece comanda Gazidis, questo è chiaro. Gazidis che non ha perdonato a Boban e Maldini la scelta estiva di Giampaolo, che ritiene abbia danneggiato pesantemente il progetto che aveva immaginato, e che per giugno avrebbe deciso di muoversi in autonomia. Contattare Rangnick, tedesco ma manager "all'inglese" abituato a gestire le cose di campo e quelle extra, come ad esempio la campagna acquisti, è un chiaro messaggio alle due bandiere, che difficilmente resteranno per ricoprire semplicemente un ruolo di facciata.

Ralf Rangnick
Il tedesco Ralf Rangnick: artefice delle ascese prepotenti di Hoffenheim e Lipsia, sarebbe lui l'uomo scelto da Gazidis per il futuro del Milan.

Forse in questo momento sarebbe stato giusto fare quadrato intorno a Pioli e forse sarebbe stato necessario l'intervento della proprietà, come ha sottolineato sempre Boban. Chiarezza sui ruoli dirigenziali, sugli obiettivi a breve, medio e lungo termine e sul budget a disposizione per raggiungerli. Gazidis sembra invece aver deciso di risolvere adesso la questione, forte della fiducia della proprietà e di un contratto che la Gazzetta descrive come "blindatissimo", e questo non potrà avere altra conseguenza se non l'addio a giugno delle due bandiere.

Salvo sorprese che oggi che i nodi sono venuti al pettine nessuno davvero immagina, ecco che da giugno partirà l'ennesimo "anno zero" di un progetto che Elliott e Gazidis vogliono basare sul modello Hoffenheim e Lipsia, le squadre portate in vetta da Rangnick, un progetto che evidentemente non piace a Boban che aveva invece chiesto più passione e attenzione per l'immediato, più sogni per i tifosi. Niente da fare, il Milan potrà anche sognare, nella prossima stagione, ma l'attenzione al bilancio sarà la priorità senza alcun spazio per i sentimentalismi. Avanti i giovani, e per questo il 38enne Ibrahimovic resta ancora in bilico nonostante il suo impatto in squadra sia stato evidente.

Zlatan Ibrahimovic
L'arrivo a gennaio di Zlatan Ibrahimovic ha rianimato il Milan, tuttavia non è certo se lo svedese resterà anche dopo la fine del campionato.

Perché è questo, se vogliamo, l'assurdo: dopo mesi e mesi di alti e soprattutto bassi il Milan con Pioli sembra aver trovato un proprio equilibrio, se la gioca quasi con chiunque, può ancora raggiungere quell'Europa League che solo a Natale sembrava un sogno impossibile. Eppure pensa già alla prossima stagione, a un nuovo tecnico, a fare tabula rasa in attesa dell'ennesima rivoluzione.

Che, è bene ricordarlo, sarebbe la quarta negli ultimi cinque anni. La prima, lo ricorderanno tutti, risale all'estate del 2017, quella del "We are so rich" e del duo Fassone-Mirabelli, che su mandato del nuovo e controverso presidente cinese Yonghong Li conducono una campagna acquisti tanto dispendiosa quanto roboante: vengono spesi quasi 200 milioni di euro, arrivano Kessié e Conti dall'Atalanta, attaccanti di prospettiva (André Silva) e di esperienza (Kalinic), arriva uno dei leader della Juventus più volte campione d'Italia, Leonardo Bonucci. 

Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli
Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli: nell'estate del 2017 hanno speso oltre 200 milioni per il calciomercato estivo rossonero.

Quelli che non arrivano sono i risultati, con il Milan appena sesto, e il pagamento dei debiti di parte di Li che l'estate successiva è costretto a consegnare il club nelle mani del fondo Elliott. Che conferma Gattuso, tecnico che si è comportato bene in una situazione via via sempre più difficile, e fa partire la seconda rivoluzione: via Fassone, Mirabelli e i loro acquisti di punta (Silva, Kalinic, Bonucci) dentro due bandiere come Paolo Maldini e Leonardo a livello dirigenziale e in campo prima il Pipita Higuain e poi, quando questo delude, il bomber rivelazione del campionato, Krysztof Piatek, accompagnato da uno dei più fulgidi talenti brasiliani in circolazione, Lucas Paquetà.

Ancora una volta la squadra parte male, poi si rialza a gennaio e conclude sfiorando la Champions League. Potrebbe essere una buona base per ripartire, ma Gattuso e Leonardo lasciano all'unisono, probabilmente in disaccordo con i piani di Elliott. Che promuove Maldini e gli affianca Zvonimir Boban, i quali a loro volta si affidano a Giampaolo. È la rivoluzione numero tre, il progetto legato ai giovani che naufraga quasi all'alba e che viene parzialmente salvato dall'arrivo a gennaio del 38enne Ibrahimovic.

È storia dei giorni nostri, così come lo è il malcontento di Boban, che credeva di essere tornato al Milan con un progetto ben definito e un ruolo di grande spessore e invece si troverà forse a rimpiangere il posto lasciato alla FIFA, dove veniva apprezzato all'unanimità. L'addio del croato a giugno, che sarà quasi sicuramente seguito anche da un Maldini direttore tecnico di fatto senza poteri, apre a una nuova rivoluzione, quella di Gazidis e di Rangnick. Se sarà la volta buona lo dirà solo il tempo, ma intanto c'è una stagione da concludere e non sarà facile farlo in questo caos.

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