L'insegnamento di Kobe Bryant: "La chiave è amare quello che fai..."

Torna tristemente d'attualità l'intervista rilasciata dalla leggenda dei Lakers nel corso della sua ultima stagione in NBA.

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All'indomani della tragica scomparsa di Kobe Bryant, torna tristemente d'attualità un'intervista rilasciata a La Repubblica dalla leggenda dei Los Angeles Lakers nel corso della sua ultima stagione in NBA (si è ritirato nel 2016). 

Non voglio che questa mia ultima stagione - esordì Black Mamba - sia considerata come un tour d'addio. Non vedo l'ora di giocare l'ultima volta a Boston, è il mio posto preferito in tutta la NBA, si respira tutta la storia. Ho giocato due finali lì, ne ho sognate tante altre. Sarà qualcosa di speciale. Cosa provo sapendo di affrontare la mia ultima stagione? È bellissimo, c'è uno scambio tra me e i tifosi che vengono ad applaudirmi: è fantastico per me poterli ringraziare per tutto l'affetto che mi hanno fatto sentire in questi anni, così come è bello per loro potermi ringraziare per quello che ho fatto. Non avrei potuto immaginare una situazione migliore di questa. Non so se lascerò qualcosa al di là della rappresentazione di quello che è stata la mia carriera in questi venti anni. L'allenamento, la mia capacità di segnare e di difendere: vado avanti con lo spirito che rappresenta tutto quello che faccio sul parquet. La perseveranza, il modo di relazionarmi con la sconfitta e con la vittoria, la possibilità di capire cosa provano gli altri. Sono cose che porterò con me per sempre

E quando gli chiesero quale fosse il suo posto nella storia della NBA, rispose:

Non ci ho ancora pensato, lascio a chi verrà dopo di me l'onere di dirlo. Spero di avere insegnato qualcosa a tutti i giocatori che ho influenzato in qualche modo in questi venti anni. Sono stato fortunato, la mia carriera è stata comunque fantastica. La squadra più forte affrontata? Difficile scegliere una singola squadra. San Antonio è sempre stata ad altissimi livelli, i Sacramento Kings del 2002 e i Boston Celtics dei "big three". Ma anche i Detroit Pistons del 2004, senza dimenticare chiaramente i Chicago Bulls dei miei primi anni in NBA. Quanto ai cinque più forti: Olajuwon, Jordan, Durant, James, Drexler. Ne devo tenere fuori molti altri, è difficile sceglierne solamente cinque

Sulle pressioni:

Durante l'estate scopriamo quanto tranquilla e rilassante possa essere la vita. Ma la pressione, gli allenamenti e tutto il resto fanno parte di noi. Non sarà facile non essere più parte di tutto questo, mi servirà un periodo di aggiustamento. La chiave è amare quello che fai, sai che lo ami quando ti godi tutto il processo: se ti piace farti trovare pronto, allenarti, migliorare te stesso e il sapore della vittoria, allora sai di avere qualcosa di veramente speciale. È qualcosa che non puoi insegnare o trasmettere a una persona, o lo ami o non lo ami

Sui suoi possibili eredi:

Siamo tutti giocatori diversi, persone diverse. Non ci sarà un altro Magic, un altro Bird, un altro Jordan, un altro Kobe. In questo periodo sto vedendo moltissimo talento specialmente fra i playmaker, probabilmente qualcuno arriverà e dominerà la lega per i prossimi dieci anni. Sono cose che cambiano anno dopo anno. Io in Europa? Mi piacerebbe molto farlo ma non posso, il mio corpo non me lo permette. Infortuni? Ne ho passate tante ma questo gioco mi ha dato la possibilità di fare cose straordinarie. Non credo che gli infortuni siano stati una sorta di punizione divina, ho un buon rapporto con gli dei, ci troviamo bene. Sto tornando pian piano ad essere un giocatore più efficace, mi mancava qualcosa nelle gambe, il timing, il ritmo del gioco. Per me è bellissimo riuscire a tornare a fare le cose che riuscivo a fare prima dell'infortunio

Sul futuro dei Lakers: 

Cosa dovranno fare i Lakers per ripartire dopo il mio addio? Prendere decisioni intelligenti, costruire un team che possa competere per il titolo. Scambi equilibrati, acquisizioni di livello dalla free agency: è tutto qui...

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