Copa Libertadores, 822 chilometri per giocare: lo strano caso Carabobo

Da un lato all'altro del paese per la coppa: venezuelani costretti a emigrare per inagibilità dello stadio di casa. E il tecnico ironizza: "Sarà più comodo andare in Perù".

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La notte inaugurale di Copa Libertadores ci ha già regalato la prima storia del 2020: il Carabobo, piccola compagine venezuelana che nel 2019 è andata a un passo dal vincere il titolo in patria, ha ospitato i peruviani dell'Universitario in una gara valevole per il primo turno di andata della fase eliminatoria. Fino a qui tutto bene, se non fosse che la matricola vinotinto ha dovuto giocare all'Estadio CTE Chacamay di Puerto Ordaz, uno degli ultimi impianti ammodernati dal governo centrale di Caracas in occasione della Copa America che il Venezuela ha ospitato nel 2007. Qui, dove di solito giocano i Mineros de Guayana, gli uomini di Antonio Franco non sono andati oltre l'1-1, facendosi recuperare nel finale e complicandosi la vita in vista del ritorno.

Tra Puerto Ordaz e Valencia, la sede del Carabobo, ci sono però 822 chilometri di distanza, amplificati dal fatto di trovarsi in Sudamerica con tutto ciò che ne consegue. Ma il trasferimento era necessario, visto che l'Estadio Olímpico Rafael Calles Pinto è un cantiere aperto da oltre due anni. Sì, avete capito bene: la municipalità locale, che aveva dato il via ai lavori di ricostruzione oltre 24 mesi fa, si è dovuta fermare davanti alla mancanza di fondi, causata dalla crisi edile scatenatasi dopo le rivolte sociali che stanno mettendo a ferro e fuoco quasi tutto il paese. Lo stadio, che sarebbe dovuto essere risistemato con l'installazione di un impianto elettrico, non permette quindi di giocare in notturna e, di conseguenza, non ha ricevuto l'omologazione dalla Conmebol.

Una storia limite, chiaro, che però non deve stupirci più di tanto: nel subcontinente non è raro imbattersi in situazioni simili, tanto più in un paese martoriato da gravissimi problemi sociali, politici e soprattutto economici. Il Carabobo aveva chiesto di potersi spostare a Caracas, dove in questi giorni le proteste sembrano essersi placate (almeno momentaneamente), ma la dirigenza dell'Universitario ha fatto sapere di non voler esporre i propri tesserati a rischi inutili. Per questo la scelta di Puerto Ordaz, lontano dalle repressioni militari della capitale, è sembrata l'unica scelta sensata.

Copa Libertadores caso Carabobo
Ua fase di Carabobo - Universitario, primo turno di Copa Libertadores: la partita si è giocata a 822 chilometri di distanza dall'impianto che di solito ospita le partite del Granate

Copa Libertadores, incredibile Carabobo: da un lato all'altro del paese per giocare

La partita è stata aperta a inizio ripresa dalla rete dell'esterno Tortolero, bravo a sfruttare un'amnesia difensiva avversaria per battere Carvallo. Poi, al minuto 83, il nuovo centravanti della U, Jonathan dos Santos, ha siglato il gol del definitivo pari in uno stadio totalmente vuoto. Le uniche voci distinguibili sul posto appartenevano a giocatori, allenatori e terna arbitrale, oltre ovviamente a qualche decina di giornalisti presenti in loco, che non hanno avuto indugi a denunciare la mancanza di organizzazione da parte della federazione venezuelana. In particolare, gli inviati peruviani si sono ritrovati a dover raggiungere Puerto Ordaz in auto, su strade pericolose, distrutte dalla poca manutenzione e dagli agenti atmosferici.

Per questo motivo il Carabobo ha deciso di raggiungere l'estremo est del paese in treno, impiegando oltre 13 ore per arrivare quando la distanza su mezzi propri, in condizioni ideali, sarebbe stata comunque superiore alle 10 ore. Poi, come se non bastasse, ad attendere la squadra c'erano 30 gradi e il 76% di umidità come picco massimo registrato. Davvero troppo, soprattutto per il tecnico del Granate, pizzicato dalle telecamere di Fox Sports con la camicia impregnata di sudore già a metà del primo tempo. Franco, deluso dal risultato finale, ha commentato così:

Faccio fatica a essere ottimista. In certe condizioni è difficile giocare, lo vedete voi stessi. Ma guardiamo il lato positivo: andare in Perù per giocare il ritorno sarà molto più facile.

L'ironia latina colpisce ancora. E, diciamolo, fa un po' sorridere anche noi.

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