Serie A, Ashley Young sarà l'inglese numero 33: una storia di alti e bassi

Prelevato dal Manchester United, il nuovo acquisto dell'Inter arriva in Italia a 34 anni e deciso a smentire una tradizione che vede gli inglesi incapaci di esprimesi al meglio nel nostro campionato. Ecco chi lo ha preceduto.

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In pochi ricordano il primo calciatore professionista inglese nella storia della Serie A. Si chiamava Charles Norman Adcock, era arrivato in Italia come soldato al seguito delle truppe alleate alla fine della seconda guerra mondiale e aveva deciso di fermarsi a Padova, città di cui si era innamorato e in cui era entrato a far parte del club cittadino. Dopo aver guidato la squadra alla promozione esordì in massima serie il 19 settembre del 1948, segnando l'unica rete nella sconfitta per 7-1 rimediata dai patavini in casa del Genoa, quindi giocò con Triestina e Treviso prima di lasciare l'Italia appena 28enne, misteriosamente com'era arrivato.

Il popolo che ha ideato e codificato il calcio per come lo conosciamo, esportandolo poi in tutto il mondo, è stato rappresentato in Serie A da 33 uomini. Il primo, come detto, fu Adcock - curiosamente quasi omonimo di Charles Alcock, considerato "il padre del football" e ideatore della FA Cup - preceduto agli albori dai famosi pionieri che portarono i primi palloni e crearono le prime squadre; l'ultimo, al momento, è Ashley Young, 34enne ex capitano del Manchester United acquistato dall'Inter nella finestra di calciomercato di gennaio. All'esperto esterno - oltre 250 presenze con i Red Devils, 39 con l'Inghilterra - spetterà il compito di interrompere una tradizione, quella dei calciatori inglesi in Italia, perlopiù negativa.

Parlando di Young è difficile ad esempio non pensare alla fallimentare esperienza alla Roma di Ashley Cole: i due condividono, oltre allo stesso nome, lo stesso ruolo, lo stesso passato glorioso e l'età dello sbarco in Italia. Classe 1980, Cole arrivò in Serie A nel 2014 da svincolato, dopo aver vinto tutto con le maglie di Arsenal e soprattutto Chelsea. Avrebbe dovuto rappresentare il rinforzo d'esperienza fondamentale per la squadra di Rudi Garcia, si rivelò invece ormai in fase calante, incapace di adattarsi a una nuova realtà e a un nuovo calcio: giocò la miseria di 16 gare, la stagione successiva restò fuori rosa per 6 mesi e poi salutò, andando a chiudere definitivamente la carriera in America. È con il suo fantasma che Young dovrà confrontarsi.

Ashley Cole con la maglia della Roma
Arrivato circondato da grandi aspettative, Ashley Cole deluse con la maglia della Roma.

Serie A e calciatori inglesi, una storia fatta di alti e bassi

Torniamo ad Adcock, stella inglese del Padova nella Serie A 1948/1949: nello stesso torneo scende in campo un altro giocatore arrivato dall'Inghilterra, è un'ala e indossa la prestigiosa maglia della Juventus. Si tratta di Johnny Jordan, voluto fortemente dal pittoresco tecnico scozzese William Chalmers e primo britannico nella storia bianconera: eroe di guerra con la RAF, non si dimostrerà un eroe del pallone con la Vecchia Signora, non riuscendo mai ad ambientarsi a Torino e nel calcio italiano e salutando dopo appena 20 presenze condite comunque da 5 reti. 

Jordan veniva dal Tottenham così come Anthony Marchi, centrocampista il cui nome tradiva chiare origini italiane e che sbarcò nella terra degli avi nel 1957, prima disimpegnandosi bene nel Lanerossi Vicenza e poi nel Talmone Torino: per lui 59 gare in Serie A e una decina di gol in due stagioni prima del ritorno a Londra, dove pur se a fatica tornerà a essere protagonista negli Spurs. Ha lasciato decisamente di più il segno Gerry Hitchens, arrivato in Italia come stella dell'Aston Villa e che nel nostro Paese sarebbe rimasto dal 1961 al 1969 indossando le maglie di Inter, Torino, Atalanta e Cagliari: 73 gol in 239 presenze, è l'inglese con più reti e gare giocate nella storia della Serie A.

È naturalmente impossibile elencare tutte le storie dei calciatori inglesi che hanno provato ad essere protagonisti nel nostro campionato, per la maggior parte finendo per fallire: il Milan nel 1961 abbracciò Jimmy Greaves, straordinario campione capace di segnare 9 gol in 10 gare prima di lasciare l'Italia a pochi mesi dal suo arrivo, osteggiato dai compagni di squadra che non lo sopportano nonostante le prestazioni sul campo. Parlare di fallimento è comunque azzardato, mentre negli anni '80 Luther Blissett ne diventa la definizione assoluta per i tifosi rossoneri, centravanti da 5 gol in 30 gare, confusionario e capace di sbagliare reti praticamente fatte.

Jimmy Greaves al Milan
Fenomeno assoluto, Jimmy Greaves non si ambientò mai in Italia lasciandola dopo pochi mesi con il bottino comunque ragguardevole di 10 presenze e 9 gol.

Non va meglio ad altri due inglesi ingaggiati dal Diavolo, Mark Hateley e Ray Wilkins, che alla fine si disimpegnano senza infamia e senza lode - il primo almeno entra nella storia per lo straordinario colpo di testa che brucia Collovati e decide il derby con l'Inter nel 1984 - ma che certo erano circondati da aspettative superiori. Le stesse che circondano Trevor Francis, ingaggiato dalla Sampdoria e che ha vinto in carriera due Coppe dei Campioni con il Nottingham Forest di Brian Clough: è un talento indiscutibile, ma diversi infortuni gli impediranno di dare il meglio, anche se comunque è determinante come capocannoniere nella conquista della Coppa Italia 1984/1985. 

Nella Sampdoria giocheranno anche Des Walker e Lee Sharpe, che godono di buona fama in patria ma che arrivano da noi apparentemente già bolliti, mentre invece nel caso di Paul Gascoigne e Paul Ince parliamo di due fenomeni che avrebbero comunque potuto fare meglio e che per motivi diversi non ne furono capaci: il primo arrivò alla Lazio e in breve divenne l'idolo dei tifosi, ma una vita dissoluta fuori dal campo e numerosi infortuni limitarono il suo talento e lo avrebbero accompagnato per tutta la carriera, il secondo prese possesso del centrocampo dell'Inter ma lasciò dopo appena due stagioni senza essersi mai ambientato in Italia, dove oltretutto soffrì non poco i cori razzisti già presenti negli stadi.

Inevitabile che tra i tanti calciatori inglesi arrivati in Italia alcuni si siano distinti soprattutto in quanto pittoreschi. Danny Dichio, ad esempio, non nascondeva l'ambizione di fare il modello: forse sarebbe stato meglio, dato che sul campo rimediò appena 4 presenze con la maglia del Lecce, a cui era stato prestato dalla Sampdoria che poi non se lo sarebbe tenuto. Franz Carr divenne addirittura il simbolo della disgraziata stagione 1996/1997 della Reggiana in Serie A, culminata con la retrocessione e appena 2 gare vinte su 34. In gioventù apprezzatissimo dai tifosi del Nottingham Forest, in Italia fu una comparsa, invocato da un pubblico che ormai faceva autoironia sulle sfortune della propria squadra.

Paul Gascoigne
Accolto come una vera e propria stella, Paul Gascoigne non si è espresso al meglio con la Lazio a causa di problemi fisici e caratteriali ma è riuscito comunque a restare nel cuore dei tifosi.

Jay Bothroyd, soprannominato The Snake per la sua presunta capacità di sgusciare via dalla marcatura del diretto avversario, arrivò appena 21enne al Perugia e fu addirittura ripreso dal presidente Gaucci e dal tecnico Cosmi per la sua eccessiva correttezza, che lo portava a non cadere in area di rigore. 5 gol in 28 gare, a 38 anni gioca ancora nel Consadole Sapporo in Giappone, dove è arrivato dopo una discreta carriera nelle serie minori inglesi e una puntata nel pittoresco campionato thailandese. E chi si ricorda di Micah Richards? Considerato uno dei talenti più fulgidi della sua generazione, il terzino cresciuto nel Manchester City fu una comparsa alla Fiorentina e poi vide la carriera sfumare anche a causa di alcuni gravi infortuni. 

Una comparsa, Richards, così come Ben Wilmot dell'Udinese, Nathaniel Chalobah del Napoli e Rolando Aarons del Verona, poco più di 20 presenze in tre in Serie A. Una delusione come Joe Hart, portiere del Torino nella stagione 2016/2017 e capace di alternare interventi da vero fenomeno a errori clamorosi e cali di concentrazione inspiegabili. Decisamente degne di nota invece le avventure di David Beckham, iconico campione e popstar protagonista di due esperienze semestrali al Milan in cui si distingue per la classe indiscutibile e la grande professionalità, anche se il meglio ovviamente lo ha già dato in gioventù con le maglie di Manchester United e Real Madrid.

L'ultimo prima di Young è Chris Smalling, ingaggiato in estate dalla Roma tra mille perplessità da parte degli addetti ai lavori: riserva nel Manchester United, 30 anni e nessuna esperienza al di fuori dell'Inghilterra, il dubbio è che questo possente centrale possa rivelarsi inadeguato in un calcio tattico come il nostro. Al momento invece parliamo di uno dei difensori più forti di tutta la Serie A, un punto fermo nei giallorossi di Fonseca e tornato obiettivo di mercato di diversi club grazie a una serie di prestazioni eccezionali e a una continuità di rendimento che ha sorpreso tutti e che fa ben sperare i tifosi dell'Inter, che sperano che Young possa ripeterne le gesta e aiutare il club nella corsa per lo Scudetto. In ballo c'è anche l'onore dei maestri del football.

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