Cutrone e i suoi fratelli: gli italiani che hanno fallito in Premier

Negli ultimi anni gli italiani non riescono più a essere protagonisti in Premier League: i tempi di Zola e Di Canio sembrano lontanissimi, ma anche allora non mancavano clamorosi buchi nell'acqua.

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C'era una volta la Premier League di Gianfranco Zola e Benito Carbone, trequartisti di talento che con le loro magie infiammavano le tifoserie di Chelsea e Sheffield Wednesday, realtà distanti anni luce ma accomunate dalla passione per il proprio campione italiano. Con la Serie A che seguendo il dogma di Sacchi aveva fatto sparire il classico uomo dietro le punte, erano stati in un certo senso costretti a emigrare in cerca di fortuna in un calcio dove le loro magie venivano ancora più che apprezzate.

Era il 1996, la Premier League aveva cominciato il lento cambiamento che l'avrebbe trasformata nel campionato più ricco e seguito al mondo e annoverava tra i propri protagonisti numerosi stranieri. Tra questi era forte la presenza degli italiani, che dopo i successi di Zola, Carbone e Fabrizio Ravanelli - 31 reti in 48 gare giocate con il retrocesso Middlesbrough - quasi esclusivamente a causa del loro passaporto avrebbero goduto a lungo di una fiducia illimitata.

Una fiducia che negli ultimi anni è decisamente scemata: se i nostri allenatori sono ancora ampiamente apprezzati, come dimostra l'ingaggio da parte dell'Everton di Carlo Ancelotti o lo storico titolo vinto da Claudio Ranieri alla guida del Leicester - i calciatori italiani ormai da tempo non riescono più a lasciare il segno nel campionato inglese, come dimostrato dalla recente operazione di calciomercato che ha riportato Patrick Cutrone in Serie A a distanza di appena 6 mesi dalla sua partenza in direzione Premier.

Moise Kean
Circondato al suo arrivo da grandi aspettative, Moise Kean ha deluso le attese e rischia di salutare l'Everton dopo appena 6 mesi.

Premier League, non passa l'italiano: le esperienze da dimenticare

Con il trasferimento di Cutrone dal Wolverhamtpon alla Fiorentina, al momento in Premier League restano 6 calciatori italiani: si tratta di Emerson Palmieri, Jorginho, Moise Kean, Adam Masina, Angelo Ogbonna e Ezequiel Schelotto. Tolti i primi due, nel giro della Nazionale e più o meno titolari nel Chelsea, parliamo di giocatori che certo non sono tra i protagonisti del campionato inglese, compreso quel Kean che accolto in pompa magna dall'Everton ha collezionato soltanto numerosi spezzoni a gara in corso senza riuscire a segnare un solo gol.

I tempi di Zola e Carbone, di Ravanelli e Di Canio, Di Matteo, Vialli e Cudicini sembrano oggi lontanissimi. Eppure a guardare bene i nomi appena elencati sono stati gli unici capaci di lasciare davvero il segno in un torneo dove gli italiani - nel calcio emigranti raramente di successo - si sono ritrovati più spesso di quanto si è portati a pensare a recitare il ruolo di comparse. Alle prese con uno stile di gioco e con una mentalità decisamente diversa da quella della Serie A, in molti casi i nostri esponenti si sono rivelati anzi veri e propri buchi nell'acqua.

Il primo italiano a trasferirsi in Premier League fu, nel 1995, Andrea Silenzi: acquistato dal Nottingham Forest per poco meno di 2 milioni di sterline, l'ariete che si era distinto in Italia con le maglie di Napoli e Torino collezionò appena 20 presenze (7 da titolare) in due anni, periodo in cui arrivarono altrettanti gol nelle coppe nazionali. La sua partenza fu accolta con sollievo dai tifosi, che più volte lo hanno indicato come uno dei peggiori affari nella secolare storia del club.

Andrea Silenzi si allena con il Nottingham Forest
Primo italiano in Premier League, Andrea Silenzi si trasferì al Nottingham Forest nel 1995: per lui appena 12 presenze senza reti.

E come dimenticare Massimo Taibi? Acquisto a sorpresa del Manchester United nel 1999 per giocarsi il posto di erede del leggendario Schmeichel, il portiere siciliano fu eletto migliore in campo al debutto contro il Liverpool ma poco dopo fu protagonista di un clamoroso errore contro il Southampton che di fatto chiuse la sua avventura in Inghilterra dopo appena 4 gare, periodo in cui incassò la bellezza di 11 reti. Nello stesso anno, sempre dal Venezia, arriva in Premier anche Stefano Gioacchini, attaccante romano di 23 anni che al Coventry mette insieme appena 3 spezzoni di gara prima di tornare in Italia.

Nella stagione 1997/1998 il Crystal Palace si affida a una coppia di centrocampisti italiani, Patrizio Billio e Ivano Bonetti, che però mettono insieme rispettivamente appena 3 e 2 presenze. Nella stessa squadra ci sono anche Attilio Lombardo, che è l'unico a salvarsi dei nostri, e Michele Padovano, bomber reduce da una buona esperienza nella Juventus ma che con la maglia delle Eagles colleziona appena 12 presenze e una rete.

Nella Juventus è invece cresciuto Corrado Grabbi, eterna promessa che in Premier League vede naufragare le sue speranze di affermarsi: acquistato per 22 miliardi di lire dal Blackburn Rovers, in un totale di tre stagioni registra 46 presenze e la miseria di 5 reti. All'Everton fallisce Matteo Ferrari (8 presenze in prestito dalla Roma) e prima di lui anche un altro difensore che in seguito farà molto parlare di se, Marco Materazzi, che a causa dello stile di gioco troppo irruento anche per gli standard britannici viene espulso 3 volte in appena 25 partite nell'unica stagione trascorsa al Goodison Park prima di tornare in Italia al Perugia.

Corrado Grabbi in azione con il Blackburn Rovers
Acquistato a peso d'oro dal Blackburn Rovers, che per averlo versò alla Ternana 22 miliardi di lire, Corrado Grabbi fallì in Premier League anche a causa di una serie di infortuni.

Materazzi non è l'unico grande nome a deludere: come e più di lui ecco Roberto Mancini - un solo mese al Leicester nel gennaio del 2006, 4 spezzoni di gara a 36 anni e poi il ritiro - e Vincenzo Montella, 6 mesi al Fulham conditi da 10 presenze e 4 gol in campionato. E poi Nicola Berti, meteora al Tottenham, Christian Panucci - 6 mesi al Chelsea e sole 8 presenze - e Dani Osvaldo, accolto come un campione al Southampton dove invece arrivano i primi segnali di declino: 13 gare in 6 mesi, 3 gol e poi l'arrivo alla Juventus come punta di scorta.

Un capitolo a parte merita Mario Balotelli, che a vent'anni viene acquistato a peso d'oro - 28 milioni di sterline - dal Manchester City e che entrerà per sempre nella storia del club con l'assist che permette a Sergio Aguero di realizzare il gol che consegna il campionato ai Citizens a 44 anni di distanza dall'ultimo successo. Peccato che si tratti dell'unico acuto di un giocatore che sempre si è distinto per essere scostante e incostante e che in Premier conferma tali caratteristiche anche con la maglia del Liverpool, con cui si ripresenta nel 2014 a un anno e mezzo di distanza dall'addio al City. Mettendo insieme le due esperienze parliamo di una spesa per il cartellino pari a quasi 50 milioni di sterline, tre campionati e mezzo, 70 gare, 21 reti e una miriade di polemiche.

In totale, sono più di 70 i calciatori italiani si sono messi alla prova in Premier League. In pochi hanno davvero lasciato il segno, in tanti hanno invece fallito, soprattutto negli ultimi anni. Difficile spiegare il perché: il livello del football d'Oltremanica si è alzato così tanto? Il nostro si è abbassato in modo tanto drammatico? È una questione di qualità tecniche, atletiche o caratteriali? Probabilmente una risposta unica non esiste, e ogni storia ha le proprie motivazioni. Certo è che se un tempo si poteva parlare delle "stelle italiane in Premier" oggi la realtà è ben diversa, e la fallimentare esperienza di Cutrone rischia sempre più di essere la regola.

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