Quel calcio di Boban che disintegrò la Jugoslavia

Il 13 maggio 1990, allo stadio Maksimir di Zagabria, una partita mai disputata e un calcio a un poliziotto diedero simbolicamente il via alla Guerra Croata e alla disgregazione del sogno di Tito.

Un giovane Zvonimir Boban durante un match di qualificazione agli Europei 1996

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Verso la fine del 1943, a seguito della seconda riunione dell’AVNOJ, il Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia guidato da Josip Broz Tito, nacque la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Per Tito, che dopo quel consiglio divenne Maresciallo di Jugoslavia e primo ministro, fu l’inizio di un’utopia, quella dell’unione di tutti gli slavi del sud. Non poteva certo immaginare che in un giorno lontano quasi cinquant’anni, una partita di calcio avrebbe preannunciato la terribile, violenta e sanguinosa disgregazione di quel sogno.

Tito

Jugoslavia, la Terra degli Slavi del Sud

L’ex Jugoslavia era un’unione di lingue, culture e popoli all’apparenza simile, ma che in realtà nascondeva radicate e profonde differenze. I nazionalismi esasperati resero la Prva liga un campionato unico al mondo. In parte, gli slavi erano guidati da un concetto espresso dalla parola ‘Nadmudrivati’, intraducibile in altre lingue.

Rappresenta l’idea stessa di competizione, e in uno Stato che nelle intenzioni e nella pratica del governo socialista voleva essere un’unione di pari, era già di per sé un problema. Tito coniò un’espressione per descrivere la Repubblica:

La Jugoslavia è formata da sei repubbliche, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un partito.

Grazie alle battaglie vinte dai partigiani di Tito contro gli invasori nazi-fascisti, il Maresciallo godeva di una popolarità enorme. Voleva creare uno stato autogestito, non propriamente comunista, discostandosi anche dall’URSS che lo accusò, in seguito alla formazione della lega balcanica, di distanziarsi troppo dai precetti del marxismo-leninismo. Ma Tito riuscì a gestire con saggezza la politica estera, avvicinandosi alle potenze occidentali senza rinunciare alla sua idea di socialismo. In questo scenario, il calcio divenne espressione del veloce sviluppo jugoslavo.

Il Maresciallo Tito saluta le truppe di passaggio per la trentesima parata della Liberazione
Belgrado, 1975. Tito saluta il passaggio delle truppe per il 30° anniversario della Liberazione

Dal 1948, quando la selezione balcanica conquistò l’argento alle Olimpiadi di Londra, l’entusiasmo del popolo nei confronti del calcio ebbe una crescita costante. Il livello tecnico dei vari club aumentò anno dopo anno, con realtà calcistiche come il Partizan e la Stella Rossa di Belgrado, la Dinamo di Zagabria e l’Hajduk di Spalato, che uscirono dai confini nazionali per farsi conoscere nel resto del mondo.

Dopo la morte di Stalin, Nikita Chruščëv divenne il leader dell’Unione Sovietica, dando il via al periodo conosciuto come ‘destalinizzazione’. Nel 1954 visitò la Jugoslavia e cedette alle pressioni di Tito, finendo per riconoscere nella creazione del Maresciallo un paese socialista avanzato, l’unico a non aver deviato dal cammino ortodosso iniziato con la rivoluzione russa. Ma Chruščëv non poteva sapere che la Jugoslavia al suo interno aveva già i suoi dissidenti.

La resistenza nasce negli stadi

Molte delle repubbliche che la formavano cercarono di resistere alla forte jugoslavizzazione. Mentre Serbia, Bosnia e Macedonia promossero un regime economico di stampo sovietico, le regioni costiere come Slovenia, Croazia e Montenegro chiesero aperture verso un’economia più libera. Nacquero piccoli movimenti di protesta, ed è in questo periodo che si formarono i primi gruppi di tifo organizzato, nettamente in anticipo rispetto al resto d’Europa. La Torcida, la più antica tifoseria d’Europa, nacque a Spalato nell’autunno del 1950 da un gruppo di marinai di ritorno dal Brasile, ed ebbe sin dagli albori forti simpatie di estrema destra.

Da quel momento il tifo jugoslavo crebbe in modo esponenziale, mischiandosi sempre più con la politica e la vita di ogni giorno. Spesso le tifoserie si univano negli scontri con la polizia comunista e molti dei dissapori nati nelle curve si riversarono nelle strade, come nel caso delle proteste studentesche serbe del 1968.

Coppa Uefa, semifinale 1984: un momento di gioco a White Hart Lane tra Tottenham e Hajduk Spalato
Un'immagine della semifinale di Coppa Uefa tra Tottenham e Hajduk Spalato del 1984

Così come, sempre dagli spalti degli stadi di Zagabria, tifosi e studenti diedero il via, nel 1971, al movimento che sarebbe passato alla storia come Hrvatsko Proljece, la Primavera Croata. Anche in seguito a questo proteste Tito modificò la Repubblica Federale in uno Stato di Repubbliche Confederate.

Mimetizzati negli stadi, i movimenti nazionalisti erano vivi e pronti a esplodere, ma tutto rimase sotto traccia. La Repubblica intera si concentrò sullo stato di salute del leader, che morì la mattina del 4 maggio 1980 a Lubiana. Quel giorno a Spalato, città ultra-cattolica e con forti tendenze di destra, l’Hajduk ospitò la Stella Rossa, squadra del partito comunista di Tito.

I trentacinquemila sugli spalti del Poljud, i giocatori, gli arbitri, i telecronisti, tutti si strinsero in un pianto ininterrotto per la morte del padre della Patria e intonarono l’inno Druze Tito mi zakleti se na vjernost (Compagno Tito ti giuriamo fedeltà). Qualcuno forse sapeva già che quello sarebbe stato l’inizio della fine della Jugoslavia.

Dopo la morte del Maresciallo i movimenti nazionalisti vennero fuori con forza per tutto il decennio. I vari stati avviarono dei movimenti interni per allontanarsi dalle direttive della Repubblica. Paradossalmente è in quegli anni che si sviluppò l’undici più forte che la nazionale jugoslava abbia mai avuto. Jarni, Suker, Boban, Stimac, Boksic, Jugovic e ancora Savicevic, Stojkovic, e Mihajlovic, giusto per citarne alcuni. Serbi, croati, macedoni, ragazzi proveniente da ogni parte della Jugoslavia. Un gruppo di giovani stelle che diedero, per qualche anno ancora, l’illusione di vivere tutti sotto un’unica, grande bandiera.

Gli scontri del Maksimir

Nel frattempo il nuovo leader della Stato, il serbo Slobodan Milosevic, iniziò la sua massiccia campagna nazionalista puntando con forza alla costituzione della Grande Serbia a capo della (con)federazione, facendo passare il messaggio di un popolo tiranneggiato delle altre Repubbliche. Con il supporto della chiesa ortodossa serba, dei giornali, di buona parte dell’opinione pubblica (e dei tifosi di calcio), Milosevic infuocò il clima sociale di uno Stato sempre più allo sbando.

Le tifoserie organizzate si allontanarono dagli stadi, cercando continuamente scontri, devastazione e disordini, inneggiando alla supremazia di una Repubblica su un’altra. I Delije della Crvena Zvedva (letteralmente, i Giovani Coraggiosi della Stella Rossa, nome del gruppo ultrà della squadra di Belgrado) assunsero le sembianze di un plotone militare, e portarono ovunque il loro messaggio di esaltazione del nazionalismo serbo.

Il leader del Partito Comunista Serbo, Slobodan Milosevic, durante un comizio a Belgrado nel 1988
Slobodan Milosevic durante un comizio a Belgrado il 19 novembre 1988

Le partite diventarono occasione di tafferugli, mimando di fatto una guerra tra Stati, ed è con questo clima che il 13 maggio 1990 si arrivò alla partita tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado. Un giorno che venne in seguito definito come 'il giorno d’inizio delle guerre jugoslave’.

Una settimana prima, il 6 maggio, si era infatti tenuto il secondo turno di elezioni in Croazia, con la vittoria dell'Unione Democratica Croata (HDZ) di Franjo Tuđman, partito di estrema destra. La Slovenia e la Croazia, guidate da gruppi politici nuovi, pretesero posti di rilievo nella confederazione, ma vennero caldamente osteggiate dalla Serbia, in particolare dal cosiddetto partito socialista di Milošević. Gli scontri a Zagabria, precedenti la partita, contarono quasi un centinaio di feriti.

Željko Ražnatović, criminale e capo ultrà soprannominato Arkan, che l'anno successivo all’inizio del conflitto diede vita alle Tigri di Arkan, una delle più violente formazioni paramilitari attive durante la guerra, definì la partita tra Dinamo e Stella Rossa come la parte finale di un addestramento militare:

Ho previsto la guerra, con largo anticipo, proprio in seguito a quella partita a Zagabria.

Durante il viaggio verso lo stadio Maksimir, i Delije devastarono le carrozze del treno che li ospitava, per poi distruggere negozi e strade, cantando cori anti-croati e anti-jugoslavi. Nello stadio invece era già attiva la loro controparte croata, i Bad Blue Boys, che prima dell’incontro ebbe la premura di nascondere nei dintorni dello stadio pietre e razzi.

La partita era ininfluente in termini di classifica, con la Stella Rossa già campione e la Dinamo certa del secondo posto. Prima ancora del fischio d’inizio, l'esiguo numero di forze dell’ordine non riuscì a impedire ai tifosi serbi di invadere la gradinata superiore della loro curva, divelsero qualsiasi oggetto disponibile, dando inizio a una fitta pioggia fatta di seggiolini e cartelloni pubblicitari che ebbe presto risposta dalla curva opposta.

Le due tifoserie vennero alle mani (e ai coltelli) e dagli spalti la guerra in scala si spostò rapidamente al campo, mettendo in fuga i giocatori, che terrorizzati rientrarono negli spogliatoi. Quasi tutti. Tra i pochi rimasti in campo c’era il giovanissimo capitano della Dinamo Zagabria, l'astro nascente del calcio slavo, il ventunenne Zvonimir Boban.

La tollerante polizia a maggioranza serba, sfoderando manganelli e lacrimogeni, caricò i tifosi della Dinamo, che riuscirono comunque a invadere il campo ed entrare in contatto con gli ultras serbi. Anche alcuni dei giocatori della Dinamo rimasti in campo vennero feriti, mentre i giocatori della Stella Rossa aspettavano un elicottero che li avrebbe rapidamente portati lontani dal Maksimir.

Durante i tumulti, Boban vide un poliziotto manganellare un giovane ultrà della Dinamo. In preda alla rabbia, intimò all’agente di fermarsi, ma per tutta risposta ricevette a sua volta offese, prima di venire colpito due volte. Zorro, così era soprannominato il giovane Zvonimir, senza pensarci troppo sferrò al poliziotto, che si rivelò poi essere bosniaco e musulmano, un calcio al volto procurandogli la frattura della mascella. Diversi colleghi dell’agente ferito si fiondarono sul giocatore, prontamente tratto in salvo da alcuni tifosi e dirigenti della Dinamo. Il giocatore si rivelò fin da subito conscio dell’importanza del suo gesto:

Eccomi qui, un volto pubblico pronto a rischiare la sua vita, la carriera e tutto ciò che la fama avrebbe potuto portare, tutto per un ideale, una causa: la causa croata.

A quel punto gli ultras croati sfondarono le recinzioni e si dedicarono anima e corpo allo scontro con le forze dell’ordine, mentre i Delije belgradesi fuggivano passando dal loro settore. Gli scontri andarono avanti fino a tarda notte, provocando 59 feriti tra i tifosi, 79 tra gli agenti della Milicija, 17 tram e decine di auto devastate, oltre 140 arresti.

La fine di un sogno

Il gesto di Boban divenne presto di dominio pubblico, i croati lo innalzarono a eroe nazionale mentre i serbi lo bollarono come ultra-nazionalista. La Federcalcio jugoslava lo sospese, costringendolo a rinunciare al Mondiale 1990, e lo condannò a pagare le spese processuali. Riguardo al suo gesto, Boban dichiarò:

Posso solo dire che ho reagito a una grande ingiustizia, così chiara che un uomo con un minimo di dignità e di orgoglio nazionale non poteva ignorare e non reagire. Ci furono sicuramente anche da parte mia abbastanza provocazioni, prima che l'agente di polizia mi colpisse e io gli restituissi il colpo.

Anni dopo l’agente, Refik Ahmetović, perdonò pubblicamente Boban per l’attacco, affermando anche che i suoi colleghi lo avevano convinto a usare un'arma da fuoco sul giocatore, sebbene i Bad Blue Boys lo stessero già scortando via.

A distanza di anni, molti storici concordano nel riportare a quella data l’inizio dei tumulti che portarono alla guerra e alla disgregazione del sogno di Tito. Come spiega Neven Andjelic, autrice di ‘Bosnia-Erzegovina: The End of a Legacy’:

È stato l’incontro più importante della storia jugoslava. Ha avuto enormi implicazioni politiche ed è stato un chiaro segnale dell'imminente violenza e della guerra che questa partita incompiuta ha consegnato alla popolazione.

Fu l’inizio della fine della Prva Liga. Al termine del campionato 1990-1991 le squadre croate e slovene abbandonarono il torneo, e lo stesso fecero l'anno successivo quelle macedoni e bosniache. L’incontro tra Dinamo e Stella Rossa, gli scontri tra tifoserie e agenti e, non ultimo, il calcio sferrato da Zvonimir Boban vennero indicati come il preludio alla guerra d'indipendenza croata, e alla fine della Jugoslavia e del sogno del Maresciallo Tito.

La guerra imperversò per cinque anni e si stima che 140.000 persone siano state uccise. I suoi effetti sono ancora evidenti oggi, non da ultimo fuori dallo stadio Maksimir, dove si trova una statua raffigurante un gruppo di soldati. Su di essa campeggia la scritta: ‘Ai fan del club, che hanno iniziato la guerra con la Serbia in questo campo il 13 maggio 1990.’

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