Caso Schwazer, Donati: "Se non mi mettono una pistola in bocca..."

In attesa delle decisioni del Gip, l'ex marciatore azzurro vuole giustizia mentre il suo ex tecnico rivela: "Combatto da anni la corruzione delle istituzioni: svelerò tutto".

Alex Schwazer

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Aveva appena 23 anni, Alex Schwazer, quando vinse la medaglia d'oro nella 50 km di marcia alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Era nata, quel giorno, una nuova stella dell'atletica azzurra, un predestinato, uno pronto a ripercorrere le orme dei grandi marciatori italiani, da Ugo Frigerio a Pino Dordoni, da Abdon Pamich a Maurizio Damilano, per citare solo i più famosi e vittoriosi.

Aveva in mano il suo destino e la sua vita, Alex, una vita insieme alla fidanzata Carolina Kostner, stella del pattinaggio su ghiaccio, famosa quanto lui, con la quale formava una coppia bella, giovane e glamour. Ma un demone lo fece deragliare e la sua vita prese la direzione sbagliata e così la sua carriera. Era il demone della tensione, della paura di non farcela, di rimanere indietro, perché gli altri, forse chissà, baravano.

E così prese a barare pure lui, a mentire a tutti e forse persino a se stesso. Scoperto nel 2012, perse l'occasione di bissare a Londra, dove era il grande favorito, il successo a cinque cerchi di Pechino. Ma Alex non si nascose, scontò la pena e decise di tentare il grande rientro. Per farlo si appoggiò a Sandro Donati, un tecnico forse poco allineato e scomodo per le sue denunce contro il doping, ma che al tempo stesso era una garanzia: con lui non si bara e Alex lo sapeva.

Schwazer
Alex Schwazer era rientrato alle corse sotto la cura di Sandro Donati

Schwazer vuole giustizia

Per questo, quando alla vigilia dei giochi olimpici di Rio 2016 arrivò la notizia della sua nuova positività e la conseguente squalifica, Alex Schwazer decise di non arrendersi. I lati oscuri nella vicenda non mancavano, Donati prese le sue parti e, insieme, cominciarono una battaglia comune. E ieri sera l'incidente probatorio con la lunghissima udienza del comandante dei Ris al tribunale di Bolzano ha dato loro speranza. In evidenza, particolarmente, c'è la differenza fra i due campioni - il primo con dna alto, il secondo altissimo - che gli erano stati prelevati dalla Wada: anomalie che la difesa tende ad addebitare a una presunta manipolazione. Moderatamente soddisfatto, all'uscita dal tribunale l'ex atleta ha dichiarato:

Non ci basta che la differenza fra i due campioni non sia spiegabile. A questo punto vogliamo certezza totale a livello scientifico. Sono tre anni che aspetto: non ho problemi ad attendere ancora.

Sandro Donati e Schwazer
Sandro Donati abbraccia Alex dopo la vittoria a Roma nel maggio 2016

Donati: "Istituzioni corrotte"

Pacato ma fermo, Sandro Donati è andato ancora più in là, prima affermando che il doping è un sistema complesso che ha avuto modo di germogliare perché non era combattuto, poi affondando il colpo e puntando il dito, sono parole sue, contro la corruzione delle istituzioni:

Se chiederemo un risarcimento? Certo. Ma non finisce qui, perché se nessuno mi mette una pistola in bocca io sono deciso ad andare fino in fondo e a spiegare tutto di questa storia.

Parole come bombe che Gerhard Brandstaetter, avvocato di Schwazer, ha in qualche modo ricalcato, ricordando che nell'inchiesta sono state rilevate anomalie pesanti, le quali hanno provocato delle ingiustizie che, ha detto, hanno a loro volta rilevanza penale. Non finisce davvero qui, insomma.

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