Luca Pagano torna al poker: "Mi mancava, sono pronto a ricominciare"

Dopo oltre due anni di assenza, il suo ritorno all'EPT di Barcellona organizzato da Pokerstars: "Servirà un po' di tempo, ma ho tanta voglia di fare bene".

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All'EPT di Barcellona organizzato da Pokerstars non è entrato a premi (e già questa, considerato il suo curriculum, potrebbe essere considerata una notizia), ma la sua presenza in Catalogna è stata comunque molto importante. Erano più di due anni, infatti, che Luca Pagano, storica voce del poker in Italia (da commentatore di Poker1Mania, programma televisivo andato in onda quotidianamente dal 2007 al 2011) e tra i più conosciuti giocatori professionisti del nostro Paese, non si vedeva seduto a un tavolo.

Si è preso un po' di pausa, ha coltivato la sua passione per l'imprenditoria dedicandosi (con ottimi risultati) ad altri settori, come gli eSports. Per questo motivo ha messo momentaneamente da parte il poker, nonostante gli abbia permesso nel corso degli anni di vincere un sacco di premi (molto remunerativi), che gli hanno consentito complessivamente di incassare oltre 2,2 milioni di dollari live.

Adesso, però, è arrivato il momento di riprendere carte e chips in mano, come raccontato dallo stesso Luca Pagano ai microfoni di FOXSports.it:

Mi sono allontanato da questo mondo perché mi piace dedicarmi a poche cose e farle bene. Gli eSports meritano attenzione energie e risorse e per me è stata una grande opportunità di business. Per sfondare nel poker bisogna dedicarci tanto tempo, energie mentali, preparazione, studiare e arrivare carichi. Parliamo di un gioco fondamentalmente mentale, di logica e concentrazione. Piuttosto che fare entrambe le cose male, ho preferito metterlo momentaneamente da parte per concentrarmi sugli eSports. Ora la struttura di questi è stata impostata, con grandi risultati. Un’avventura consolidata e avviata, cui continuo a dedicare sempre gran parte del mio tempo, ma ora ne ho abbastanza per tornare al poker.

Poker, Luca Pagano al tavolo
Luca Pagano impegnato al tavolo da poker

Il ritorno al poker di Luca Pagano

Quanto le è mancato giocare a poker?

Mi è mancato, lo ammetto. E mi ha fatto molto piacere tornare a mettere mano alle carte, dove è iniziata la mia carriera. Ho voluto dare una connotazione romantica sul perché tornare, proprio a Barcellona. Ci vorrà un po’ di tempo per rimettermi al passo, ma sento di aver trovato la carica giusta. Chiaro che non sono un giocatore full time, resto un imprenditore. La mia passione è quella di creare business. Ed è anche un motivo per cui al tavolo ho sempre avuto un approccio sistematico, territoriale. Calcolare il rischio è importante e lo faccio anche quando gioco. Per altri giocatori magari il rischio è il main driver della passione, perché genera adrenalina.

Si ricorda quando ha iniziato a giocare?

Ho iniziato per caso, come succede sempre per le cose migliori. Ero in una pausa di riflessione lavorativa, molto giovane. Ma ero già imprenditore all’epoca. Così mi sono seduto al tavolo per caso e ho avuto la fortuna di farlo con giocatori professionisti. Con loro ho perso e quella sconfitta è stata la più importante della mia vita. Ho apprezzato il fatto che con un determinato approccio, anche sistematico, si potesse avere un vantaggio sull’avversario. Ho capito che fosse un gioco di abilità. Chiaro che ci possano essere altre variabili e nel breve possano portare risultati sorprendenti, ma un approccio sistematico alla lunga paga. Un po' quello che vale nel business, nella finanza. I risultati vanno presi in considerazione in un arco di tempo medio-lungo. Aver iniziato con una sconfitta meritata è stato un segnale importantissimo. Da quel momento mi sono messo a studiare e ho iniziato a fare bene. Mi sono reso conto che giocando a poker con quell’approccio che ho voluto subito avere, rischiavo meno rispetto al rischio imprenditoriale dell’avere un’attività di business. Quindi mi sono detto “perché non dedicare qualche mese al poker?”.

E i risultati sono stati decisamente positivi...

Mi è andata bene, era più semplice vincere 30 anni fa. Questo perché in generale era più difficile reperire informazioni, educarsi nel giocare bene. Era più probabile e facile trovare giocatori medio-scarsi. Il gioco è cambiato moltissimo negli ultimi anni, con l’avvento di siti come Pokerstars sono state distribuite miliardi di mani e la strategia adesso è più definita. Per tutti è più chiaro cosa significhi giocare bene, vent’anni fa era più andare a sensazioni.

Dopo due anni e mezzo di astinenza, Luca Pagano torna al poker
Poker, Luca Pagano è tornato a giocare

Il motivo di questa crescita di livello, in fondo, è anche "colpa" sua e delle "lezioni" che dava durante Poker1Mania...

Sicuramente ho qualche colpa o merito, dipende da come la si vede. Le faccio un esempio: quando sono andato a Barcellona, ero in ascensore con giocatori italiani che conoscevo da tempo. Mi hanno detto “grazie, perché abbiamo iniziato tutti quanti con te”. Oggi sono professionisti e negli ultimi anni hanno fatto molto bene. Mi fa molto piacere che qualcuno, con le nozioni base che davo, sia riuscito ad approcciarsi al poker e farsi una carriera. Al di là del ritorno economico importante che ho avuto, essere riconosciuto è un motivo d’orgoglio. Un motivo in più per tornare a divertirmi.

Che tipo di giocatore di poker è Luca Pagano?

Mi piace reputarmi un "professionista per eccellenza". Non quel giocatore romantico, da film, che si prende dei rischi particolari. Sono un giocatore che fa tanti risultati. Magari non si prende il rischio necessario per vincere il campionato del mondo, ma il risultato te lo porta a casa. Uno stile solido, che prende sempre dei rischi calcolati. Chiaro che in una fase di evoluzione della strategia, dove l’aggressività la fa da padrona, il mio gioco debba adattarsi. È una cosa che ho potuto apprezzare a Barcellona. Sicuramente i giocatori sono più aggressivi rispetto a qualche anno fa, il che permette loro di sfruttare determinate situazioni. Devo cambiare un po’ marcia per non subire questa aggressività dell’avversario, ma non troppo, perché alla fine - e questo vale nel business e nella vita - bisogna sapere dove sei nella mano. Avere la sensibilità di leggere l’avversario e la sua strategia, quella che ha su di te. Come la tua immagine viene percepita, un secondo livello di pensiero. Nel senso, "io so quello che tu stai pensando di me". L’aspetto negativo è che devo adattare il mio stile a un trend che sta cambiando, l’aspetto positivo è che con 20 anni di esperienza ho sviluppato una buona capacità di lettura dell’avversario e di come la mia immagine venga percepita. Sono molto ottimista, ci vorrà tempo per trovare la strategia giusta, ma sono molto felice per le emozioni vissute a Barcellona.

Qual è la mano più bella della sua carriera?

Entrambe a Montecarlo, nel 2007. Era l’occasione della vita, con un primo premio da 2 milioni e siamo rimasti in 6 al tavolo finale. La mano che mi ha dato più sensazioni positive è quella in cui ho eliminato Antonio Esfandiari, io avevo asso-jack, lui asso-otto ed è andato all-in in pre-flop. Ho floppato subito la scala. Quando sei al tavolo finale, nel torneo della vita e fai fuori il giocatore più pericoloso del tavolo diventando chip leader, inizi a vedere la luce.

E quale invece quella da incubo?

Purtroppo è arrivata due ore dopo... Io coppia di jack e lui asso-kappa. Siamo andati all-in pre-flop ed è uscito un asso nel flop. Lì mi è crollato il mondo addosso. Quella giornata la ricordo comunque con piacere perché vinsi mezzo milione, ma la caratteristica del poker è questa: c’è sempre un solo soddisfatto alla fine del torneo. Anche il secondo classificato comunque va sempre a casa con l’amaro in bocca. Dopo un po’ inizi a rivalutare tutto con obiettività e dai valore al secondo posto o al sesto posto, come nel mio caso, però il torneo del poker ti porta a lasciar sempre il vincitore da solo felice del risultato.

Che differenza c'è tra il cash game e i tornei?

Sono due giochi quasi completamente diversi. Lo stile deve essere sicuramente diverso. Nel torneo quando finisci le chips sei eliminato, a differenza del cash game, dove puoi mettere mano al portafoglio e puoi ricaricare. Questo porta a dinamiche diverse, non solo psicologiche per te, ma anche per l’avversario. La strategia di un avversario è diversa, in un torneo può giocare una mano solo per eliminarti, nel cash game no. Paradossalmente poi, il giocatore dà molto più valore alle chips di un torneo rispetto a quelle del cash game, che invece hanno un reale valore economico.

Che consiglio darebbe a un ragazzo che si approccia per la prima volta al poker?

Consiglio di continuare a divertirsi, perché è un gioco affascinante e bellissimo, ma che può portare tantissimo stress a livello di risorse mentali. La varianza, cioè la fortuna o la sfortuna, può avere un impatto importante nel breve termine. Il fatto di giocare bene ma non vincere per mesi può scaricarti molto. Si riesce a superare questi momenti e a non snaturare il proprio gioco solo se si ha una forza mentale fortissima, ma quella ce l’hai se ti diverti, se ti siedi al tavolo con la passione per la competizione, per analizzare l’avversario, per socializzare e conoscere gente nuova. Queste dinamiche ti aiutano a contro-bilanciare gli effetti negativi. Se lo fai solo per vincere, invece, occorre maggiore attenzione, perché potrebbe finire male e si possono perdere di vista le cose importanti del gioco. Inizi a sederti al tavolo perdente in partenza, diventa un sacrificio e non un divertimento. È un gioco mentale, se non ci sei con la testa non ce la puoi fare. Ho visto giocatori scarsi ma con la mentalità giusta battere giocatori fortissimi ma con la mentalità sbagliata. Questo mi ha insegnato tanto.

C'è un giocatore di poker professionista che le piace in particolare?

Mi piace menzionare Dario Sammartino, arrivato al secondo posto nel torneo più importante dell’anno (il WSOP di Las Vegas del 2019, vincendo 6 milioni di dollari, ndi). È vero che non ha vinto, ma è il giocatore più affascinante in questo momento. Ha uno stile di gioco bello e divertente. E lui è un giocatore molto elegante, oltre al fatto di essere un bel ragazzo: è il prototipo perfetto per fare comunicazione. Detto questo, è un giocatore straordinario. Mi ricordo quando veniva ai tornei italiani, era giovane e magari inesperto, ma si vedeva che avesse una marcia in più. Aveva la fame, negli occhi si leggeva la sua voglia di vincere. Un ragazzo competitivo, che ha sviluppato uno stile di gioco importante. Magari 4-5 anni fa era troppo aggressivo, oggi il suo stile è perfetto. E poi è sempre in continua evoluzione, cercando di migliorarsi. Non è il tipo che siccome ha vinto tanto in passato pensa di essere a posto,  si mette sempre in discussione ed è un aspetto fondamentale per restare professionisti di successo. Felicissimo che il giocatore sia italiano e che sia straordinario. Ne sentiremo parlare per tantissimo tempo. Magari sarà un giocatore al quale chiederò qualche consiglio.

Il pokerista professionista, Luca Pagano
Luca Pagano, è tornato al poker

C'è ancora tanta differenza tra i pokeristi professionisti statunitensi e quelli italiani?

Il gap si è ridotto. L'aspetto in cui gli americani sono sempre stati molto avanti e lo sono ancora un po’, è la mentalità, l’approccio. Tra i pokeristi statunitensi è difficile trovarne uno che giochi perché cerca l’adrenalina o abbia un approccio da giocatore d’azzardo. Questo fa parte della cultura statunitense, dove il professionismo nel poker è stato sviluppato 20-30 anni fa. Anche a livello culturale ci sono meno preclusioni o preconcetti rispetto alla percezione del giocatore professionista di poker in Italia o in Europa. Grazie a Poker1Mania, ai prodotti televivisi e agli altri giocatori europei, siamo riusciti a portare più mentalità diversa che si è distribuita tra i vari giocatori. La Germania forse è il paese con la mentalità più professionistica. Il tedesco per definizione è freddo e calcolatore, la scuola più forte in questo momento è infatti la loro, composta da giocatori professionisti che danno un senso logico e matematico a qualsiasi tipo di risultato, soprattutto perché si aiutano tra di loro. Finito il torneo, si vede sempre un gruppo di 10-15 tedeschi che si confrontano su eventuali errori. Italiani, spagnoli e greci, invece, quando perdono tendono di più a cercare la scusa nella sfortuna. E se vinciamo non è fortuna, ma perché siamo bravi. Questo ha rallentato molto la professionalità. In America c’è più abitudine a seguire statistiche e numeri, anche se guardi football, basket e tutto il resto. In Italia invece “sono stato sfortunato o bravissimo”. Quello è il trend culturale ed è uno degli aspetti più belli del poker, perché al tavolo riesci a percepire la provenienza del giocatore e quindi ad apprezzare le differenze culturali dei vari paesi. In Russia, ad esempio, i giocatori sono ultra aggressivi, nei paesi mediterranei più calienti e azzardano di più, mentre tedeschi e scandinavi sono più calcolatori.

Qual è la differenza tra tornei online e tornei dal vivo?

Il gioco è lo stesso, ma entrano in gioco emozioni e vibrazioni diverse. Sensazioni che magari hai pure nell’online, ma giocare dietro un monitor ti rasserena un pochino, non pensi che l’avversario le possa cogliere e resti più rilassato. C'è una grandissima differenza, questo è un gioco mentale. Non necessariamente un giocatore online riesce a performare bene nel live e viceversa. Il giocatore abituato all'online che si cimenta nei tornei dal vivo non pensa più alla giocata giusta, ma pensa anche “se faccio la giocata sbagliata, cosa diranno poi i miei amici? Il mio avversario sta percependo che sto esitando nella decisione?". Questo cambia completamente la dinamica. Questo non vale ovviamente per tutti: i tedeschi giocano live esattamente allo stesso modo in cui giocano online.

Ogni giocatore ha una sua mano preferita. Qual è la sua?

Asso-donna, perché è stata la mano che mi ha permesso di vincere il torneo a cui sono più affezionato, l'Italian Poker Tour di Sanremo. Quello è semplicemente legato a un bel ricordo. Mai però affezionarsi a una mano, mai giocarla perché ci piace o ci dà dei bei ricordi. Vuol dire che stai prendendo decisioni irrazionali e ti vai a infilare in scelte influenzate dalle emozioni. Deve restare un bel ricordo, ok, ma la mano va giocata solo se vale davvero la pena.

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