Italbasket: ancora fallimento, ma finché le colpe sono dei singoli...

L'italbasket cede il passo alla Spagna nel finale e viene eliminata dal mondiale facendosi le stesse domande con le medesime risposte.

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Quanto è dura ingoiare il rospo della sconfitta, soprattutto quando intimamente sei convinto che quel risultato si poteva evitare, con quel quid in più d'intelligenza, lucidità, leadership o qualcosa che poi in realtà quando perdi non sai nemmeno bene cos'è. Si dice spesso che per saper vincere bisogna imparare prima a perdere. LeBron James ha dovuto ingoiare il rospo Dirk Nowitzki, che a suo tempo ne aveva dovuti ingoiare tanti altri; Kobe Bryant nonostante tutto ne ha ingoiati alcuni in carriera, ma poi tutti questi campioni, anche se a una latitudine diversa, hanno saputo vincere con le loro squadre.

L'Italbasket invece questo sapore, nella sua storia recente, non l'hai mai potuto sentire sulla lingua. Quello di oggi con la Spagna è soltanto l'ultimo rimpianto in ordine di tempo, ma che ormai somiglia sinistramente a quelli del recente passato, un momento che ormai si ripete da troppo tempo e che non può più essere considerato come un evento sporadico. Sul + 4, Danilo Gallinari si è preso per mano la squadra dopo un lungo periodo in cui era stato piuttosto tangenzlale al match e sembrava averci messo sui binari per i quarti di finale, invece ancora una volta è mancato qualcosa, forse tutto.

Da quel momento gli azzurri hanno perso concentrazione in difesa, hanno completamente staccato la spina in attacco obbligando spesso Marco Belinelli a soluzioni impossibili per pagare una cauzione che non meritava di scagionare nessuno. Alla fine della storia, anche una delle peggiori compagini spagnole viste negli ultimi vent'anni se ne facciamo una questione di qualità di gioco espressa, riesce a mettere ancora al muro ancora azzurri. Ennesimo processo dei perchè e dei per-come, ma se ci guardiamo dentro con onestà intellettuale, è difficile pensare che la cartina al tornasole del nostro movimento possa aver successo.

La Spagna beffa l'Italia
Il mondiale finisce con la Spagna

Italia: uno sviluppo che non c'è

Ormai da anni l'Italia del basket (e non solo giova dire) guarda al di fuori dei confini con ammirazione ai movimenti altrui, dicendo che c'è da imparare da questo, si potrebbe migliorare in quell'altro, ma alla fine gioca ancora con il protezionismo sugli italiani che dovrebbe aumentarne la qualità e invece crea solo una categoria privilegiata senza darle competizione, vive finali di campionato di serie A in palloni tensostatici che rendono il gioco insostenibile sia per chi lo pratica che per chi lo guarda e infine subisce ogni singolo anno fallimenti, squadre che non fanno quadrare i conti, passi più lunghi della gamba e l'intenzione a parole che la prossima volta queste cose non debbano succedere.

Con tutte queste premesse come possiamo pensare che una nazionale, insindacabile ed evidente specchio del movimento, possa raccogliere dei risultati che siano frutto di programmazione, lavoro e serietà? Gli interpreti che hanno vestito la maglia azzurra lo hanno fatto con enorme dignità, dando tutto ciò che avevano e dimostrando che questa casacca ha un significato e fa sempre tirare fuori quel quid in più di quello che si potrebbe mettere sul campo. Questa sì è caratteristica che abbiamo nel DNA, ma...c'è sempre quel ma finale.

Imparare o guardare dall'altra parte?

La frustrazione per un'altra sconfitta sul più bello fa dire cose e attaccare etichette che non dovrebbero essere date con così tanto cuor leggero. Belinelli, per esempio, ha giocato male? Si, forse molto male, ma si è presentato davanti ai microfoni assumendosi le proprie colpe. Un gesto da signore che il 3-16 dal campo non può e non deve cancellare. Avesse giocato meglio avremmo vinto, non ci sono dubbi, ma non pensiamo che sia colpa sua...perchè la colpa era del ginocchio di Melli prima della spedizione cinese, del pugno di Gallinari, della fuga dal ritiro di Hackett e di mille altre contingenze. La sostanza è che questo gruppo e questi leader, non hanno mai saputo fare loro in prima persona un passo in avanti portandosi dietro la squadra.

Questo è ahinoi un dato di fatto, così come la netta consapevolezza di non produrre mai un nucleo di giocatori di medio-alto livello degno di ambire a un podio, che sia mondiale o europeo. I talenti come Gallinari, Belinelli o Datome li hanno ormai quasi tutti, ma ciò che ci distinuge dal resto è la formazione e produzione di talenti, assieme a un pò di voglia di rischiare, perchè il futuro di questa nazionale si chiama Davide Moretti, Nicolò Manion, magari Dontè Di Vincenzo (anche se a onor del vero poteva anche benissimo essere il presente) o addirittura Matteo Spagnolo. Cos'hanno in comune questi volti del futuro? Sono cresciuti all'estero, in altre realtà che li hanno valorizzati, perchè noi dipendiamo ancora dai Vitali, dai Tessitori o dai Filloy che meritano tutto il rispetto possibile, ma identificano la completa mancanza di alternative credibili. Prenderne coscienza è tanto brutto quanto difficile da cambiare senza una solida e radicata consapevolezza che non può venire altro che da idee chiare, risorse e formazione. Perchè dalle sconfitte impari solo se hai l'onestà intellettuale di voler imparare, altrimenti è solo una ricerca della prossima scusa.

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