I romantici “irregolari”, Zigoni: “Non ero come Best: lui era come me”

Attaccante che abbinava classe sopraffina e carattere ribelle e incostante, giocò per Juventus, Genoa e Roma, ma il meglio di sé lo diede al Verona dove divenne idolo dei fan.

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La sua storia racconta in parallelo quella di un altro calcio, un calcio che oggi non esiste più. Gianfranco Zigoni ha attraversato il pianeta del pallone con una leggerezza e un’eccentricità che ai nostri giorni non sarebbero più possibili né ipotizzabili. Certo anche di questi tempi, in Serie A come all’estero, c’è chi si fa conoscere per bizzarrie ed eccessi, ma essere fuori dagli schemi negli anni 60 e 70 era cosa del tutto diversa.

Zigo, come lo chiamavano i tifosi del Verona, era genio e sregolatezza, ma quella sregolatezza era fatta di pane, salame, vino rosso e uova sode, poi certo c'erano anche belle donne e auto veloci. Era uno dei primi capelloni e le sue scelte di libertà le ha sempre pagate salate, letteralmente – una volta si beccò 30 milioni di lire di multa, roba che allora ci compravi due begli appartamenti, nuovi e spaziosi – nulla a che vedere con certi atteggiamenti da star “viziate” dei tempi moderni.

Il suo maggior rimpianto, lo ha detto più volte, fu di aver accettato il taglio di capelli che gli imposero alla Juventus – “Ero un ragazzino, troppo giovane per riuscire a impormi, ma in fondo mi sentii un verme e mi sembrò di aver tradito qualcuno” – mentre la sua mania erano le Porsche. Al plurale, perché ogni tanto ne distruggeva una – lui o qualcuno dei suoi amici cui le prestava sempre con grande generosità - e ne comprava un’altra.

Gianfranco Zigoni Porsche
Gianfranco Zigoni: le Porsche erano una delle sue passioni

Serie A, i romantici “irregolari”: Gianfranco Zigoni

Una volta si schiantò a oltre 200 all’ora, ma ne uscì senza nemmeno un graffio:

Non era ancora arrivata la mia ora: il buon Dio evidentemente pensò che se fossi andato lassù così giovane avrei combinato qualche casino anche là e decise di tenermi quaggiù ancora per un po’.

Geniale e immarcabile sul campo, disincantato e irriverente fuori, non a caso qualcuno lo paragonò a George Best, un parallelo che magari gli avrà anche fatto piacere, ma guai a chiedergli se si sentisse il Best italiano – “Al massimo era lui a essere uno Zigoni all’inglese” – anche se tanti erano i punti in comune col genio di Belfast. Gli piaceva far tardi la sera, mentre alzarsi presto al mattino non faceva per lui: un giovanissimo Francesco Guidolin, suo compagno di camera ai tempi del Verona, era addetto a svegliarlo, ma mai prima delle 10, dopo aver fatto arrivare la colazione: spremuta, latte e brioche. E quando il suo compagno di squadra Logozzo protestò col tecnico Valcareggi chiedendo parità di trattamento, si sentì rispondere che se anche lui avesse avuto i piedi di Zigoni avrebbe goduto dello stesso trattamento.

George Best
A Zigoni non è mai piaciuta la definizione di George Best italiano: "Era lui a essere lo Zigoni all'inglese"

"Meglio di Pelé"

Già, i piedi di Zigo. Il primo ad assaggiarne classe e movimenti fu José Santamaria. Classe 1944, nativo di Oderzo in provincia di Treviso, Gianfranco era stato notato 17enne da un osservatore della Juventus: arrivato a Torino, gli capitò di giocare un’amichevole contro il Real Madrid:

Povero Santa, lui era un grandissimo stopper, uno dei migliori del mondo, ma quel giorno lo feci impazzire, tanto che a fine partita chiese a Sivori chi fosse quel ragazzino che giocava meglio del “negro”. Il “negro”, seppi dopo, era Pelé.

Santamaria Real Madrid
In un'amichevole contro il Real Madrid Zigoni fece impazzire José Santamaria

E lui cresce con la consapevolezza del proprio talento e un’autostima sparata al massimo - fu il primo al mondo a osare indossare un paio di scarpini rossi anziché i neri allora canonici - tanto che, sono parole sue, si convince di essere davvero uno dei migliori calciatori del mondo, forse proprio il migliore. Poi un giorno, quand’è alla Roma, gli capita di incrociare O’Rey. L’occasione è un’amichevole contro il Santos:

Così finalmente vedo Pelé dal vivo e mi prende un colpo. Madonna, che giocatore! Ho una botta di depressione e preparo persino la dichiarazione in terza persona con cui a fine partita annuncerò in mondovisione il mio ritiro dal calcio: ‘Zigoni lascia l’attività: non sopporta che sul pianeta ci sia qualcuno più forte di lui’. Poi, per fortuna, capita che Pelé si trovi a battere un rigore e Ginulfi, il nostro portiere, glielo para. Allora è umano, penso, e così resto giocatore.

Pelé Santos
Trovarsi di fronte a Pelé lo riportò coi piedi per terra

In panchina con la pelliccia

Sì, questo era Zigoni, prendere o lasciare. E quando qualcuno provava a “educarlo” lo faceva a proprio rischio e pericolo. Ferruccio Valcareggi era stato il ct della Nazionale per otto anni, dal 1966 al 1974, un periodo d’oro per il calcio italiano, un periodo di grandissimi campioni, da Facchetti a Mazzola, da Riva a Rivera, e non era facile arrivare all’Azzurro. Gianfranco ci riuscì una volta – giocò a Bucarest contro la Romania, poi, rimasto in panchina in un paio di occasioni, spiegò al tecnico che tenerlo lì seduto era uno spreco di talento e che quindi evitasse pure di convocarlo. E così accadde. Ma poi i due si ritrovarono insieme al Verona, dove Zigo era un idolo assoluto. Un giorno, esasperato per le sue continue squalifiche, Valcareggi lo escluse dall’undici iniziale e lui, in segno di protesta, si presentò in panchina con una pelliccia di lupo, cappello da cowboy e, vezzo tutto suo, una pistola nei pantaloni:

Alla fine del primo tempo eravamo sotto 2-0 e il mister mi fece entrare. Segnai un gol, perdemmo 2-1 e a fine partita dissi a Valcareggi: ‘Visto Mister? Se mi avesse messo in campo dall’inizio avremmo vinto!’. Tengo a dire che Ferruccio era come un padre per me, ma misi quella pelliccia perché quel tirchione di Bachlechner aveva promesso che avrebbe scucito 20mila lire se l’avessi fatto.

Con Heriberto Herrera, invece, il rapporto fu molto più difficile e contrastato. Un giorno gli si presentò in camera alle 7 del mattino e lo buttò giù dal letto rimproverandolo perché il giorno prima aveva lasciato troppa iniziativa al difensore che lo marcava e a nulla valse che Zigoni gli ricordasse che la Juventus alla fine quel match lo aveva vinto. HH continuava a sbraitare e leggenda vuole che, esasperato, Zigo lo abbia appeso fuori dalla finestra tenendolo per il collo.

Quando gli prendevano i cinque minuti, in effetti, era incontenibile. Come quella volta che al termine di un match, giocava allora nel Verona, in cui un guardalinee gli aveva segnalato troppi fuorigioco, a suo parere inesistenti: corse dal malcapitato e gli spiegò per filo e per segno dove avrebbe dovuto mettere quella bandierina. Risultato: 6 giornate di squalifica e i famosi 30 milioni di lire di multa.

Cristo e il Che

A Verona era arrivato nel 1972, a 28 anni, dopo aver giocato nella Juventus – con uno scudetto, vinto nel '67, fra l’altro all’ultima giornata grazie a un suo gol - nel Genoa e nella Roma. In sei stagioni divenne l’idolo di una città intera, ancora oggi è considerato un mito, un simbolo, tanto che un giorno qualcuno appese proprio davanti all’Arena un enorme striscione con la scritta ‘Dio Zigo, salvaci tu’. Una commistione fra sacro e profano che in fondo appartiene alla sua storia, una storia in qualche modo intrisa di misticismo:

Nella mia vita ho sempre cercato Dio e continuo a farlo. Quando mi sono lasciato con la mia prima moglie ho dormito per un anno da un mio amico monsignore. Amo Cristo e anche Che Guevara, ma non sono comunista perché i soldi non mi fanno schifo.

La "Fatal Verona"

Ma parlare di Zigoni e della maglia gialloblù non può non richiamare alla mente la "Fatal Verona" e l’episodio, noto con quel nome, che tanti amari ricordi evoca per i tifosi del Milan. Era il 20 maggio 1974, ultima giornata di campionato che i rossoneri avevano condotto per tutta la stagione. Nonostante una frenata nel finale, gli uomini di Rocco, forti della conquista della Coppa delle Coppe ottenuta pochi giorni prima a Salonicco con la vittoria sul Leeds, si presentavano al Bentegodi con un punto di margine su Juventus e Lazio:

Uscito sul terreno di gioco vidi il nostro stadio tutto rossonero che sembrava San Siro. Dissi a Mazzanti ‘Questi pensano di aver già vinto, ora li metto a posto, oggi vinciamo noi’.

Indiavolato, Zigo non segnò ma fece impazzire gli avversari, stremati per una stagione dispendiosissima, e fece segnare i compagni. Il Verona, che era già matematicamente salvo, vinse 5-3. I rossoneri erano aggrappati alle radioline e tutto sembrava portare a un maxispareggio visto che né Juve né Lazio stavano vincendo, ma un gol di Cuccureddu sui titoli di coda regalò lo scudetto ai bianconeri e tolse al Milan il sogno di cucirsi sul petto la stella di quello che avrebbe dovuto essere il decimo vittorioso campionato di Serie A della sua storia. Genio, follia, o entrambe le cose? Chissà. Lui, Zigo, una spiegazione per questa sua vita sopra le righe ce l’ha ed è pienamente in linea col personaggio:

Sono nato durante la guerra nel quartiere Marconi, il Bronx di Oderzo, proprio attaccato alla ferrovia. Quando ero piccolino tutte le notti c’era un aereo che sganciava bombe su bombe per far saltare i binari e credo che tutto quel fracasso mi abbia fatto impazzire il cervello.

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