Evra parla del caso razzismo con Suarez: "Non l'ho mai odiato"

L'ex difensore del Manchester United torna sull'episodio raccontando di aver ricevuto all'epoca diverse minacce di morte: "Razzismo? In Inghilterra è un problema che riguarda esclusivamente il calcio".

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Schietto, sincero, senza peli sulla lingua e incapace di non dire quello che pensa: Patrice Evra è fatto così, piaccia o non piaccia, prendere o lasciare. Una settimana dopo aver annunciato il proprio ritiro l'ex difensore di Manchester United e Juventus torna a parlare e lo fa in una bella interivsta al Daily Mail che va a toccare numerosi aspetti del mondo del calcio.

Un mondo che Evra ha vissuto da protagonista, dagli inizii difficili tra Francia e Italia fino all'affermazione come uno dei migliori specialisti nel ruolo e i successi in serie (7 campionati, svariate coppe, una Champions League e un Mondiale per club) arrivati prima delle ultime deludenti esperienze con Olympique Marsiglia e West Ham. Una carriera degna di essere ricordata ma che nella memoria di qualcuno si riduce a un solo singolo episodio, il litigio con Luis Suarez durante un Liverpool-Manchester United che portò l'uruguaiano a essere squalificato per razzismo.

15 ottobre 2011, al termine della sfida tra Reds e Red Devils Patrice Evra racconta di aver subito per tutta la partita offese razziste da parte di Suarez e di averle riportate al direttore di gara. Accuse ribadite davanti alla commissione della Football Association, che dopo avere indagato squalifica il centravanti allora in forza al Liverpool per 8 giornate. Un atto dovuto per il terzino francese, ma non privo di conseguenze.

Patrice Evra e Luis Suarez

Evra torna a parlare di Suarez: "Non so se sia razzista ma quel giorno le sue parole lo furono"

All'epoca ho ricevuto molte lettere con minacce di morte nei miei confronti, un auto restava parcheggiata fuori da casa mia 24 ore al giorno per sorvegliare su di me e sulla mia famiglia. Non è stato facile, ma sono cresciuto a Les Ulis e per me era una cosa abbastanza normale. Forse un'altra persona sarebbe impazzita, anche mio fratello mi diceva continuamente di stare attento quando andavamo a farci un giro in macchina.

Le accuse a Suarez non furono una questione personale, Evra lo ha ribadito più volte. Non ha mai disprezzato il centravanti uruguaiano adesso in forza al Barcellona, definendolo più volte uno dei migliori al mondo nel ruolo se non il migliore. Tuttavia il razzismo nel calcio è una piaga che il francese ha deciso di combattere con tutte le sue forze e in ogni sede possibile.

Non odio Suarez, non l'ho mai odiato. In quel momento avrei voluto dargli un pugno, ma per me odiare qualcuno è impossibile. Non so se sia razzista, non conosco il suo passato, ma so che quel giorno utilizzò parole razziste nei miei confronti. Quando mi è stato chiesto di costruire la mia squadra ideale l'ho inserito negli undici: perché non dovrei riconoscere il suo talento anche se non è una brava persona? Poi io non so se lo sia o no, abbiamo avuto quell'episodio e a quei tempi non sarei certo andato in vacanza con lui. Ma non posso odiarlo.

"Il razzismo? È un problema del calcio e qualcuno deve intervenire"

Il problema è che nel calcio gli episodi di razzismo non cessano mai di accadere. A fine carriera Evra è tornato a far parlare di se per aver preso a calci un tifoso che ha insultato lui e minacciato la sua famiglia, solo nella scorsa stagione qualcuno in Premier League ha tirato una buccia di banana a Aubameyang e qualcun altro ha offeso Sterling al punto da essere allontanato a vita dallo stadio. 

Quando arrivai in Inghilterra per la prima volta Didier Deschamps mi disse che mi sarebbe piaciuta, che si trattava di un Paese aperto, dove per strada puoi incontrare persone con i capelli gialli e rossi e tutti se ne fregano. E qui ho visto tante persone diverse, con comportamenti pazzeschi e abiti ancora più pazzeschi che potevano essere se stesse in piena libertà. Ma quando sei un calciatore di colore non ti è permesso essere stravagante, le persone usano queste cose per creare odio nei tuoi confronti anche se giochi bene. 

Insomma per Evra il problema risiede principalmente negli stadi.

Non lo accetto, non lo accetterò mai. Il problema è nel calcio, non puoi definire il popolo inglese un popolo razzista, così come quello italiano. Adoro l'Inghilterra, ci ho vissuto tanti anni. Ma quando i tifosi arrivano allo stadio cominciano a comportarsi come animali e fanno di tutto per farti giocare male. È razzismo? Non lo so, ci sono tanti modi per offendere un calciatore, perché farlo con le sue origini e il colore della sua pelle? Ma non sta ai calciatori combattere questo fenomeno, tocca alla federcalcio. Se non lo farà un giorno accadrà qualcosa di brutto.

Per Evra la risposta non risiede neanche nelle campagne anti-razzismo promosse recentemente dal mondo del calcio, che secondo lui non hanno alcuna utilità. 

Non voglio indossare la maglietta "Say No to Racism". Non lo farò, perché sono campagne false, i calciatori non sanno neanche perché le fanno, qualcuno di loro si rifiuta. Ho fatto un video al riguardo su Instagram, ero vestito da panda, volevo rivolgermi ai bambini e se sei divertente arrivi a loro. Nessuno mi chieda di fare una campagna contro il razzismo come un robot, non influenzerà nessuno. Preferisco fare le cose a modo mio.

"Non so cosa riservi il futuro a Pogba. Il mio impatto con la Premier? Tremendo"

Appesi gli scarpini al chiodo Evra sta pensando di cominciare una nuova carriera come allenatore, ma prima di tutto ribadisce di sentirsi un uomo libero e di voler combattere contro quelli che ritiene siano i mali del calcio. Prima di tutto il razzismo, che non lo tocca né lo influenza ma che può farlo con altri, un pensiero che non sopporta.

Ho giocato nella Juventus in Italia e anche lì hanno lanciato banane e intonato i versi della scimmia. Quando sei forte dentro queste sono cose che non ti toccano, semmai ti rendono ancora più forte. Ma quello che non tollerò è che queste cose possano ferire chi è più debole di me. Non è giusto farlo nei confronti di nessuno, viviamo nel 2019. Rischia di diventare un'abitudine e questo è terribile. 

A proposito d'Italia e di Juventus, è noto l'interesse del club bianconero per Paul Pogba, stella del Manchester United di cui Evra è buon amico. Sul perché il rapporto tra il centrocampista e il pubblico dell'Old Trafford non sia mai decollato l'ex terzino ha una sua idea.

Non ho idea di cosa riserverà il futuro a Paul, so che alla Juventus si è sentito molto amato e non sente lo stesso amore a Manchester. Dimentichiamo sempre che un calciatore è anche una persona, per cui criticalo quando gioca male ma quando gioca bene concentrati soltanto su quello. Quando acquisti belle macchine, una grande casa, crei inevitabilmente della gelosia. Ecco perché anche a lui dico di non farsi influenzare dalle parole degli altri e di pensare solo a giocare.

Una lezione che Evra conosce molto bene, dato che chiude l'intervista ricordando il suo disastroso debutto con il Manchester United, un episodio che tutto avrebbe fatto pensare tranne che a un rapporto lungo e vincente.

Giocavamo all'ora di pranzo, avevo mangiato un po' di pasta alle 9 e non stavo bene, ho vomitato, ma non avevo il coraggio di dire a Ferguson che non me la sentivo di giocare. Avevo paura che qualcuno avrebbe detto che avevo paura, che non avevo carattere. A un certo punto durante la partita pensai "Oh mio Dio, il calcio è così duro e veloce qui, sarei dovuto restare a Montecarlo!". Ferguson nell'intervallo mi gridò che mi sarei dovuto sedere e avrei dovuto guardare e imparare cos'era il calcio inglese. I primi sei mesi furono disastrosi, ma mi allenai duramente e quando tornai dalle vacanze mi dissero "Adesso sei un giocatore del Manchester United". Ed ero così orgoglioso.

Il resto è storia.

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