Da Roma a Raw, il sogno di D3: "Rappresento l'orgoglio italiano"

La storia di Daniele Dentice D'Accadia, il 28enne romano che ha partecipato alla puntata speciale di Raw Reunion.

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Non è passato inosservato, nonostante i soli due minuti sul ring. D'altronde era una puntata speciale di Monday Night Raw, quella della Reunion delle leggende. E la sua apparizione ha destato da subito particolare curiosità. Ancora di più quando, guardando meglio, si è potuta vedere quella scritta "Roma", disegnata sia sui capelli che nel tatuaggio sul petto. La WWE lo ha presentato come Randy Rowe, in realtà il suo nome d'arte sul ring è D3 "Prince of Rome", che poi non è altro che l'acronimo di Daniele Dentice D'Accadia.

C'è stato spazio anche per lui in quello show storico, nell'ultimo incontro della serata, lo "squash match" (come vengono definite in gergo questo tipo di sfide a senso unico) contro Braun Strowman.

L'attenzione mediatica italiana si è subito concentrata su di lui, questo 28enne originario di Tor Marancia, quartiere romano, è stato preso d'assalto da complimenti e interviste, portando in alto la bandiera tricolore negli Stati Uniti, laddove il wrestling viene espresso nella sua massima espressione. Per capire come Daniele Dentice D'Accadia sia riuscito ad arrivare fino a lì, lo abbiamo contattato, trovando dall'altra parte del telefono (e dell'oceano) un ragazzo disponibilissimo.

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Allora Daniele, come fa un ragazzo romano a essere chiamato per una puntata di Raw?

Fin da piccolo giocavo a calcio, dai 7 ai 15 anni. Ho vinto i campionati regionali, abbiamo partecipato anche ai nazionali con la mia squadra, l'Eur Nova. Quindi un po’ l’impronta sportiva già c’era, si comincia a stare in gruppo, anche a livello di coordinazione. E poi facevo il portiere, quindi ero portato per salti e cose varie. Tra i 16-17 anni ho cercato su internet se ci fosse un’accademia di wrestling qui a Roma, così, non so nemmeno il motivo. Lo guardavo in tv quando ero piccolo, ho sempre seguito e mi sono sempre detto che un giorno sarei voluto diventare un lottatore. Su internet ho trovato questa accademia e ho scritto al proprietario. Mi ha detto che a settembre, uno-due mesi dopo, sarebbero iniziati i corsi e io mi sarei potuto presentare.

E ovviamente non se l'è fatto dire due volte...

Esatto, sono andato là e dal primo allenamento ho notato che i wrestler italiani erano molto differenti rispetto a quello che mi aspettavo. Vedendo il wrestling in tv ti aspettavi determinati tipi di persone e, a parte qualcuno, gli altri non sembravano atleti. Così mi sono detto “se questa gente ci riesce, perché io non dovrei farcela?”. Allenandomi mi sono reso conto che ero portatissimo, ogni cosa che mi facevano vedere la ripetevo subito senza problemi. Così ho iniziato e dopo 7 mesi ho iniziato a combattere, ho fatto il mio primo match con la Rome Wrestling Academy, nell'agosto del 2009. Ero molto tranquillo, mi allenavo tutti i giorni sul ring. Devo ammettere che ho aspettato qualche mese in più, ma almeno sapevo cosa dovessi fare. È anche il consiglio che do sempre, anche ai ragazzi che alleno: aspettare di essere sicuri al 100%.

Così è iniziata la sua carriera. Quali sono stati i passi successivi?

Ho lottato inizialmente a livello locale, a Roma. Da lì sono arrivate manifestazioni d'interesse di alcune tv regionali, che volevano registrare questi show e fare ogni venerdì degli eventi di wrestling da mandare in tv. Questa è stata la prima impronta televisiva, l'approccio per capire come funzionava il wrestling davanti le telecamere. Poi sono arrivate altre tv, anche a livello nazionale e questo ha portato a varie apparizioni, tra cui anche su Rai Due. La cosa più grande nel 2011, con la European Pro Wrestling, che ci ha proposto di realizzare una stagione televisiva, come una serie tv. Abbiamo registrato questa stagione zero, in cui veniva preso un lottatore per ogni nazione europea. Tutto è stato registrato in tre giorni, io ho lottato 6 match. È stata una bellissima esperienza, sono stato a stretto contatto con lottatori europei che erano stati in Giappone, negli Stati Uniti, con una carriera forte alle spalle. Io avevo 20-21 anni, è stato molto utile approcciarsi nel backstage con queste persone. Da lì è arrivato Super Nova, l'allenatore messicano che ha capito il potenziale che avevo, lo ha perfezionato, mi ha dato un sacco di consigli. Sia a livello tecnico che di vita, stavamo sempre insieme. Bello condividere momenti con lui sia dentro che fuori dal ring, con una persona che viveva di wrestling. Il padre d'altronde era una leggenda, "El Texano" e il fratello combatte ancora adesso con il nome di El Texano Junior. Stare a contatto con una persona del genere ti cambia molto, anche perché ha sempre visto in me la mentalità del lottatore, io andavo a tutti gli allenamenti, non mancavo mai e non mi fermavo mai. Avevo visto un investimento in questo. Normale che inizialmente vivi giorno per giorno, ma nella mia testa l’idea è sempre stata di andare Oltreoceano e mettermi in gioco con i più grandi.

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Wrestling: D3 sta per Daniele Dentice D'Accadia

Una determinazione che non è mai venuta a mancare... E poi cosa è successo?

A quel punto sono stato contattato da un promoter importante europeo della NWE (New Wrestling Entertainment). Una federazione importante, da 15-20mila spettatori a evento. Ci avevano lottato Rikishi, Ultimo Dragon, Ultimate Warrior e così via, tanti ex WWE mescolati con altri talenti. Era un onore entrare in quel giro, che ci ha proposto inizialmente di fare Italia’s Got Talent. A me e un altro lottatore, il mio amico Giuseppe, in arte King Danza. Dovevamo fare selezioni e tutto il resto. Accettiamo, l'idea era interessante. Sapevo che con la NWE sarebbe stato fatto bene. Così abbiamo iniziato le varie selezioni, tra cui Milano, Torino e così via. Le abbiamo passate tutte e ci hanno fatto sapere che saremmo stati all’interno del programma. Arriviamo fino alla semifinale. E considerando che non ci aspettavamo nemmeno di passare il primo turno, era già un grande traguardo. Per la semifinale di preparano una settimana intera, ed era l'ultimo step in cui contava il voto dei giudici. In finale avrebbe votato solo il pubblico da casa.

Perché sottolinea questo aspetto?

Perché quando siamo arrivati al sabato, il giorno della registrazione, lo facevamo dopo aver sempre provato nel secondo gruppo. Nella performance precedente noi avevamo fatto il maggior numero di ascolti. E secondo me avevano paura che arrivassimo in finale, perché a quel punto sarebbe contato il voto del pubblico. Credo che il wrestling in finale non sarebbe stato visto di buon occhio, in Italia non viene percepita ancora la cultura di questa disciplina. Fatto sta che stranamente, mezz’ora prima della puntata, ci dicono “vi hanno spostato, siete l’ultima esibizione dell’ultimo gruppo”. Saremmo andati in onda a mezzanotte. E con tutta la buona volontà, è ovvio che sia di meno il pubblico che vota. Nonostante questo il pubblico ci vota e arriviamo secondi nel nostro gruppo, quindi andiamo allo spareggio, mettendoci così nelle mani dei giudici, che non ci danno i tre sì e non ci mandano in finale. Ricordo di averla presa male, ho percepito malafede: non abbiamo perso perché non eravamo bravi, ma perché non ci volevano. Ovviamente eravamo comunque contenti per la bella esperienza. Ma pensavamo di meritare la finale, soprattutto per come avevamo portato il prodotto del wrestling in televisione, considerando gli ovvi limiti di tempo e di mosse. Una bella performance, considerando anche l’esperienza dell’epoca. In quegli anni ho potuto anche lavorare in Italia con due film, nel ruolo di stunt-man, il primo con Ficarra e Picone, girato sul lago Maggiore, il secondo, Tiger Boy, con Gabriele Mainetti, all'epoca non molto conosciuto, poi diventato famoso con "Lo chiamavano Jeeg Robot". Esperienze utili e divertenti, fatte sempre tramite il wrestling.

Torniamo alla carriera nel wrestling. Ancora deve prendere l'aereo per gli Stati Uniti.

Sì, ero sotto contratto con la NWE e non collaboravo più con RWA. Hanno capito che puntavo a mettermi in gioco in differenti realtà, ho iniziato a girare anche in Inghilterra, lottando nella prestigiosa ICW UK. Grazie ai tour con la NWE, tutti in Italia ti riconoscevano ed ero riuscito a confrontarmi con lottatori internazionali. Ho percepito che avevo fatto abbastanza in Italia, a 22 anni volevo andare dove il wrestling conta. La prima idea era andare in Messico, mi ero allenato con Super Nova, durante un tour il coordinatore degli atleti era Vampiro, uno con molti contatti in Messico, e mi aveva proposto di andare con lui. Poi non si è concretizzato nulla e ho preso la palla al balzo. Ho detto a Giuseppe: "Partiamo, scriviamo a una federazione e andiamo a New York, che è meglio della California o della Florida". Io negli Stati Uniti ci ero già stato e per noi, che andavamo senza macchina, New York era decisamente più comoda, perché molto più collegata. Scriviamo alla federazione di Tommy Dreamer, la Tommy Dreamer House of Hardcore Wrestling Academy, e ci dicono “Quando volete, venite”. E noi siamo andati.

Che effetto le ha fatto lavorare a stretto contatto con una leggenda del wrestling americano come Tommy Dreamer?

L'ho trattato sempre con grande rispetto e distacco. Lui invece è tranquillo e confidenziale, con il tempo ci prendi confidenza, una bravissima persona. Ho notato subito che gli allenamenti americani erano più facili di quelli messicani con Super Nova. Io venivo da una preparazione molto più difficile, quindi ho percepito di aver fatto la scelta giusta. Dopo il primo allenamento, Tommy Dreamer ci prende da parte e ci dice: "Siete bravi, perché non venite a lottare con me negli show?". Lui lavorava anche in altre federazioni indipendenti. Mi prese in privato e mi spiegò alcune cose del business, mi disse che in me vedeva un grande talento. Tante belle parole che il primo giorno che sono arrivato là non ho capito neanche fino in fondo. Pensi “Oh Dio, mi dice subito queste cose il primo allenamento”. Ti si apre un mondo, lui era gasato e fomentato. Mi disse: "Diventerai il nuovo Rey Mysterio”. Non so perché l’abbia detto, non mi sono mai sentito come lui. E poi è uno stile completamente differente. Però lui diceva “in prospettiva puoi diventarlo”. Secondo me era meglio pesarle le parole, non che le abbia dette in malafede, ci mancherebbe. Ma c’è sempre un ragazzo giovane di fronte. Comunque grandissime esperienze, in ambienti con lottatori di alto spessore come Carlito, Ted DiBiase Jurior, MVP, Chris Masters, Kevin Owens (all’epoca Kevin Steen), Tony Nese e così via. Impari a vedere il backstage, a capire come si sta con queste persone intorno.

Daniele Dentice D'Accadia, bandiera italiana nel wrestling Usa
Usa, una bandiera italiana nel wrestling: Daniele Dentice D'Accadia

Che differenze ha trovato tra l'allenamento italiano e quello statunitense?

Dico la verità, molte similitudini. I miei allenatori sono stati Axel Fury, The Italian Gladiator, entrambi erano stati in accademie statunitensi. E quando sono tornati ci hanno lasciato delle basi improntate sullo stile americano, questo è stato un vantaggio. Perché le cose che ho visto da Tommy Dreamer prima e AFA adesso, sono le stesse. Quello che mi avevano insegnato era giusto. A livello di differenze, invece, dico il lato atletico. Con Super Nova i messicani danno molto più spazio rispetto agli americani. Mi sono trovato meglio perché ero molto più preparato atleticamente rispetto agli statunitensi. In Messico lo standard è molto più alto, anche a livello di tecnica. In America si cerca il giusto mix, con intrattenimento e stile completamente differente rispetto a quello messicano.

E per quanto riguarda promo e attività di fronte alle telecamere in inglese?

Io avevo iniziato a studiare inglese dall’asilo, perché la mia maestra era madrelingua. Questo però è stato un vantaggio fino a un certo punto. Mio padre (ride, ndr) mi ha sempre detto “non ti è servito a niente aver cominciato a studiare inglese dall’asilo”. Effettivamente non ero bravo, non lo parlavo benissimo. Sapevo la grammatica, ma parlare è un’altra cosa. Io capivo cosa mi dicessero quando sono andato in Usa, ma dipende anche da con chi parli. Delle persone parlano lo slang spesso. Devi fare sempre questo paragone, come accade in Italia. Io capisco se uno parla italiano, ma se parla dialetto no. All’inizio c’era qualche difficoltà. La prima volta che sono andato con Giuseppe era meglio, perché in due ci confrontavamo. Lui l'ho conosciuto nel mio primo show in Italia e ci ho lottato finché le nostre strade si sono divise per un discorso lavorativo. Fino al 2015. Questo mi ha aiutato, perché avere una persona di fronte sicuramente aiuta, per tanti motivi. I promo già li facevamo in Italia, in uno dei 5 giorni d’allenamento.

Quindi le palestre e accademie italiane non sono così tanto indietro rispetto agli Usa?

La Rome Wrestling Academy è strutturata benissimo, in uno spazio di 400 metri quadri. Infatti facevamo anche degli show settimanali direttamente lì. Mi ha dato un'impronta utile, andavi là dalla 16 alle 20, era sempre aperto. Quando volevi ti potevi allenare. Io andavo tutti i giorni con il motorino, da Tor Marancia ad Acilia. Mi facevo tutta la via del Mare con il cinquantino e, per chi non fosse di zona, si tratta di un qualcosa che in teoria non si poteva nemmeno fare. Io andavo lo stesso, andavo piano piano sulla destra, con le macchine che mi sfrecciavano accanto. Una mezzoretta di viaggio e la mia idea era come se entrassi in una macchina del tempo, come se staccassi dalla mia realtà cittadina e andassi in un’altra dimensione per fare wrestling. Questo ti aiuta, perché stacchi dalla routine di tutti i giorni. Lì uno dei giorni di lavoro era esclusivamente dedicato ai promo. Bisognava lavorare con il personaggio, un giorno era strutturato sulla recitazione. Loro mettevano una musica casuale e mi dicevano “adesso fai il poliziotto”. E io lo facevo. Questo aiuta, perché se firmi contratti di alto livello, spesso devi interpretare personaggi che non sono tuoi. La maggior parte delle volte si prova a trovare un punto d’incontro, ma non sempre è così. Ti faccio un esempio: Fandango ora fa il ballerino, ma lui non ci capisce niente di danza. Ha dovuto imparare per interpretare quel ruolo. Sei un professionista e lo fai. Quello che mi ha aiutato era percepire come il pubblico volesse quella cosa. Ti faccio un esempio sul match che ho lottato. Quando mi si chiede, "che hai provato con Braun Strowman, eri spaventato?", io rispondo "no, facevo il lavoro mio". Salito sul ring ho pensato: “Cosa vorrebbe vedere la gente in tv? Anche in un film, vedendo un gigante contro uno più piccolo?”. La persona più piccola avrebbe timore, dovrebbe stare più attento. Ho percepito anche nel backstage che volessero vedere uno all’angolo che cerca di capire come vincere. Mi sono immedesimato, ma non avevo paura. Ho recitato. Tu sei anche un attore, questo la gente non lo comprende.

E molti non comprendono nemmeno il lavoro che c'è dietro. Il commento "ma tanto è tutto finto" è ormai una costante...

La parola finta è sbagliata. Lo sarebbe se quando Braun Strowman esegue una mossa su di me, io venissi sostituito da uno stunt-man, da un computer, oppure se ci fosse un cavo o un effetto per attutire la caduta. E invece no, io lo faccio a 360 gradi, perché rispetto al teatro sul ring non ci sono punti morti, intorno c’è il pubblico. Non hai margini di errore, sei live. Non sei al cinema che puoi ripetere la stessa scena. E la caduta la prendo io. "Finto" è la parola sbagliata, descrive qualcosa che non esiste. Io invece esisto, la caduta la prendo. La parola predeterminato è differente. È sbagliato il vocabolario che si usa. Io la colpa non la do solo alla gente italiana, ma anche a chi non spiega il lavoro che fa. L’aver sempre nascosto questa cosa della gimmick, di non dire quello che c’è dietro, per me è controproducente. Si avrebbe molto più rispetto del wrestling, così come lo si ha del cinema, delle arti. Faresti pensare alla gente, “Anche se è predeterminato, pensa quanto lavoro c’è dietro”. È sempre come ti poni tu, come spieghi le cose. Se uno si comporta come professionista, la cosa viene percepita da professionista. Se invece ti nascondi dietro “è tutto vero” e ti impunti dietro una cosa che non è realistica, camuffi la realtà. Sei un lottatore, ma sei anche un intrattenitore, un performer. Ma se vuoi venderti come un pugile o un lottatore di MMA non è vero, sei un’altra cosa. Bisogna spiegare alle persone il lavoro che c’è dietro. Infatti chi arriva da altri sport non è in grado di prendere i “bump” (le cadute, ndr). È una cosa innaturale cadere all’indietro senza guardare. È innaturale aspettare, è come se ti arrivasse incontro un treno e tu non ti spostassi. L’istinto ti darà la capacità di spostarti. Invece nel wrestling devi fare il contrario. Ecco perché dico che ci vuole più preparazione, alta tanto quanto negli altri sport. Mi piacerebbe che la gente si avvicinasse, ma capendo realmente di cosa si parli. Magari non gli piacerà comunque il wrestling, ma guarderà con occhio diverso il lavoro che fai. Ci vuole una grande intelligenza, non puoi essere un ignorante per fare wrestling.

Qual è la settimana tipo di un wrestler professionista?

Cambia a seconda dei casi, di base due allenamenti al giorno, uno di pesi e atletico, l’altro, che varia dalle 4 alle 5 ore a seconda delle federazioni, esclusivamente inerente al wrestling. Quindi preparazione atletica dentro e fuori dal ring, sottomissioni, chain, colpi, recitazione, intrattenimento, psicologia. Sì, psicologia, come nei film, perché racconti e porti avanti una storia, ci deve essere sempre una logica in quello che si fa. I giorni in cui abbiamo gli show, invece è differente, perché se inizia alle 20 devi stare al palazzetto alle 14. Vai molto prima, perdi molto tempo.

Quanto tempo prima viene detto cosa si dovrà fare nello show?

Per ogni show che si fa, i booker e i promoter hanno già un’idea di come sviluppare match e storyline. Loro sono mesi avanti, sempre a parte infortuni o contrattempi. Di base hanno già un’idea negli show futuri, almeno due-tre. Per quanto riguarda noi lottatori, non sempre ti viene detto il progetto futuro. Tu arrivi là al palazzetto e ti dicono cosa fare il giorno stesso. In rari casi ti viene detto “oggi farai questo perché in futuro farai questo”. Ti mettono nelle condizioni di capire dove sarebbe andata a finire quella storyline. Di norma nelle federazioni dove vado a combattere arrivo nel palazzetto e mi dicono che tipo di match serve, che minutaggio e il finale. Di base c’è sempre un finale delineato, con una mossa particolare, con o senza umiliare l'avversario.

Ma quindi tutte le mosse che vediamo nel corso dei match le decidono i lottatori stessi?

Dove c’è un grande status, in tante federazioni indipendenti, i lottatori decidono come strutturare il match. Anche in WWE ogni incontro viene supervisionato da un agente, per qualsiasi dubbio c’è lui. Tu puoi domandare: “Vorrei fare questa mossa, è corretta a questo punto del match?”. Lui è là per risponderti e darti un’idea. Nelle grande federazioni tutto passa da questo “agent”, quindi la maggior parte delle volte non è proprio carta bianca. In WXW, la federazione dove sono campione oggi, è tutto strutturato uguale alla WWE, ti arriva il foglio con cose particolari da fare durante il match. Ti danno delle linee guida da seguire. Poi ci sono lottatori che hanno più libertà, se hai uno status particolare fai come vuoi. Quando sono andato a lottare a Nashville, in una federazione molto importante come la Freedom Pro Wrestling, volevano che io facessi la C4 dalla terza corda. Lo richiedevano esplicitamente. Sapevano che al pubblico sarebbe piaciuta. A volte vogliono un determinato tipo di match. Ma non sempre, la maggior parte delle cose le puoi organizzare con il lottatore. Ci parliamo tanto tra atleti, ci sono cose che non serve preparare. C’è gente che fa tutto il match senza aver preparato nulla, a parte il finale. Perché? Perché devi seguire il pubblico, che potrebbe annoiarsi seguendo quella storia. L’obiettivo è rendere il pubblico partecipe, quindi è fondamentale saper improvvisare. Immagina quindi quanto lavori ci sia dietro. Non è un copione, hai abbastanza carta bianca sul tuo stile. Ci sono delle linee guida, allo stesso tempo devi saper capire se sei andato troppo avanti con i minuti, se il pubblico si sta annoiando. Devi magari cambiare il match in corsa. Tra gli allenamenti c’è un esercizio in cui dobbiamo salire sul ring e basta. Non sai cosa devi fare, non sai contro chi dovrai combattere. Vai avanti semplicemente comunicando. Così impari ad ascoltare, affini l’istinto a capire cosa ti dicono mentre stai lottando.

Come è arrivata la chiamata dalla WWE?

Da quando sono qui in Usa collaboro con AFA. Dopo l’ultimo NXT che ho fatto, mi ha detto “Ti contatteranno per Raw e SmackDown”. John Cohen, l’arbitro che si occupa del reclutamento di talenti mi ha contattato via mail e io ho fatto tutto quello che richiedevano. Analisi del sangue, visita medica sportiva, foto, curriculum, ecc. Alle 13 di lunedì ero a Tampa. Ho compilato una serie di fogli, tasse, burocrazia. Poi mi sono cambiato e sono andato a fare la visita medica con il medico WWE. A quel punto, se hai da fare qualcosa te lo dicono. A me non hanno detto niente, così mi sono rivestito in giacca e cravatta. Alcuni di noi in questi casi vanno al catering per mangiare, altri restano nel backstage a bordo ring per rubare con gli occhi quello che fanno gli altri. Io resto lì e 1 20 minuti prima dell’apertura delle porte arriva Cohen e mi dice “Daniele mi puoi fare un favore?”, io dico “sì, ci mancherebbe”. “Eh, vatti a cambiare, lotti”. Dico "Oh Dio". Non sapevo cosa avrei fatto, ho immaginato che forse l’unico match potesse essere contro Braun Strowman. Mi sono andato a cambiare e appena tornato mi dice: “Vai a bordo ring, hai questo match”. Così parlo con chi di dovere, c’era anche Triple H accanto a me, e mi spiegano il da farsi. Braun Strowman mi fa: “Guarda, penso che ti faccio due o tre cose e poi vorrei provare una mossa finale nuova”. E io ho pensato tra me e me, alla romana, “te pareva che doveva provarla con me la mossa nuova...”. Però ho pensato che so lottare da una vita, che non dovevo essere intimorito dall’immagine. La persona che è là, è là perché ha avuto l’occasione e perché è un grande talento. Ma se ti reputi altrettanto bravo, io e lui siamo colleghi. Siamo entrambi lottatori di wrestling. Solo che tu hai avuto la possibilità di giocare in Serie A e io ancora non ce l’ho avuta, magari nemmeno ce l’avrò. Ma un giovane talento è tanto bravo quanto chi è già arrivato in quello stesso lavoro. Ecco perché in parte ero tranquillo. Abbiamo provato questa mossa, io mi sono detto “salto il massimo possibile, devo fare il meglio. Non c’è margine di errore”. Loro sono molto professionali, sereni, disponibili. In fondo era uno squash match, due minuti, c'era poco da parlare. Ero io ad avere delle carte in mano per far vedere quello che sapevo fare. Le poche carte in mano che hai le devi sfruttare al 100%. Ho pensato: "Se tutto va come deve andare, sono l’unico italiano a farlo. A Raw, con tutte le leggende". Certo c'è stato Bruno Sammartino, ma lui è venuto in America a 8 anni, senza nulla togliere alla leggenda. Essere italiano è un’altra cosa. Io ho cominciato wrestling a casa mia, nel mio paese. Non è una gara. Ma era un’apparizione importante, nessun rappresentante effettivo c'era mai stato prima di me, a parte Monica (Ann Esposito, ndr), che ha lottato contro Nia Jax 2 anni fa.

L'italiano D3 nel wrestling americano
Wrestling americano, c'è l'italiano D3

E sull'abbigliamento? Lo ha scelto lei giusto?

Una volta saputo che mi avrebbero chiamato, a un mio amico ho detto: “Tutti vanno con il pantalone neutro perché sperano di fare il match. Ma se mi prendono, lo devono fare con il personaggio mio. Non mi faccio il pantalone a parte. Io sono questo, sennò stai cercando un’altra persona. Come se una squadra cerca un attaccante e compra un terzino destro, hanno sbagliato persona, non stanno cercando me. Io ho sempre combattuto in Italia, Europa, negli Stati Uniti. Mi sono fatto un nome nelle federazioni indipendenti. Quando sono entrato c’erano tifosi che mi hanno riconosciuto. Chi è nell’ambito wrestling, conosce i lottatori. Normale che il nome tuo giri. Anche perché “sei l’unico italiano che vive qua, quello di Roma”. Ci sono delle caratteristiche che ti permettono di essere seguito. E poi il mio nome D3 è semplice da ricordare. Questo mi ha spinto a fare bene. Ma non solo per me. Mi sarebbe dispiaciuto se un italiano fosse stato trattato come un deficiente in un evento mondiale. Mi avrebbe dato fastidio. Io non volevo rappresentare il solito stereotipo. Io ho rappresentato la vera immagine che ho della mia città. Io non vengo da "pizza e mandolino", vengo dalla Capitale. L’Italia non è quella che immaginano loro, con una visione di 100 anni fa. Io nel mio piccolo, a ogni persona che incontro nel mondo del wrestling, attacco un "pippone" vero sul fatto che l’Italia non sia così. Ci perdo tempo, l’italiano non è Nunzio, la mafia, i Soprano. Noi abbiamo grande cultura, arte, musica, siamo un paese ironico, sarcastico. E meritiamo un rispetto differente. Io nel mio piccolo cerco di far cambiare idea a tutti. Poi se ognuno lo facesse, tutti avrebbero un’idea diversa dell’Italia.

Poi è arrivato il momento di salire sul ring...

Ho pensato, forse anche troppo, non volevo sbagliare un passo. Ripetevo nella mia testa ogni singola cosa come andasse fatta. Non potevo sbagliare in quei due minuti. Poi dopo ti chiamano, non ti chiamano, ti prendono, non ti prendono. Però tu almeno sei con la coscienza a posto. Questo deve essere l’obiettivo. Ero un po’ in ansia, devo ammettere che mi hanno aiutato molto le persone che stavano intorno a me nel backstage. Tra queste Rey Mysterio, che mi è stato presentato da un mio amico, Deimos. È stato sotto contratto per vari anni con la FCW, conosce tanti lottatori, tra cui appunto Rey. Ci ho parlato una bella quarantina di minuti, dopo che mi era stato detto che avrei lottato, quindi mi ha visto già in tenuta per combattere. Mi ha dato consigli, davvero una persona molto umile. Mi ha aiutato conversare in modo tranquillo e sereno con una persona che poi, ripensandoci, era Rey Mysterio. Potrebbe permettersi di tirarsela un po’ di più, invece nella conversazione era molto sereno. Questo aiuta molto, mi ha chiesto informazioni su di me, chi ero, da dove venivo. Questo ti rilassa e ti fa sentire più “a casa”. Una volta entrato, mi sono detto che questo lo faccio tutti i giorni. Vada come vada. Devo saltare più possibile e vendere nel miglior modo possibile, perché so farlo. Ne hanno parlato un po’ tutti, anche qui in America mi hanno fatto tanti complimenti, addetti ai lavori. Ho venduto tanto, ma senza eccedere, cercando di rendere tutto naturale. Questo era il mio obiettivo, non volevo esagerare. Penso e spero di esserci riuscito.

E ora quali sono gli obiettivi futuri?

Sicuramente bisogna tornare subito a fare quello che si fa. Questa deve essere la ciliegina. Ho tanti match già scritti e che devo fare. L’obiettivo rimane lo stesso: io voglio firmare un contratto per essere una supertar WWE, oppure in ROH, in AEW, in Messico, in Giappone, ovunque. Io punto a lasciare il segno. Raw è stata una grandissima soddisfazione, la ciliegina di un gran bel periodo, considerando anche il brutto infortunio di un anno fa. La fine di un piccolo ciclo che deve comunque continuare. Non è che sono diverso perché ho fatto due minuti a Raw. Il giorno dopo ho fatto le solite cose di prima. Per il futuro ho due progetti in mente: c’è la possibilità di tornare a lottare in Italia (dove non combatto dal 2013), ma solo a determinate condizioni. Soprattutto per dare continuità ai messaggi che sto dando. Il wrestling si è rianimato e non deve essere un fuoco di paglia, ma un là per fare capire alle persone che se questa cosa venisse supportato nella maniera giusta, a noi non servirebbe aspettare Daniele o chi per lui che va a Raw. Avremmo noi le nostre superstars. A me continuano ad arrivare messaggi di gente che dice, “Allora c’è speranza”. Questa cosa deve essere un inizio o un aiuto per il movimento. Sono partito da Roma, da un capannone. Mi piacerebbe tornare in Italia e fare un match per avere la possibilità di parlare da vicino con qualcuno. Poi un altro progetto da un’altra parte, non lo posso dire. Non negli Stati Uniti comunque. E poi continuare, adesso ci saranno futuri tapings di NXT, come ho già fatto in questi mesi. Magari ti possono dare un altro piccolo spazio e qualcuno si fa largo. Io non mi limito solo a questo. Chiunque mi dia la possibilità di vivere facendo questo, lo accetto e lo prendo senza pormi limiti.

Ultima domanda. I capelli e il tatuaggio lascia pensare a una passione calcistica... È un'interpretazione corretta?

Ovvio, sono tifoso della Roma (sorride, ndr). Quando sono fuori dagli allenamenti del wrestling vedo solo calcio, è la mia passione principale da fan. A Natale ero a Roma, sono andato a vedere la partita con il Sassuolo. Non andavo allo stadio da anni, Totti era ancora in campo. È stata un’emozione indescrivibile, che bello risentire l’inno e rivedere le partite dal vivo. Da piccoli io e mio fratello andavamo sempre, abbiamo visto vincere lo scudetto, la Supercoppa. A Roma si vive di calcio, è un tutt’uno con la quotidianità.

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