Freddy Adu, il talento perduto oggi allena le stelle di domani

Quello che ai tempi qualcuno aveva definito "l'erede di Pelé" oggi allena i ragazzi di Next Level Soccer ma continua a sentirsi un calciatore vero e sogna una nuova possibilità: "Non sono finito. Neanche per scherzo."

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Diventare un calciatore professionista, magari uno dei migliori al mondo, è un processo lungo, pieno di ostacoli e tutt'altro che scontato. Un bambino che sogna di fare del pallone il proprio mestiere deve attraversare una continua serie di esami: essere il migliore nelle partitelle tra amici, il migliore nella scuola calcio, il migliore nelle giovanili, passaggi obbligati che comunque possono non bastare a raggiungere l'obiettivo.

Perché tutto può sfumare improvvisamente. Il talento da solo può non bastare, quel feeling con il pallone che hanno soltanto i predestinati può non essere sufficiente a fronte di limiti mentali o caratteriali. È fondamentale per un giovane talento non montarsi la testa, non sentirsi mai arrivato, non farsi abbagliare dai soldi e dai flash dei fotografi. Perché i riflettori possono spegnersi improvvisamente anche quando la strada sembra ormai in discesa.

Uno degli esempi più famosi, in questo senso, è quello di Freddy Adu. Professionista a 14 anni, considerato - a seconda delle versioni - l'erede di Pelé o il Pelé americano, all'abla del XXI secolo era per molti il giovane campione che avrebbe dovuto portare gli Stati Uniti a competere con le più grandi realtà mondiali. Come la storia sia andata è noto: il talento non è mai sbocciato, non si è mai affermato, finendo per indossare maglie via via sempre più improbabili. 

Freddy Adu con la maglia degli Stati Uniti
Freddy Adu ha collezionato 17 presenze (con due gol) nella Nazionale USA dal 2006 al 2011, anno del suo declino calcistico.

Da "nuovo Pelé" ai bambini di una scuola calcio, la parabola di Freddy Adu

Da quella del Benfica, il club che bruciando la concorrenza di altri grandi club europei se lo aggiudicò nel 2007, appena 18enne ma con già tre stagioni e mezzo da professionista alle spalle, all'ultima, quella dei pittoreschi Las Vegas Lights, compagine delle serie inferiori americane da cui si è svincolato nel dicembre del 2018. In mezzo falimenti in serie, 9 squadre in realtà che sono cambiate da Portogallo e Francia a Turchia, Serbia e Finlandia.

Oggi che ha da poco compiuto trent'anni Freddy Adu ha deciso di ripartire dalle basi, da Rockville, la città dov'è cresciuto nello stato del Maryland dopo essere arrivato con la famiglia dal Ghana quando era ancora un bambino. Dai bambini, a cui possono senz'altro giovare i consigli di un talento che aveva tutto per diventare un campione e che invece campione non è mai diventato, frenato da infortuni, scelte sbagliate e limiti caratteriali.

Oggi, mentre il mondo del calcio racconta delle sirene cinesi per Gareth Bale e del possibile futuro di Neymar, quello che avrebbe potuto essere uno dei protagonisti di questo mondo segue con lo sguardo le evoluzioni di una squadra Under 13 della Next Level Soccer, società creata nel 2014 da Rafik Kechrid e Dan Bulls. È stato proprio quest'ultimo, amico d'infanzia di Adu e che mai è riuscito a darsi una spiegazione sul fallimento del "Pelé americano", a a coinvolgerlo nel progetto. Ecco come racconta la sua esperienza al Baltimore Sun.

È pazzesco, perché adesso riesco a comprendere come si dovessero sentire alcuni miei allenatori riguardo le mie prestazioni in allenamento e in partita. Quando sono con i ragazzi dico loro "Ehi, io ho giocato qui, ho giocato lì, in Champions League, ero professionista quando avevo soltanto 14 anni. Ho fatto tutto questo ma ho fatto anche molti errori, che mi hanno portato dove sono adesso." Ed è difficile passare da un momento in cui ogni squadra ti vuole a quello in cui è difficile trovarne una che ti permetta di ripartire. Gli errori si pagano ed è questo quello che cerco di comunicare loro.

"Sogno di giocare ancora, non sono finito. Neanche per scherzo"

Nessuno dei ragazzini che allena può sapere con esattezza chi sia Freddy Adu, chi sia stato soprattutto, il fenomeno mediatico capace di finire ancora teenager sulla copertina di FIFA con Ronaldinho, nelle pubblicità insieme a Pelé, titolare in Nazionale a soli 16 anni. Eppure tutti raccontano che il suo impatto sulla squadra è stato determinante da subito, che i piccoli aspiranti calciatori cercano di impressionarlo, seguono i suoi consigli e si comportano già come baby professionisti.

Un allenatore nato, così viene definito Adu da Rafik Kechrid, che sottolinea come il talento perduto non abbia mai perso l'amore per il calcio, quel gioco che fin da bambino lo vedeva mettersi alla prova sul molo di Tema, in Ghana, con ragazzini grandi il doppio di lui, persino adulti, senza alcun timore. Il tocco c'è sempre, l'ultima deludente stagione con i Las Vegas Lights (14 partite e un gol) e i buoni risultati con i ragazzi non gli hanno fatto cambiare idea. Nonostante tutto Freddy si sente ancora un calciatore.

Freddy Adu
Baby prodigio del calcio mondiale, Freddy Adu è diventato un professionista nel 2003 a soli 14 anni.

Ecco perché, fresco trentenne con alle spalle una lista di occasioni perse quasi infinita, Adu continua a considerare l'occupazione attuale, i ragazzini di Next Level Soccer, soltanto una tappa intermedia, una pausa in attesa di una nuova opportunità. Sente di avere ancora qualcosa da dare al mondo del calcio, quel mondo che lo ha tanto precocemente portato alla ribalta e altrettanto rapidamente lo ha eclissato. Ha atteso a lungo una seconda chance, adesso ammette che è stata colpa sua.

Ecco perché si arrabbia con chi si muove pigramente per il campo, con chi esegue gli esercizi controvoglia, ecco perché non si stanca mai di ripetere, ai ragazzi ma sicuramente anche a se stesso, che il talento è soltanto un ingrediente per diventare un calciatore vero, ma che da solo non può bastare. 

Ho sempre potuto contare sul mio grande talento, ma ad alti livelli questo non è più sufficiente. Per questo voglio che si comportino bene e si allenino duramente. Fare l'allenatore? In futuro mi piacerebbe, lo prenderò sicuramente in considerazione. Ma adesso sogno di continuare a giocare, i ragazzi con cui sono cresciuto continuano a farlo ad alto livello, quando la gente pensa a me magari pensa invece che sono finito. Ma non sono finito, neanche per scherzo.

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