Tabarez nella storia: è il primo ct ad arrivare a 200 panchine

L'allenatore dell'Uruguay è il primo a raggiungere questa cifra con la stessa nazionale. Schivo ed elegante, con le sue idee ha riportato la Celeste nell'élite del calcio.

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Nessuno come il Maestro. Nessuno come Oscar Washington Tabarez diventato il primo commissario tecnico a sedere 200 volte sulla panchina della stessa nazionale. Una cosa sola lui e l'Uruguay, impossibile pensarli separati. Nonostante la sconfitta inaspettata ai quarti di Copa America contro il Perù. I rigori hanno tradito la Celeste, Suarez ha tradito il suo allenatore sbagliando il primo penalty della serie.  

Niente semifinale, niente sfida al Cile già battuto nella fase a gironi e soprattutto niente assalto a una competizione già vinta nel 2011 nell'epoca d'oro del tridente Cavani-Suarez-Forlan. Un anno prima quell'Uruguay si era piazzato quarto al Mondiale in Sudafrica, eliminato in semifinale dall'Olanda. 

Una delusione, un'amara conclusione di Copa America, ma la soddisfazione di essere entrato definitivamente nella storia del calcio e dell'Uruguay. Un storia d'amore quella con la Celeste iniziata nel 1988 quando venne scelto come ct e interrotta nel 1990 dopo il mondiale in Italia e l'eliminazione gli ottavi proprio contro gli azzurri di Vicini. Il Maestro torna sulla panchina della nazionale nel 2006, con il compito di risollevare una squadra incapace di qualificarsi alla Coppa del Mondo in Germania. 

Tabarez in panchina con l'Uruguay
Tabarez: la storia di un mito

Tabarez, storia di un allenatore diventato mito

Da quel momento è un crescendo con l'Uruguay che torna a recitare un ruolo da protagonista sulla scena calcistica, togliendosi di dosso l'etichetta di nobile decaduta, di vecchia gloria ormai destinata alla periferia del fútbol. Tabarez porta la squadra al Mondiale in Sudafrica e cade solo in semifinale, perdendo poi anche la finalina contro la Germania, ma regalandosi un quarto posto che sa di grande impresa dopo la mancata qualificazione di quattro anni prima.

L'anno dopo, in Argentina, la Celeste alza al cielo la Copa America battendo i padroni di casa ai quarti e il Paraguay in finale trascinata dai gol di Suarez e dal carisma di Diego Lugano capitano e anima di quella squadra. Il Mondiale in Brasile vede la Celeste ancora alla fase finale, ma poi eliminata dalla Colombia agli ottavi. La Copa America 2015 invece è forse il rimpianto più grande perché Cavani e compagni giocano bene e perdono forse in modo immeritato il quarto di finale contro il Cile, padrone di casa, che poi alzerà il trofeo. 

Il Mondiale in Russia vede l'Uruguay tornare tra le prime otto del mondo, mentre la ultime due edizioni del torneo continentale non vanno bene: eliminazione ai gironi nella Copa del Centenario e ora out ai quarti per mano dell'outsider Perù. Ma ciò che conta è la percezione di una nazionale tornata ai vertici, merito di una generazione d'oro capace di sfornare talenti come Cavani, Luis Suarez, Godin, Forlan, ma soprattutto di un allenatore in grado di dare identità e fiducia alla squadra. Un calcio fatto di sostanza, pragmatismo, efficacia. 

La Libertadores, il Milan e la malattia

Tabarez è un signore del calcio, un uomo che non ama apparire, che usa toni sempre pacati ed educati, non è uno showman alla Bielsa, uno che convoca i giornalisti per dare lezioni sulle tattiche altrui. No, niente di tutto ciò. Anche nei momenti più complicati della sua carriera ha sempre mantenuto un profilo aderente alla sua personalità. Momenti complicati come quelli vissuti al Milan. Berlusconi lo sceglie dopo una buona stagione al Cagliari conclusa a metà classifica, nel curriculum di Tabarez c'è anche una Libertadores vinta con Penarol quasi 10 anni prima. 

Il Cavaliere è convinto che l'uruguaiano sia il profilo perfetto per rilanciare il Diavolo, ma le cose non vanno come vuole Berlusconi. Tabarez viene esonerato dopo undici giornate, in cui arrivano solo quattro vittorie e dopo una serie di cinque gare senza successi. Anche la seconda esperienza a Cagliari va male e Cellino esonera il tecnico dopo quattro partite. Seguono anni difficili con Boca e Velez e poi cinque in stand-by.

Il ritorno sulla panchina dell'Uruguay è la rinascita anche per il Maestro che oggi va avanti nonostante la malattia che lo affligge, una neuropatia che lo costringe a muoversi con le stampelle poiché la sindrome di Guillain-Barré attacca i nervi periferici e non permette ai muscoli di funzionare correttamente. Ma Tabarez non ha alcuna voglia di fermarsi, di dire basta ed è già pronto a guidare la Celeste alle qualificazioni ai prossimi Mondiali: 

Finché ne avrò la forza, fino a quando Dio me lo permetterà, io continuerò ad allenare

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