Napoli, Koulibaly: "Impariamo dai bambini nella lotta al razzismo"

Lettera aperta del difensore senegalese: "La prima volta che ho veramente vissuto il razzismo nel calcio è stato contro la Lazio. A Napoli ho trovato la mia pace".

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Tra i più forti difensori della Serie A e del calcio mondiale. Un percorso passato per il Belgio, un primo anno di adattamento e in Serie A e un quadriennio da leader al centro del reparto arretrato del Napoli. Kalidou Koulibaly è però anche un esempio di resistenza silenziosa contro un fenomeno spregevole quale il razzismo. Il difensore senegalese lo ha confessato a The Players' Tribune.

Il centrale classe 1991 si è raccontato dagli esordi in Francia fino all'avventura napoletana, ma tra i passaggi più incisivi ci sono i messaggi riguardanti gli episodi di razzismo che lo hanno, suo malgrado, riguardato. L'immagine più recente, che ha generato settimane di polemiche, è quella della sua espulsione a San Siro contro l'Inter lo scorso 26 dicembre, preceduta dai "buu" arrivati dagli spalti di San Siro, ma i ricordi di KK volano alla prima stagione in Italia.

Stadio Olimpico, Lazio contro Napoli. Koulibaly ha raccontato che ogni volta che toccava palla sentiva degli ululati nei suoi confronti dagli spalti. Versi della scimmia, durati per diversi minuti e confermati anche dall'ascolto dei compagni di squadra, fino a portare l'arbitro Irrati a minacciare la sospensione della partita. Il difensore, in questi giorni in scena con il Senegal in Coppa d'Africa, ha raccontato un messaggio di speranza arrivato in quell'occasione da un piccolo spettatore.

La prima volta con  la Lazio mi chiedevo se facessero sul serio, io ero lì solo per fare il mio lavoro che amo con tutto me stesso. Finire la gara era l’unica cosa che volessi nonostante i cori incessanti. "Perché lo fanno? - mi chiedevo - perché sono nero? Non è normale essere nero in questo mondo?". Un bambino che era allo stadio, a fine partita, mi disse che era dispiaciuto e fu importante per me. I bambini vedono il mondo in altro modo.

Napoli, Koulibaly ha ricordato un episodio di razzismo vissuto contro la Lazio
Napoli, Koulibaly ha ricordato un episodio di razzismo vissuto contro la Lazio all'Olimpico

Napoli, Koulibaly e il razzismo: "Seguiamo il modello inglese"

Gli ululati nei confronti di Koulibaly non sono solo un ricordo. Anche i tempi più recenti hanno confermato che qualche idiota pronto a urlare "buu" dagli spalti frequenta ancora gli stadi italiani. Il difensore del Napoli ha provato anche a indicare un modello da prendere a riferimento:

In Italia, quando capita un episodio del genere le società fanno un bel comunicato e poi succede di nuovo. Si vede invece quanto è cambiata la situazione in Inghilterra. Quando la persona responsabile viene identificata, viene radiata a vita dallo stadio.

Kalidou Koulibaly si allena con il suo Senegal
Koulibaly si allena con il suo Senegal, impegnato in Coppa d'Africa

La cultura del rispetto e della condivisione di valori in grado di andare ben oltre il colore della pelle fa parte delle radici di Koulibaly. Il giocatore ha raccontato di essere nato a Saint-Dié-des-Vosges, da genitori arrivati in Francia dal Senegal (suo padre era un taglialegna e prima aveva lavorato un una fabbrica tessile). I suoi ricordi d'infanzia suonano come un insegnamento:

Il campo era metà erba e metà cemento e spesso dovevamo fermare il gioco per lasciare passare le macchine. C’erano tantissimi immigrati nel quartiere. Giocavamo partite come Senegal contro Marocco, Turchia-Francia, Turchia-Senegal. Eravamo neri, bianchi, arabi, africani, musulmani, cristiani, ma eravamo tutti francesi. Abbiamo le nostre differenze, ma in fondo siamo tutti uguali.

Napoli, Koulibaly in azione contro il Genoa al suo primo anno in Serie A
Kalidou Koulibaly in azione contro il Genoa al suo primo anno in Serie A

La prima telefonata con Benitez e l'incontro con Aurelio De Laurentiis: "Sembravi più alto"

Con la maglia del Napoli, in cinque stagioni ha collezionato 212 presenze, 10 reti e una Supercoppa italiana. Il rispetto Kalidou se l'è meritato sul campo, anche se non manca un tocco d'ironia quando si tratta di raccontare il primo impatto con il calcio italiano. A partire dalla prima telefonata con Rafa Benitez, l'allenatore che l'ha voluto per primo sul Golfo:

Giocavo nel Genk e il mio amico Ahmed sarebbe venuto a stare da me per qualche giorno. Stavo aspettando che arrivasse in stazione quando ricevetti una chiamata da un numero sconosciuto. Risposi in inglese: “Pronto, chi parla?". "Salve, sono Rafa Benitez". Di risposta, attaccai. Poi mi chiamò di nuovo e riattaccai. Finché non ricevetti una chiamata del mio procuratore che mi disse che mi avrebbe chiamato Benitez.

Quello dall'altro capo del telefono era proprio l'allenatore spagnolo. I due parlarono del calcio italiano, della città e dei giocatori. Inizio di una lunga storia d'amore passata anche per un aneddoto che riguarda Aurelio De Laurentiis, nel giorno della firma del contratto:

De Laurentiis mi guardò perplesso e mi disse: "Quindi sei tu Koulibaly?". Risposta affermativa. "Ma non eri alto 1,92?". "No, presidente, sono alto 1,86". La sua replica? Disse che avrebbe chiamato il Genk per avere dei soldi indietro. Io gli dissi di pagare il prezzo pieno, perché avrei dato ogni centimetro in campo. Gli piacque molto questa frase. Si mise a ridere e mi diede il benvenuto.

Kalidou Koulibaly e Maurizio Sarri ai tempi del Napoli: hanno condiviso tre stagioni in azzurro
Kalidou Koulibaly e Maurizio Sarri ai tempi del Napoli: hanno condiviso tre stagioni

"Sarri un pazzo, a Napoli ho trovato la mia pace"

A cinque anni dal suo arrivo in Serie A, Koulibaly è talmente integrato che i suoi amici non lo chiamano più “il senegalese” o “il francese”, "il napoletano”. In azzurro ha conosciuto le sue migliori fortune sotto la guida di Maurizio Sarri. E proprio sull'attuale allenatore della Juventus il difensore ha raccontato un episodio curioso, risalente al giorno in cui è nato il suo secondo figlio Seni.

Dovevamo giocare contro il Sassuolo alla sera e a mezzogiorno sono diventato papà, così sono andato in ospedale da mia moglie dopo aver ricevuto il permesso di Sarri. Alle 16 mi chiamò il mister: è pazzo, lo dico nel senso positivo. Mi pregò di tornare perché avevano bisogno di me. Arrivai allo stadio e nell'elenco dei titolari non c'era il mio numero. Credevo fosse uno scherzo. Mi aveva messo in panchina. Gli dissi: "Mister, ho lasciato in ospedale mio figlio e mia moglie. Mi ha detto che aveva bisogno di me". Lui mi spiegò che aveva bisogno di me, ma per la panchina. Magari può sembrare una storia negativa. Ma per me questa storia comprende tutto quello che amo di Napoli. Se la dovessi spiegare, non si capirebbe. Bisogna viverla.

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