NBA: Celtics a picco e la ricerca della felicità di Kyrie Irving

I Celtics vengono eliminati di Bucks dopo una stagione travagliata, una leadership mai trovata da Irving e una dura lezione.

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Sessanta vittorie. Questa era una credibile previsione per i Boston Celtics in regular season. Dopo la corsa tanto inaspettata quanto ricca di rimpianti della scorsa stagione che avrebbe potuto garantire la finale NBA senza Kyrie Irving e Gordon Hayward, si pensava che, al netto di una fisiologica crisi di rigetto per il ritorno dell’ex Jazz, i Celtics avrebbero poi ingranato le marce alte e sarebbero arrivati ai playoff con la chimica giusta. Se a questo aggiungiamo la profondità incredibile a disposizione di Stevens, non pensarli in finale di conference era perlomeno azzardato.

L'inizio è stato difficile, come era anche lecito aspettarsi. Reinserire Kyrie Irving nelle rotazioni, ma soprattutto nella ripartizione delle responsabilità non è sempre semplice e se a questo aggiungiamo la presenza di un Gordon Hayward da centellinare tra la voglia di recuperarlo dandogli fiducia e la necessità di non forzare, gli equilibri da trovare sarebbero stati molto sottili. Brad Stevens però ha dimostrato in diverse occasioni di esse un alchimista incredibile, infatti c'è stata tantissima della sua mano nella corsa che ha portato una Boston senza stelle a un passo dal giocarsi il titolo NBA con i Warriors.

La tanto agognata chimica, il talento e la voglia di finire un lavoro iniziato dodici mesi prima non sono mai arrivate perché i Celtics hanno faticato per tutta la stagione, non hanno mai trovato la quadratura del cerchio e sono stati invasi più volte dalle esternazioni del loro leader che hanno sempre leso l’ambiente piuttosto che motivarlo. La risultante è stata una stagione sotto il par e per certi versi inaccettabile alla luce del talento a disposizione, di stelle in the making come Brown e Tatum, assieme a role player di livello come Smart, Rozier e Morris. Il 4-1 subito dai Milwaukee Bucks è stato pesantissimo, un po' per come era iniziata la serie, un po' per come i Bucks abbiano letteralmente dominato.

La caduta di Kyrie

NBA: la lunga estate/stagione di Kryie Irving

A ottobre Irving si è seduto in mezzo al campo del Garden dicendo che non avrebbe lasciato per nessuna ragione i Celtics. Durante la stagione ha sconfessato, confermato (poco) e di nuovo sconfessato il tutto in modo anche poco carino:

Non devo un c***o a nessuno.

Questo ha minato letteralmente dall’interno l’ambiente dei Celtics, distogliendo l’attenzione dal campo e portandone di negativa sulla stella conclamata, il leader designato e una società che ha dovuto far fronte al futuro prima di quando avrebbe voluto. Ne sono nate una serie di uscite infelici di Kyre: dalla terra piatta, a quella sopra citata, sino alla telefonata di scuse a LeBron James per essersene andato da Cleveland.

È immaginabile cosa, in una stagione già travagliata a livello mediatico, possa scatenare una confessione del genere. E questo si è riflesso anche in campo.

Gli ho detto che secondo me non deve cercare la felicità perfetta nella sua carriera, perché non è detto la potrà mai trovare. Forse potrebbe ragionare sulla felicità che ha già.

Queste le parole che la nota giornalista Jackie Mc Mullan ha detto personalmente a Kyrie Irving e ha condiviso in un podcast su ESPN, centrando perfettamente il senso d’insofferenza che Irving ha riferito a tutti e soprattutto riversato sul campo sotto forma di una tragica serie contro i Bucks. Ora ha un’estate per pensare di ritornare da LeBron (clamoroso autogol), andare ai Knicks portando con sé Kevin Durant, restare, oppure cercare un’altra meta, ma se l’idea di andarsene da Cleveland per guidare in prima persona una contender era assolutamente condivisibile, la sua gestione di questa stagione ha molte peculiarità, ma di certo non quella del leader.

Irving e il destino di Rozier

Quale il futuro?

Con una stagione alle spalle così fallimentare, alla luce delle prospettive, quali possono essere gli scenari nel futuro dei Celtics?
Molto passerà dalla decisione di Kyrie Irving, che potrebbe essere direttamente legata al discorso Anthony Davis, ancora in cerca di casa. Ma oltre a lui c'è chi ha il suo destino in bilico come Terry Rozier che ha detto:

Sono passato dalla prima fila alla stiva.

Il riferimento è ovviamente al suo impiego e alla sua importanza in squadra. Per questo la decisione del front office e di Kyrie Irving influirà direttamente la free agency di Scary Terry. Dall’altra parte l’eventuale arrivo di Anthony Davis coinvolgerà la coppia Brown-Tatum (se non entrambi) con Al Horford che potrebbe riconsiderare la sua situazione sebbene abbia sempre invitato i giovani del roster (e non solo) a capire che a Boston si potesse costruire qualcosa d’importante e magari vincere il titolo NBA. In caso di non arrivo di Davis, il gruppo potrebbe rimanere intatto e anche se dovesse andare via Irving, l’opzione per convincere Rozier a firmare dandogli lo spazio che lo ha reso protagonista nella scorsa stagione diventa una strada percorribile. Sono tanti i punti interrogativi e al momento poche le risposte, perché ci potrebbe essere un effetto domino, come un totale immobilismo. Difficile fare pronostici ora, ma lottare per il titolo NBA l’anno prossimo non sarà più un’opzione ma un obbligo.

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