De Bruyne: "Al Chelsea ho parlato con Mourinho solo due volte"

Il centrocampista del Manchester City parla del suo rapporto con il tecnico portoghese a Stamford Bridge: "Sentivo che il club non mi voleva. Gli dissi che avrebbe fatto meglio a mandarmi via".

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Quello tra Kevin De Bruyne e José Mourinho era un rapporto fatto di poche parole. Nei due anni trascorsi al Chelsea il centrocampista belga non è riuscito a entrare nelle grazie del tecnico portoghese. E l'assenza di dialogo tra i due in parte spiega e giustifica il malessere avvertito dal giocatore in quell'ormai lontana stagione 2013-2014, quando a Stamford Bridge il suo talento ritardò a esplodere.

La stampa ha scritto molto sul mio rapporto con José Mourinho, ma la verità è che ho parlato con lui solo due volte. Il mio piano è sempre stato andare via in prestito per un po' di tempo.

Durante la stagione (2012-2013) trascorsa in prestito al Werder Brema, però, il potenziale di De Bruyne uscì allo scoperto. Il giocatore era pronto a far ritorno a Londra e in cuor suo sperava che le 10 reti siglate nelle 33 presenze collezionate in Bundesliga avessero convinto Mourinho a dargli un'occasione. Ma anche in quel caso nessun dialogo, De Bruyne dovette accontentarsi di un messaggio. L'allenatore gli scrisse che sarebbe rimasto al Chelsea, perché era lì che lo voleva, nella sua squadra. 

De Bruyne pensò che da lì in avanti Mourinho lo avrebbe coinvolto nel suo progetto. E fu così. Almeno per le prime partite della stagione 2013-2014. Il belga disputò buona parte delle due sfide contro Hull City e Manchester United e si ritagliò cinque minuti di gioco contro il Fulham. Poi, però, Mourinho lo mise da parte e lo fece sedere in panchina. 

De Bruyne racconta la sua esperienza nel Chelsea di Mourinho
Kevin De Bruyne al Chelsea

De Bruyne: "Mourinho mi chiamò nel suo ufficio, fu un momento di svolta"

A dicembre arrivò finalmente il confronto. Uno di quei momenti che hanno segnato la carriera di De Bruyne e che il centrocampista riconosce come un vero punto di svolta. Quella volta Mourinho decise di affrontarlo a quattr'occhi. 

José mi chiamò nel suo ufficio e quello probabilmente fu il secondo momento di svolta più importante della mia vita. Aveva dei fogli davanti a sé e mi disse: 'Un assist. Zero gol. Dieci recuperi'. Impiegai un minuto per capire cosa stesse facendo. Quindi iniziò a leggere le statistiche degli altri giocatori - Willian, Oscar, Mata, Schürrle - ed erano una cosa come cinque gol, dieci assist e così via.

De Bruyne cercò di dire la sua, facendo presente al suo allenatore quanto in realtà fosse stato impiegato poco fino a quel momento: 

Jose aspettava che gli dicessi qualcosa e quindi finalmente dissi: 'Ma alcuni di questi ragazzi hanno giocato 15 o 20 partite. Io ne ho disputate solo tre. C'è una differenza, no?'. Era tutto così strano. Fui completamente onesto con lui e gli dissi: 'Sento che il club non mi vuole realmente qui. Io voglio giocare. Fareste meglio a vendermi'.

Detto fatto. Nel gennaio del 2014 De Bruyne venne ceduto al Wolfsburg per 18 milioni di sterline. E da lì in poi iniziò la sua ascesa: da talento incompreso a stella del calcio internazionale. Ma quelle poche parole che scambiò con Mourinho le ricorda ancora. Quel giorno di dicembre lo ha segnato tanto quanto il primo rifiuto ricevuto durante la sua adolescenza. Arrivò quando il centrocampista aveva 14 anni ed era alla sua seconda stagione all'accademia del Genk.

All'epoca era ospitato da una famiglia che lo stesso club aveva trovato per lui. Ma dopo un anno di convivenza gli affidatari decisero di non voler più occuparsi del ragazzo per via del suo carattere introverso. Ci ripensarono solo quando De Bruyne riuscì a essere promosso nella seconda squadra del Genk. A quel punto erano disposti ad accettarlo di nuovo nella loro casa. Ma il belga reagì facendo valere il suo orgoglio. E quello fu il primo passo verso un percorso chiamato crescita, lo stesso che lo ha reso il ventisettenne sicuro di sé di oggi.

Mi avevano davvero ferito, quindi ho detto: 'No. Mi hai gettato nella spazzatura, ora sto andando bene e mi vuoi indietro?'. Ora però vorrei ringraziarli: quell'esperienza è stata un vero carburante per la mia carriera. Ma sfortunatamente quella nuvola ancora mi perseguita.

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