NBA: Harden, un campione formato MVP, ma ora basta con i passi

Il talento di James Harden non è in discussione, così come il suo trademark move, ma le infrazioni andrebbero sanzionate con regolarità.

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Prima di addentrarci nel discorso tecnico ed emotivo, bisogna dire che i Rockets sono la squadra più calda della NBA cavalcando la miglior striscia attiva con cinque vittorie (di cui una a casa dei campioni senza Harden e una a Boston la notte scorsa) e che soprattutto rischiano di essere la squadra che arriverà ai playoffs più in gas di tutte. Ora il roster a disposizione di D’Antoni è completo dopo una sciarada d’infortuni, contrattempi e difficoltà di ogni genere. La vittoria a Oakland è stato il più classico dei statement game, seguito poi dal controllo avuto a Boston che ha solo confermato la salute della squadra.

I Rockets sono a una sola lunghezza dal terzo posto a Ovest grazie a James Harden, che ha inanellato una serie di partite da one man show che li ha tenuti a galla. Le prestazioni mostruose del Barba a livello realizzativo con trentadue partite consecutive sopra i 30 punti realizzati, hanno fatto storcere il naso a molte ex stelle dicendo che quel tipo di gioco fosse noioso e non avrebbe portato alle vittorie. Nonostante questo era l’unica soluzione per mantenere i Rockets in linea di galleggiamento in attesa del rientro di tutti e il Barba ha abbracciato perfettamente questa necessità andando contro le (a tratti paradossali) critiche nei suoi confronti.

L’unica critica che si può e si deve fare oggidì riguarda la regolarità di alcuni suoi movimenti, sebbene non bisogni puntare il dito contro di lui, ma bensì verso chi lo giudica. Il suo famigerato step back da tre punti è diventato l’arma più immarcabile di tutta la NBA e ha un tasso di realizzazione altissima, considerato che spesso quando non va a bersaglio lo manda in lunetta per tre liberi. Tutto questo è una gioia per gli occhi e vederlo all’opera in attacco rimane un’esperienza mistica. Tutto quello che analizzeremo dopo non va minimamente a intaccare quel fenomeno che è James Harden, ma va assolutamente analizzato per onestà intellettuale.

NBA: gli arbitri e la benda sugli occhi

Fatta la debita premessa, sarebbe fazioso non ammettere che nella valutazione arbitrale su Harden qualcosa non vada. Sembrava già folle che non fosse stato fischiato nulla sul famoso step-step-back contro gli Utah Jazz dove, con quattro passi si era separato per un tiro, guadagnando anche tre tiri liberi. La notte scorsa contro i Celtics la storia si è ripetuta, non in modo così eclatante ma comunque evidente. Isolato in ala dopo il solito show di ball handling, arriva lo step back e la tripla che è un dardo infuocato nel cuore degli avversari. Movimento e tiro da stella assoluta, ma viziato da un’altra infrazione di passi che indirizza definitivamente la partita verso Houston.

Irving difende alla grande restando tra lui e il canestro anche dopo il primo step back. Quando lui ne compie un altro per andare ancora più indietro il difensore non può matematicamente essergli ancora addosso. Inconsciamente il giocatore in difesa sa fino a che punto l’attaccante può muoversi e ovviamente fatto lo step back ci deve essere un tiro o un passaggio. Dare la possibilità all'attaccante di fare un altro movimento penalizza il difensore senza che ce ne siano i presupposti e anche una difesa competente viene annullata. Quando arriva un altro passo, la separazione e la bomba senza che nessuno appulcri verbo, sembra evidente la stortura di ragionamento. Non è ammissibile che venga concesso deliberatamente un movimento al di fuori del regolamento senza che vengano presi dei provvedimenti.

Passi e difformità: bisogna fare qualcosa

La cosa che prima di tutte mi salta all’occhio è che nessun giocatore, pur subendo un’infrazione di tale evidenza, protesti minimamente. È successo con i Celtics, ma anche nella clamorosa topica contro Utah, è il solo Rubio a fare un timido gesto nei confronti dell’arbitro, senza riscuotere grande considerazione. Un movimento ormai sempre più frequente nella NBA che va chiaramente al di fuori delle regole e per questo va sanzionato come tale se lo fa James Harden o chi per esso. Pochi giorni dopo il "fattaccio" contro Utah, infatti, Curry è stato sanzionato per un movimento analogo e ha protestato facendo chiaramente il numero 13 e dicendo:

Perché lui si e io no?

Se è vero che non si rimedia a un errore con un altro errore e che in molti ambiti ora monti la polemica su questo immeritato vantaggio di cui Harden gode, non è il momento di porre fine alla cosa mettendoci un minimo di attenzione da parte degli arbitri? L’NBA si è sempre caratterizzata per un metro (condivisibile o meno) uniforme nelle scelte e posto che la soluzione è di sanzionare con l’infrazione questo movimento, forse è giunto il momento di applicare il regolamento con più attenzione, anche perchè ridurre tutto il talento di Harden al fatto che faccia passi non fa bene alla lega e non rende giustizia a un campione. Non c’entra essere filo europei, puristi o hater come spesso si legge a varie latitudini sui social network: se c’è un regolamento va rispettato o altrimenti rendiamo validi i due passi per tutti, con la postilla che bisognerebbe cambiare il regolamento del gioco e non sarebbe forse la soluzione più intelligente da adottare.

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