NBA: Celtics a picco, dubbi sul futuro e la leadership di Irving

I Celtics perdono malissimo a Toronto, Irving prende le distanze dalle dichiarazioni dei compagni ed è caos a Boston.

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Maggio 2018. Sembra passato un secolo e invece i mesi sono solo nove, di cui solamente poco meno di cinque di gioco, eppure il cielo sopra Boston non si è tinto di un blu ancora più acceso, ma si è incupito diventando grigio e a tratti quasi nero promettendo tempesta. I vicecampioni della Eastern Conference nella scorsa stagione, che sono andati a un paio di piazzati segnati dalla finale NBA, ora sono all’interno di un vortice difficilmente spiegabile, ma quantomai chiaro che non sembra avere fine. Nel Massachussets non possono accettare un tale spreco di talento, risorse e organizzazione in quella che doveva essere la stagione del rilancio e il vero tentativo di caccia al titolo prima che Kyrie Irving decidesse il proprio futuro.

Solo LeBron James e tutta la sua fame indomita nei playoffs gli ha portato via la finale nella scorsa stagione, quando sia Hayward che Irving erano ai box a guardare i compagni. I biancoverdi sono stati in grado di trovare un Tatum in formato MVP candidate, un Brown leader e una batteria di giocatori funzionali al sistema come Morris, Horford, Smart e la crescita esponenziale di Rozier. Il sillogismo sembrava automatico e se sono arrivati in finale di conference con quella conformazione, pensare a qualcosa di diverso dalla finale NBA con Hayward e Irving era perlomeno improbabile. Invece, come spesso capita nella pallacanestro, la somma dei singoli non sempre fa il valore finale e mai come in questa stagione sembra che l’incredibile talento dei tanti singoli a disposizione di Stevens non sia in grado di fare una somma commisurata alle aspettative.

La stagione era iniziata con tanta carica positiva e un Kyrie Irving seduto in mezzo al campo del TD Garden a fugare ogni voce su una sua eventuale dipartita. Un gesto di rassicurazione e convinzione che aveva messo gli animi in pace nella dirigenza e nei tifosi biancoverdi. A metà stagione, le insistenti voci che lo vedrebbero a New York insieme (magari) a Kevin Durant sembravano puro fantabasket legato ai movimenti di Dolan e soci, ma quando interrogato sulla vicenda ha risposto:

Io non devo un c***o a nessuno. Deciderò cosa è meglio per il mio futuro.

Si è scatenato il classico polverone di mercato che potrebbe essere uno dei motivi principali degli insuccessi biancoverdi attuali.

La dubbia leadership di Kyrie IrvingGetty Images

NBA: Kyrie e la difficoltà di essere leader

Possiamo dire senza timore di smentita che Kyrie Irving, a livello di talento, possa essere un maschio alfa di una squadra NBA che ambisca al titolo, sebbene oggidì una sola stella non basti più per avere quel tipo di velleità. Al momento è il volto della franchigia e nei piani di Ainge quando ha scambiato per lui, doveva esserlo anche per gli anni a venire, ma ora la situazione sembra cambiata e la terra (non piatta come sostiene Uncle Drew) sotto i piedi del front office non è più così salda. Le sue esternazioni in questa stagione hanno lasciato più perplessi che persuasi, partendo dal terrapiattismo, passando per la telefonata redentrice a LeBron James, per poi chiudere alle esternazioni da leader che forse al posto che consolidare la sua posizione l’hanno indebolita.

Nella notte Marcus Smart ha detto:

Non siamo un gruppo, non giochiamo come tale. Lo diciamo ma non siamo in grado di confermarlo sul campo.

Stevens ha aggiunto:

Abbiamo dei problemi difensivi, non riusciamo a fare un extra sforzo con continuità. Contro Milwaukee ci siamo riusciti, ma non siamo in grado di farlo tutte le sere e contro tutte le avversarie.

Le risposte di Kyrie Irving sono state:

È un’idea di Marcus. La rispetto. Per risolvere i problemi difensivi ci penserà Brad.

Non necessariamente le dichiarazioni di un leader che dovrebbe metterci la faccia nei momenti più difficili, come il -23 contro i Raptors sicuramente è.

Le difficoltà dei CelticsGetty Images

E se fossero ancora i favoriti a Est?

Nonostante i problemi di alchimia, difensivi e tutti quelli a contorno, i Celtics rimangono per talento, profondità e varietà di soluzioni ancora la squadra più forte che può affacciarsi ai playoff della Eastern Conference, con buon pace dei Raptors che stanno giocando ad alto livello e affinando le loro armi per la postseason. Il problema rimane un record assolutamente deficitario, soprattutto per essere a Est e al momento sono a due partite dai Sixers per il quarto poso e addirittura tre dal terzo occupato dai sorprendenti Indiana Pacers.

Di certo vorrebbero scongiurare un primo turno contro i Sixers che renderebbe difficile e ostica la cavalcata per i sogni di gloria, ma a bocce ferme se i Warriors avessero pensato a quale squadra avrebbe potuto metterli in difficoltà in una serie a sette partite, difficilmente si sarebbe andati fuori da Boston. Come spesso succede, però, soprattutto ai playoffs la cosa più importante rimane l'identità e l'unione d'intenti, che devono preoccupare più dell’attuale record in classifica. LeBron James ha già dimostrato che una squadra può cliccare nel momento giusto per alzare il proprio rendimento, ma per farlo ha bisogno di una guida forte, decisa e sicura in campo, cosa che al momento Irving non è e da lì in poi arrivano tutti i dubbi che pervadono i Celtics in ottica immediata e futura.

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