Schwazer: "Nel 2016 ero pulito e mi batto per dimostrarlo"

L'ex marciatore azzurro non molla e vuole dimostrare che i suoi campioni di urina di allora furono manipolati: "Volevano farmi fuori". E dice la sua anche sul caso Froome.

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Gli anni passano, oggi Alex Schwazer ne ha 34, di cui almeno una ventina passati nell'atletica leggera, una vita nella vita da cui non è facile separarsi. E infatti il campione olimpico nella 50 km di marcia di Pechino 2008 ha deciso di fare dell'atletica il suo lavoro.

Ritiratosi dalle gare nel 2016, quando la IAAF lo sospese alla vigilia dei Giochi di Rio de Janeiro e successivamente lo squalificò per 8 anni, Alex ora fa l'allenatore, meglio il personal trainer, nel senso che si occupa di un gruppo di amatori, in quanto inibito ad allenare atleti tesserati. 

È in piena forma fisica, magro e muscoloso, ma al di là dell'attività di trainer il suo pensiero è uno solo, un chiodo fisso: dimostrare che i campioni di urina che gli furono prelevati quell'inverno subirono un'evidente manipolazione. L'affermazione è molto forte, ma Schwazer è sicuro del fatto suo e, intervistato dalla Gazzetta dello Sport, non mostra dubbi: si batterà fino alla fine per dimostrare la sua innocenza.

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Schwazer sfinito dopo la vittoria nella 50 km di marcia alle Olimpiadi di Pechino 2008

Schwazer: "Nel 2016 ero pulito e lo dimostrerò"

Un'innocenza di cui è assolutamente convinto Schwazer e lo dice subito, senza mezzi termini, perché dal lavoro della Procura di Bolzano, dei Ris e dei periti è emerso chiaramente, secondo lui, che il campione di urina a suo nome esaminato a Colonia il 2 gennaio 2016 era diverso da quello prelevato a casa sua il giorno prima dagli ispettori:

Per oltre un anno c’è stata negata la possibilità di avere il campione A e quello B. E non ero io a chiederli alla Iaaf e alla Wada, ma un magistrato italiano. Perché questo muro? Se non hai nulla da nascondere dovresti essere contento di togliermi l’ultimo alibi. E invece si sono opposti con una ferocia più che sospetta, cercando di consegnare un campione farlocco al colonnello dei Ris arrivato in Germania. L’ufficiale Giampietro Lago, infatti, si è visto portare un flaconcino aperto, evidentemente meno problematico per la Iaaf del reale campione B. Poi, dopo la minaccia di una denuncia penale, hanno scongelato e consegnato l’urina giusta.

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Un momento drammatico della carriera di Alex Schwazer: la confessione del 2012

"Io e Donati, personaggi scomodi"

Affermazioni forti, senza dubbio, ma Schwazer non ha paura di farle, anzi è ben contento di sentirsi vicino alla meta, a dimostrare la sua estraneità, l'unica cosa che conta per lui. Rimane però, altrettanto forte, un dubbio: perché qualcuno avrebbe cercato di farlo fuori? Alex ha una spiegazione, anzi due:

C’erano almeno due ragioni. Mi ero dopato, avevo confessato. Volevo rientrare, ma proprio perché era un ritorno pulito al 100% avevo raccontato tutta la verità, facendo nomi e cognomi di chi sapeva e mi aveva coperto. E poi avevo scelto un allenatore da sempre in lotta contro il sistema: Sandro Donati, uno che paga la sua schiettezza e le battaglie, non di facciata, al doping. La nostra vittoria a Roma, nel maggio 2016, resta la dimostrazione dello straordinario lavoro fatto insieme. Non so se a Rio avrei vinto l'oro. Di sicuro stavo benissimo, coi metodi di Sandro ero al top. Davamo fastidio. Dall’ottobre 2015 al giugno 2016 mi hanno testato sangue e urine per 20 volte: guarda caso sono risultato positivo di poco solo nella provetta di Capodanno.

Donati e Schwazer getty
Donati abbraccia Schwazer dopo la vittoria di Roma 2016

"Il caso Froome? Un mistero"

È un fiume in piena Schwazer, che spiega anche che dal 2011 al 2012 si era dopato perché era sull’orlo di una crisi di nervi: sapeva che i russi baravano e, dice, voleva battersi ad armi pari con loro. Ha commesso una fesseria enorme - lo sa e lo dice - tradendo la fiducia di familiari e tifosi. Oggi Alex non pensa al rientro, ma segue con interesse gli sviluppi della lotta al doping. Positivi, certo, ma con qualche riserva, come spiega:

Il caso Froome, per esempio: mai visto che la giustizia sportiva ricalcoli un valore superiore al consentito in base alla disidratazione dell’atleta. E ancora, negli sport di squadra pagano solo i singoli pure se trovati dopati in una finale. Un controsenso.

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Chris Froome a un controllo antidoping al Tour de France

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