NBA: Luka Doncic e la follia americana in vista dell'All Star Game

Luka Doncic ha preso per mano Dallas e ora lo sta facendo con tutta la lega: è secondo nelle votazioni per la partita delle stelle.

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Noi europei non avevamo dubbi che Luka Doncic avrebbe dominato l’NBA prima o poi e, contrariamente a quello che pensavano gli americani vedendolo arrivare, questo è successo anche prima di ogni più lecita e rosea aspettativa. Nessuno di quelli che in Europa lo hanno visto dominare con il Real Madrid, vincere un’Eurolega e un Europeo da assoluto protagonista, avrebbe pensato che dopo tre mesi di regular season sarebbe già stato il capo banda di una squadra che vuole tornare grande.

Se tanti yankee non credevano in lui, primi su tutti dei colleghi che lo avevano definito molto inferiore alla prima scelta DeAndre Ayton con tweet decisamente infelici, Rick Carlisle, che di basket ne ha visto tanto nella sua vita, sapeva già che indipendentemente dal ruolo, dalla posizione o dal tipo d’impiego, il posto di Luka fosse in campo. C’era chi parlava di quattro tattico, chi di tre troppo poco rapido di piedi per poter tenere i pari ruolo, oppure di guardia tiratrice al fianco di un altro prospetto come Dennis Smith Jr.

Nulla di questo si è avverato, perché Luka ha già la palla in mano, ha preso in mano le redini della squadra ed è anche colui che gestisce sistematicamente i finali tirati e i possessi decisivi. Nel caso, andate a vedere gli highlights della partita contro i Timberwolves per capire che questo non è solo un evento sporadico ma la normalità, avendo gestito praticamente tre possessi chiave in fila. C’è da dire anche che gli americani ci mettono poco per entusiasmarsi e perdere completamente la testa per qualcuno, perché alla fine sono il popolo degli eccessi, nel bene e nel male.

NBA: la follia All Star Game, non solo slovena

Della canzoncina HalleLuka plasmata da quei geni e sregolati di The Ringer si è già parlato molto e forse fin troppo. Delle sue gesta all’interno del parquet si può godere ogni giorno con la consapevolezza che, alla mattina italiana, ogni volta che si apre l’applicazione di NBA.com ci sarà sempre un’azione, un highlight o un dagger di Luka da gustare. Perché ormai a questo ci ha abituato, a 19 anni e al primo anno nella lega più competitiva del mondo. Ora sono tutti sul pullman guidato dal giovane biondo sloveno che ancora dimostra la sua gioventù quando inquadrato dallo schermo del palazzetto, si diverte in un siparietto tanto puerile quanto incredibile se si pensi a cosa già faccia sui ventotto metri lignei.

Poi arriva un momento in cui questa follia in salsa slovena raggiunge picchi di epicità. A febbraio c’è l’All Star Game e ora il voto del pubblico influisce in modo totale sulla scelta dei capitani delle due squadre e dei partecipanti diretti alla competizione. Ora che LeBron è ovest non cambia nulla perché un capitano rimane lui, mentre dall’altra parte c’è un’altra follia, greca questa volta (alla fine gli europei non sono male), in Giannis Antetokounmpo.
Al secondo posto della Western Conference per voti c’è proprio Luka Doncic, davanti a Curry, Durant, Westbrook, Harden, Jokic e si potrebbe andare avanti ore. Considerato che la Slovenia ha due milioni di abitanti e che lui quel tetto lo abbia già abbondantemente abbattuto, viene da pensare che la Doncic-madness stia cominciando a sfuggire di mano.

Doncic e la pioggia di premiGetty Images

Fondamentali, faccia pulita e il sogno di tutti

Vederlo esprimersi sui campi europei nell’ultima Eurolega, significava sostanzialmente sentirsi ripagati del prezzo di ogni biglietto e l’idea di “perderlo” sembrava quasi un peccato, invece lo abbiamo “guadagnato” ora che dimostra alla NBA quanto il talento non abbia confini. Il fatto che compagni del calibro di Barnes o veterani come Matthews e Barea gli mettano la palla in mano a ogni situazione decisiva, racconta più di ogni highlight della sua stagione, perché folgorare così la lega venendo dall’Europa, pur con tutte le agevolazioni che ora ci sono e il minor pregiudizio, è cosa non successa a molti. 

Il suo linguaggio del corpo, la sua solarità e gioia nel fare ciò che ama, ha già indotto la Nike a renderlo un testimonial importante che arriva alle partite con scarpe e outfit esclusivi, ma che al contempo lo rende il giocatore di tutti. Tutti tranne quelli che lo hanno passato al draft e che ora stanno vivendo una specie di incubo, anche se possono essere contenti dei loro prospetti come DeAndre Ayton o Trae Young. Di sicuro siamo al cospetto di un tornado tecnico e mediatico senza precedenti, con la certezza che con quelle capacità e quella testa, la classica possibilità di perdersi lungo il tragitto è perlomeno da escludere. Che fosse un fenomeno c’erano pochi dubbi, che avrebbe segnato la lega nemmeno, ma farlo in questo modo ha stupito anche i suoi più vicini sostenitori.

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