NBA: George da MVP, l'impatto di Grant e i Thunder sognano in grande

I Thunder tornano la contender per il titolo NBA che erano con Durant. Paul George in formato MVP e il segreto Jerami Grant le chiavi.

George da MVP Getty images

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Contender, contender, contender. Questo ormai, da quando ci sono i Golden State Warriors, è la parola più gettonata nella NBA per provare a definire tutte quelle squadre che sono attrezzate per andare in fondo, ma devono sistemare qualche dettaglio per pensare di vincere l’anello. Alcune si sono dimostrate degne avversarie, ma nessuno nella Western Conference è ancora riuscito a cambiare il finale della storia. I Thunder della scorsa stagione, con l’acquisizione di Carmelo Anthony, si pensava potessero essere molto vicini ai Warriors e invece la storia ha raccontato un calvario culminato con l’eliminazione sotto i colpi di Donovan Mitchell e dei Jazz. Come avevamo detto per i Timberwolves, a volte sottrarre significa aggiungere e posto che fosse scontato l’addio di Carmelo Anthony, aver portato a casa Dennis Schroder è stato l’ennesimo colpo gobbo di Sam Presti che ormai è considerato l’houdinì dei GM NBA.

Qualche dubbio sull’arrivo del tedesco c’era, viste le caratteristiche molto simili a quelle di Russell Westbrook, ma il campo ha detto che l’ex Hawks ha abbracciato il ruolo di giocatore in uscita dalla panchina, leader della second unit e giocatore in grado di finire le partite e incastrarsi molto bene con le due stelle della squadra. Con il secondo quintetto, generalmente a inizio secondo periodo, ha licenza d’uccidere con la palla in mano e creare dal palleggio. Questo aiuta i compagni come Abrines, Diallo e Patterson che hanno sguardi buoni a canestro sfruttando le sue scorribande al ferro e anche un jumper che pur rimanendo sospetto per meccanica, trova il fondo della retina per la convinzione con cui viene preso.

La vera arma che ha cambiato la geografia dei Thunder è Jerami Grant, che ha fatto uno step up molto consistente innanzitutto per tappare con il perfetto fit il buco lasciato da Carmelo Anthony, ma soprattutto per vincere agevolmente la concorrenza di Patrick Patterson che ormai sembra sempre più in declino a livello d’impatto. Grant ha portato la sua fisicità e soprattutto verticalità nei pressi del ferro con aiuti, atletismo e anche una buona dose di stoppate, infatti la sua presenza consente a OKC di essere una delle migliori difese NBA nei closeout, nonché la prima per defensive rating con 101.6. Donovan ha architettato una difesa estremamente qualitativa (seconda per difesa nei giochi a due, quarta per triple concesse, prima per rubate e seconda per palle vaganti recuperate), che costringe gli avversari a batterla perlomeno un paio di volte ad azione per conseguire un buon tiro e anche i recuperi messi in campo da atleti come George, Schroder, lo stesso Grant e Westbrook quando è connesso, sono un ostacolo difficile da superare. Questa peculiarità ha permesso di mascherare un attacco che ancora non gira come dovrebbe (sedicesimi con 108.4 di offensive rating).

NBA: Jerami Grant e una difesa da applausi

OKC è nelle zone alte della Western Conference per un’ottima difesa e una second unit che ha trovato in Diallo, negli sprazzi di Abrines e soprattutto in Schroder una buona pattuglia per evitare come nella scorsa stagione, che quando le stelle riposino si vada a sud. L’attacco è ancora ondivago e non sempre efficace, nonostante ci sia da notare come Russell Westbrook (che non sembra ancora a pieno regime fisico) stia forzando molto meno e mettendo in ritmo maggiormente i compagni, gestendo con maggiore oculatezza i possessi. Non attacca più con la solita foga il ferro e sembra cominciare a gestire le proprie forze e la propria belluina voglia di prevalere sull’avversario. Questo è dato dal fatto che ha di fianco un Paul George probabilmente nella miglior versione di se stesso e anche uno Steven Adams in salita verticale.

La fisicità di quest’ultimo è ormai risaputa, così come la sua qualità a rimbalzo soprattutto offensivo, ma ora Funaki sta diventando una opzione sempre più credibile anche in post basso, dove ha affinato una serie di ganci e floater che trovano il bersaglio con insospettabile continuità. Sotto il tabellone avversario è un’autentica potenza, anche se paradossalmente deve migliorare alcune situazioni sotto il proprio dove ogni tanto tende a farsi sorprendere, come nella partita contro i Jazz dove nonostante il dominio in campo, i rimbalzi offensivi concessi sono stati un po' troppi. Però ora che ha di fianco un atleta orizzontale e verticale come Grant non è obbligato a tappare i buchi e incorrere in problemi di falli prematuri come succedeva nella scorsa stagione.

George stellare, Westbrook maturo

Un’altra differenza sostanziale rispetto alla scorsa stagione è il rendimento di Paul George che, al momento, può essere legittimamente inserito nel novero dei candidati MVP. PG ha cambiato marcia stabilizzandosi in quel di OKC in estate e firmando l’estensione contrattuale legandosi a Russell Westbrook. In questo inizio di stagione battaglia con Robert Covington per il primato nelle palle recuperate a partita, ma soprattutto è una vera e propria certezza realizzativa soprattutto dall’arco. Nell’ultimo periodo sta viaggiando a medie altissime, ma soprattutto è sempre il propiziatore dei momenti decisivi. Con i Jazz ha chiuso la partita con un terzo quarto spaziale, mentre contro i Nets è esploso per 47 punti, di cui 23 nel quarto periodo e il canestro decisivo (il primo di carriera dopo nove errori precedenti). Un two way player di quella caratura offensiva è un vero lusso per Donovan che lo sta innescando nel modo migliore.

Il più in difficoltà offensiva sembra Russell Westbrook che ha già collezionato qualche partita da siccità offensiva dal campo e insolitamente per lui dalla lunetta (61.8%), ma nonostante questo è ancora in tripla doppia di media e ha oltrepassato Jason Kidd nella speciale categoria. Da tre viaggia con il 21.8% e il suo jumper anche dalla media distanza va e viene, sebbene abbia ridotto dal 38% della scorsa stagione al 26% le conclusioni long two, ma il passo più importante sembra averlo fatto nella gestione e sentendosi circondato da compagni di cui si può fidare. Abbiamo una nuova versione di Westbrook meno accentratore ma più leader (95.7 tocchi per partita la scorsa stagione e 86 in questa) . Che sia la svolta definitiva per i Thunder a 360°? Forse ce lo dirà il finale di questa stagione.

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