Murtaza, il piccolo fan di Messi cacciato di casa dalla guerra

Ricordate la storia del bambino afgano e della sua maglia di Messi fatta con una busta di plastica? È stato costretto a scappare di casa dopo l'avanzata dei talebani.

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Una busta di plastica trasformata nella maglia di Leo Messi. Con quell'immagine tenerissima, ma allo stesso tempo straziante, Murtaza Ahmadi aveva fatto breccia nel cuore dei tifosi di tutto il mondo. Purtroppo oggi la sua storia torna a far parlare di sé e il "purtroppo" è d'obbligo: la guerra nel suo Paese, l'Afghanistan, ha costretto lui e la sua famiglia a scappare di casa. Una fuga in tutta fretta, avvenuta a inizio novembre: a causa dell'avanzata dei talebani nel distretto di Jaghori, più di un terzo della popolazione locale ha dovuto abbandonare le proprie abitazioni.

Un evento traumatico per il piccolo Murtaza, che ora vive da rifugiato nella capitale Kabul. È lì che l'ha raggiunto l'agenzia di stampa spagnola EFE, a quasi tre anni da quando il super fan della Pulga è diventato famoso sui social. Tutto partì a inizio 2016, con la sua foto sorridente nella numero 10 dell'Argentina "fatta in casa".

In poco tempo le pagine fan del fuoriclasse del Barcellona rilanciarono lo scatto, con l'obiettivo di rintracciare l'allora bambino di 5 anni. L'entourage di Messi venne a conoscenza di questa storia e scrisse alla Federcalcio afgana per cercare di contattare Murtaza. Missione compiuta: nel febbraio 2016, il piccolo si vide recapitare a casa un pacco con la maglia dell'Argentina, quella del Barça e un pallone, tutto firmato dal suo idolo. Ma la gioia più grande fu nel dicembre dello stesso anno, quando Murtaza scese in campo con Leo prima di un'amichevole in Qatar.

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La storia di Murtaza, il bimbo con la busta di plastica di Messi

In tanti ricorderanno il siparietto tra il numero 10 blaugrana e il bambino afgano, con quest'ultimo che non ne voleva sapere di staccarsi dal suo beniamino. Due anni dopo, Murtaza si trova a subire una separazione ben più dolorosa: quella dalla propria casa. E pensare che la sua terra, nel corso degli ultimi 17 anni di guerra, era sempre stata considerata una delle aree più sicure e pacifiche del Paese: uno status spazzato via dalle conquiste territoriali ottenute dai talebani un mese fa. A raccontare la tragedia che sta vivendo insieme ai propri cari, è lo stesso Murtaza:

Abbiamo perso la nostra casa a Jaghori. Qui non ho neanche un pallone e non posso giocare o uscire.

Da un paio di settimane, la sua famiglia è rifugiata a Kabul: gli Ahmadi - i due genitori e i loro cinque figli - condividono con altre persone una modesta abitazione nella zona Ovest della capitale, dopo aver trascorso un primo periodo nella provincia di Bamyan.

Le forze di sicurezza afgane ora hanno ripreso il controllo del territorio, ma la famiglia di Murtaza ha deciso di non fare ritorno a Jaghori. Dove invece, racconta il piccolo che oggi ha 7 anni, sono rimaste le magliette e il palloni firmati dalla Pulce.

Abbiamo dovuto lasciare tutto lì, abbiamo lasciato casa di notte e non potevamo portarli con noi.

"Anche prima della guerra, avevamo paura che lo sequestrassero"

I problemi per la sua famiglia erano cominciati già prima dell'irruzione talebana. Il lato beffardo della faccenda è che, a crearli, era stato proprio il clamore attorno al piccolo tifoso. A raccontarlo è il fratello maggiore, Huamyoon:

Dopo l'incontro tra Murtaza e Messi in Qatar, la situazione si è fatta subito complicata. Abbiamo vissuto nella paura, la gente che ci stava intorno pensava che Leo ci avesse donato un sacco di soldi.

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Un'ipotesi che aveva scatenato addirittura le minacce telefoniche dirette alla famiglia Ahmadi:

Temevano che lo potessero sequestrare per chiedere un riscatto, praticamente abbiamo dovuto rinchiudere in casa mio fratello. Per quasi due anni non è andato neanche a scuola.

Già nel maggio del 2016, la famiglia decise di emigrare in Pakistan, con la speranza di raggiungere gli Stati Uniti. Niente da fare, richiesta d'asilo rigettata: Murtaza e i suoi cari furono costretti a tornare a Jaghori. Da cui sono scappati di nuovo nelle scorse settimane: a Kabul solamente gli aiuti umanitari e il sostegno delle organizzazioni non governative permettono alla sua famiglia di andare avanti. In questa situazione di estrema difficoltà, Murtaza spera che la sua strada possa incrociarsi di nuovo con quella del suo idolo:

"Quando sarai un po' più grande, sistemerò io tutte le cose", mi disse. Portami con te, Leo, qui non posso giocare a calcio. Ci sono solo bombe e spari.

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