Football Manager, la promessa mancata Cherno Samba è "ancora in gioco"

Da adolescente era uno dei nomi più attesi dal calcio inglese e la stella del famoso videogioco, poi tutto è sfumato. Una parabola amara - ma con un lieto fine - raccontata nell'autobiografia "Still in the Game".

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Famoso per la sua straordinaria capacità di prevedere in anticipo l'esplosione di future reali stelle del calcio mondiale come Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, il celebre videogioco manageriale Football Manager, che permette di immedesimare un vero allenatore alle prese con calciatori reali, è passato alla storia anche per le tante, inevitabili, previsioni sbagliate.

Dai nostri Alessandro Simonetta e Silvano Raggio Garibaldi ai meno noti Sherman Cardenas e Maxim Tsigalko fino ai "famosI" Freddy Adu e Anthony Vanden Borre, si tratta di mitici "eroi virtuali" che nel calcio reale non sono mai riusciti nemmeno a sfiorare il livello che gli scout del gioco avevano immaginato alla loro portata, e ogni amante di Football Manager avrà il suo preferito, quello che "guarda che questo era il più forte in assoluto".

Ma il più forte in assoluto, senza dubbio, era Cherno Samba. Nel gioco, che ai tempi si chiamava ancora Championship Manager, così come in una realtà che lo vedeva stella quasi 15enne della squadra giovanile del Millwall, corteggiato dai più grandi club d'Inghilterra, atteso come un Messia persino per la Nazionale e capace in un campionato scolastico di segnare in 32 partite qualcosa come 132 - centotrentadue! - gol.

Football Manager, Cherno Samba è tornatoGetty Images
Cherno Samba in azione con la maglia dell'Inghilterra giovanile.

Football Manager, Cherno Samba è "ancora in gioco"

L'exploit, realizzato con la maglia della St. Joseph Academy, rappresentativa della scuola nel sud di Londra dov'era arrivato a sei anni al seguito del padre Alì, ex-portiere della Nazionale del Gambia, si era verificato verso la fine del XX secolo: un anno dopo, nell'autunno/inverno del 2000, tutta l'Inghilterra sapeva chi fosse grazie a "Championship Manager: Season 00/01", videogioco che il Daily Telegraph aveva regalato ai propri iscritti al Fantasy Football e che grazie a questa mossa ebbe una diffusione straordinaria.

Da ragazzo, in una partita, segnai 8 gol. Avrò avuto 10 anni, ma già potevo vedere come mi guardavano gli altri, i miei compagni, gli spettatori in tribuna, anche se ancora non pensavo al fatto che sarei potuto diventare un calciatore professionista.

Fu così che tutti scoprirono Cherno Samba, immergendosi in un gioco appassionante e realistico che presentava nel proprio database migliaia di calciatori reali e che, con il passare degli anni, immancabilmente lo proclamava il migliore al mondo: i suoi margini di miglioramento erano altissimi e del resto ampiamente giustificati, dato che proprio in quel periodo il ragazzo venuto dal Gambia era conteso dalle migliori squadre del Paese e si distingueva a suon di gol con i suoi pari età nei campionati giovanili.

Interessavo a Manchester United, Leeds, Arsenal e Liverpool e andai a visitare tutti e quattro i club. Curiosamente, nonostante fossi un fan dello United, finii per innamorarmi del Liverpool, perché mi fecero sentire il benvenuto e respirai l'aria di una vera famiglia.

Così Cherno Samba racconta l'approccio ai Reds, l'amicizia che lo legherà a Michael Owen, che un giorno lo chiama mentre si trova sull'autobus con i compagni di scuola dicendogli che sarebbe bello poter giocare insieme e suscitando ammirazione negli amici e l'inevitabile esaltazione di un ragazzo che ormai crede di essere già arrivato ai massimi livelli. 

Un sogno sfumato

Andrà in tutt'altra maniera: Liverpool e Millwall non trovano l'accordo sulla cifra per il trasferimento e questo segna a soli 16 anni l'inizio della fine del sogno di Cherno Samba, che lentamente ma inesorabilmente scivolerà sempre più lontano dal calcio che conta. Arriveranno le esperienze con il Cadice, con le serie inferiori inglesi, in Finlandia, in Grecia e in Norvegia: mai in squadre di punta o campionati davvero competitivi, eppure l'ex-promessa del calcio inglese, il ragazzo a cui tutti chiedevano di portare la Nazionale alla vittoria nei Mondiali di Germania 2006, non riesce a lasciare il segno nemmeno qui.

C'entra anche la depressione, che lo colpisce già nella prima esperienza lontana da casa, in Spagna al Cadice, e che arriva in seguito al rimpianto per quel trasferimento sfumato, per la sensazione di aver parlato da pari a pari - almeno nella sua percezione - con campioni del calibro di Owen e Heskey e poi essere finito nel dimenticatoio del calcio periferico, in cui un talento che veniva considerato un futuro campione sembra aver dimenticato persino le basi più elementari.

In Spagna ero solo, vivevo in un bellissimo appartamento con vista sul mare ma passavo tutto il mio tempo a pensare a quando ero in Inghilterra. Non volevo stare lì, volevo mettere fine a tutto. Avrei voluto andare a dormire e dimenticare tutto. E non svegliarmi più.

Ai margini del Cadice, pieno di rimpianti per quello che poteva essere e non è stato - né sarà più - appena ventenne Samba cade in depressione, ruba degli antidolorifici dall'ufficio del medico del club e finisce con avere un'overdose da cui si salva per miracolo grazie a un compagno, che tutti i giorni lo va a prendere per andare agli allenamenti e che un giorno, non vedendolo scendere, sale in casa e insospettito sfonda la porta trovandolo esanime.

M trovò sdraiato sul pavimento e mi portò in ospedale. Fu lì che mi risvegliai, e ricordo che la prima cosa che pensai fu "grazie a Dio sono ancora qui".

La carriera di Cherno Samba è stata una continua caduta verso il basso. Mai una minima ripresa, l'etichetta di "campione virtuale" ad accompagnarlo e tormentarlo, la Nazionale inglese sfumata e una fugace esperienza con quella del Gambia, 4 partite e un gol rifilato alla Tunisia, forse l'unico acuto in una carriera decisamente anonima fino al ritiro appena 29enne.

Still in the Game

Adesso il ragazzo che un tempo veniva chiamato dagli esperti "The England Savior", il bomber che avrebbe salvato l'Inghilterra, tenta di salvare sé stesso e i tanti giovani che come lui rischiano di buttare via il proprio talento. Lo fa raccontando la sua storia in "Still in the Game", uscito lo scorso 5 novembre, l'autobiografia di questo novello Icaro del football, che dopo essersi avvicinato così tanto al sole ha visto le proprie ali di cera sciogliersi e poi è precipitato giù, sempre più giù.

Una storia comunque a lieto fine. Perché oggi, a 33 anni, Cherno Samba è tornato: è entrato in possesso del patentino UEFA A dopo un brillante stage sostenuto con il Tottenham Hotspur, è discretamente seguito sui social dove cerca di motivare i giovani a non arrendersi, a non mollare mai, a non ripetere i suoi errori. Forse avrà fallito come calciatore, ma come uomo può essere oggi un modello a cui ispirarsi per comprendere, nel calcio come nella vita, che il successo ha varie sfumature e non può essere un'ossessione, che non conta cadere ma sapersi rialzare, sempre.

Football Manager? L'ho amato, è parte di me. Prendevo il Manchester United, acquistavo me stesso, segnavo valanghe di gol e vincevamo un sacco di trofei. Può suonare un po' da stramboidi, ma era bellissimo! Qualche mese fa dovevo cambiare il telefono e l'ho ordinato al mio gestore, quando mi hanno detto che avrei dovuto aspettare due o tre mesi ne ho semplicemente preso atto. Poi l'operatore mi ha chiesto i dati, e quando gli ho detto il mio nome ha esclamato: "Cherno Samba? Quello di Football Manager? Lo avrà domani allora!"

18 anni dopo i fasti virtuali che fecero sognare l'Inghilterra, 18 anni dopo l'inizio di una carriera che avrebbe dovuto essere fantastica e che invece di fatto non è mai neanche cominciata, Cherno Samba fa i conti con un passato che lo ha tormentato a lungo e che adesso deve definitivamente essere messo alle spalle.

Ho sentito che il mio equivalente americano, Freddy Adu, odia il gioco e sostiene che lo ha incasinato. Ma è soltanto un gioco. Ognuno deve avere la propria mentalità. Nella mia vita ho vissuto ansia, rabbia, dolore, e scrivere questo libro mi ha aiutato a liberarmene. Ho parlato della mia overdose alla mia famiglia soltanto l'anno scorso. Tutti avranno pensato che dopo tutti questi anni adesso stessi bene, ma non è stato così fino a quando il libro non è uscito.

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