Calciatori, guerre e politica: oltre il caso Shaqiri, da Modric a Cuadrado

Sono tanti i casi di calciatori in attività coinvolti in passato loro malgrado in conflitti diversi, dalla guerra nei Balcani alle irruzioni di Boko Haram in Nigeria fra gli altri.

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Aveva destato scalpore nei giorni scorsi la decisione di Jurgen Klopp di non convocare Xherdan Shaqiri per il match che il suo Liverpool ha disputato al Marakana di Belgrado contro la Stella Rossa, valido per il quarto turno della fase a gironi della Champions League 2018-19.

La scelta del manager tedesco nasceva dalle forti tensioni fra i tifosi serbi generate dal gesto scelto dal giocatore per esultare dopo aver segnato con la maglia della Svizzera a Russia 2018 appunto contro la Serbia: le braccia a mimare l'aquila a due teste, raffigurata sulla bandiera albanese, gli sono costate anche la multa della FIFA:

Abbiamo letto e ascoltato notizie su notizie riguardo l'accoglienza che sarebbe stata riservata a Shaqiri. E visto che il nostro desiderio è andare a Belgrado e pensare esclusivamente alla partita, senza alcun tipo di distrazione, abbiamo preferito non convocarlo.

Calciatori, guerre e politica:getty

Calciatori, guerre e politica: da Mkhitaryan ai croati

Giusto e ovvio sarebbe dire che casi come quello di Shaqiri non dovrebbe nemmeno esistere, ma il calcio, come lo sport in generale, è innegabilmente un aspetto molto importante della società contemporanea ed è illusorio pensare che le vicende politiche in senso lato non debbano avere ricadute su quelle sportive. Basti pensare ai motivi per cui nel calcio e nel basket le squadre israeliane giocano nelle competizioni europee e non in quelle asiatiche o al take a knee, il gesto contro il razzismo degli atleti afroamericani di Nba, Nfl e Mlb – che a sua volta è ispirato al pugno guantato di Smith e Carlos alle Olimpiadi messicane del 1968 – ai tentativi di creare Nazionali di calcio di paesi inesistenti o non riconosciuti - dalla Catalogna alla Padania – al ping-pong, chiave nel disgelo dei rapporti fra Usa e Cina negli anni 70.

Smith Carlosgetty

Per rimanere al calcio dei nostri giorni, un caso quasi identico a quello di Shaqiri – ma chissà perché aveva destato molto meno clamore – si era verificato poco più di un mese fa, quando l’Arsenal non aveva convocato Mkhitaryan per la trasferta di Europa League in Azerbaigian contro il Qarabag: Mkhitaryan è armeno e l’Armenia è tuttora impegnata nell’annoso conflitto con l’Azerbaigian per il controllo della zona del Nagorno-Karabakh. Il portavoce dei Gunners aveva dichiarato:

La sicurezza generale e quella di tutti i nostri giocatori è sempre una priorità assoluta per noi.

Mkhitaryan Arsenalgetty

Tornando alla guerra nei Balcani, va detto che ha lasciato molti altri strascichi oltre a quelli usciti dal caso Shaqiri. Luka Modric, per esempio, ha dichiarato recentemente:

La guerra mi ha reso più forte, è stato un momento molto difficile per me e per la mia famiglia. Non voglio portare tutto questo con me per sempre, ma non voglio nemmeno dimenticarlo.

Modricgetty

Il croato del Real Madrid fu costretto a scappare dal suo villaggio, che stava per essere occupato dai serbi, all’età di cinque anni e visse a lungo la vita del profugo nei dintorni di Zara, ma non dimentica il terrore delle bombe e la paura delle strade minate. Terrore e paura che emerge anche dai ricordi di diversi compagni di Nazionale, da Subasic a Lovren, da Mandzukic a Rakitic, cresciuti in esilio rispettivamente in Germania e in Svizzera.

Croaziagetty

La scelta di Matic e McClean

Lo stesso conflitto ha lasciato però strascichi anche sulla sponda opposta, come emerge dalla scelta che nei giorni scorsi Nemanja Matic ha deciso di spiegare e condividere su Instagram. Il serbo del Manchester United, infatti, ha svelato perché non porta sulla maglia il Poppy, il papavero col quale in Inghilterra si commemora la fine della prima guerra mondiale. Un simbolo di pace dunque, ma non per il serbo:

Io rispetto chi lo indossa e ne capisco in pieno il significato. Ma a me personalmente ricorda i bombardamenti (della Nato ndr) sulla mia città e sul mio Paese devastato e il terrore che essi portavano in un bimbo di 12 anni.

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I recognise fully why people wear poppies, I totally respect everyone’s right to do so and I have total sympathy for anyone who has lost loved ones due to conflict. However, for me it is only a reminder of an attack that I felt personally as a young, frightened 12-year old boy living in Vrelo, as my country was devastated by the bombing of Serbia in 1999. Whilst I have done so previously, on reflection I now don't feel it is right for me to wear the poppy on my shirt. I do not want to undermine the poppy as a symbol of pride within Britain or offend anyone, however, we are all a product of our own upbringing and this is a personal choice for the reasons outlined. I hope everyone understands my reasons now that I have explained them and I can concentrate on helping the team in the games that lie ahead.

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Ma il Poppy non piace nemmeno a James McClean ed è difficile dargli torto. James è nato a Derry nel 1989, ma la sua famiglia ha vissuto da vicino le vicende del Bloody Sunday e della sanguinosa lotta fra inglesi e protestanti da una parte e cattolici dall’altra, principalmente negli anni 70 e 80. Il fatto che ora giochi nello Stoke non lo esime dal ricordare.

McCleangetty
James McClean gioca nello Stoke

Le peripezie di Moses e Cuadrado

Ma non sono solo le guerre fra Stati a creare strascichi o influenze sui calciatori: ci sono anche altri tipi di conflitti, dettati magari da motivi religiosi o anche da ragioni economiche. Sapevate, per esempio, che Victor Moses, prima di diventare un esterno di caratura internazionale, ora al Chelsea, aveva dovuto fuggire ragazzino dalla Nigeria dopo che i genitori erano caduti vittime dei guerriglieri islamisti di Boko Haram? Recentemente aveva dichiarato a The Guardian:

Sicuramente i miei genitori saranno orgogliosi di me, ovunque si trovino in questo momento.

Nascono da grandi sofferenze anche i successi calcistici di Juan Cuadrado. L’esterno bianconero era poco più di un bambino quando i guerriglieri colombiani delle Farc gli uccisero il padre durante un raid:

Capitava spesso che gruppi armati mettessero a ferro e fuoco il villaggio o facessero irruzione nelle case: io allora mi rifugiavo sempre sotto il letto.

Cuadradogetty

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