Premier League: nella lega più trendy non va di moda il tecnico inglese

Nel campionato inglese ci sono solo 4 tecnici locali e nessun inglese lavora nelle altre grandi leghe. Buona parte delle Big Six non ha un tecnico nazionale dal secolo scorso.

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Il dibattito è molto acceso in Inghilterra, da quando lassù si sono accorti di quanto poco la Premier League tenga in considerazione gli allenatori inglesi o, volendo vederla da un’altra angolazione, quanto pochi siano i tecnici inglesi in grado di fare i manager nel loro massimo campionato.

Sarà che la Brexit ti fa guardare lo straniero, più o meno consapevolmente, in modo diverso, sarà che Gareth Southgate ha finalmente ridato una dimensione rispettabile al calcio d’Oltremanica, risvegliando entusiasmi che parevano sopiti, fatto sta che il problema, mica recente per la verità, è stato almeno inquadrato.

Sicuramente una delle cause sta nella quantità, intesa come bacino da cui pescare. I dati sono di cinque anni fa, ma offrono una prima visione molto chiara del fenomeno: in Inghilterra solo in 6mila posseggono la Uefa Pro-Licence, contro i circa 35mila tedeschi, i 30mila italiani e 25mila spagnoli.

Premier League: Jurgen Kloppgetty
Jurgen Klopp, tecnico del Liverpool

Premier League: solo quattro i tecnici inglesi

Chiaro che non si possa ridurre tutto a una mera questione di numeri, ma dai numeri non si può prescindere per inquadrare il fenomeno. Oggi in Serie A ci sono 18 tecnici locali su 20, in Liga siamo a 15 su 20, in Bundesliga a 14 su 18 e in Ligue 1 a 17 su 20. E in Premier League? Quattro su 20! Volendo mettere il dito nella piaga, poi, si può aggiungere che dei 14 tecnici “stranieri” delle altre quattro maggiori leghe europee nessuno è inglese.

Del problema si è occupata anche Espn che ha messo in rilievo come i quattro tecnici inglesi manager in patria - Eddie Howe del Bournemouth, Sean Dyche del Burnley, Roy Hodgson del Crystal Palace e Neil Warnock del Cardiff - lavorino tutti in club non di primissimo piano. Altro che non passa lo straniero: per le cosiddette Big Six il tecnico inglese non va proprio di moda. Basti pensare che l’ultima ad affidarsi a un connazionale è stato il Tottenham nel 2013, ma il povero Tim Sherwood durò pochi mesi, mentre per trovare un inglese alla guida di Chelsea, Arsenal o Manchester United bisogna andare nel secolo scorso: per i Blues Glen Hoddle nel 1993, Don Howe per i Gunners nel 1983 e Ron Atkinson per i Red Devils nel 1981. Sì perché, sarà anche baronetto ma, da Manchester a Londra, sir Alex Ferguson è e rimane sempre uno scozzese.

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Glen Hoddle è stato l'ultimo tecnico inglese a sedere sulla panchina del Chelsea

Dati impietosi

Impietosi, i dati sembrano non finire mai: la scorsa stagione Serie A, Liga e Bundesliga sono state tutte vinte da squadre gestite da tecnici locali, mentre questo in Inghilterra non accade, tenetevi forte, dal 1991-92. Fu Howard Wilkinson a guidare il Leeds United al successo della First Division, quando la Premier League ancora nemmeno esisteva, mentre l’ultimo successo di un qualche rilievo ottenuto da un manager inglese risale al 2008, quando il Portsmouth di Redknapp vinse la FA Cup.

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Brian Clough è stato uno dei più talentuosi allenatori inglesi di sempre

Un disastro, insomma, uno smacco atroce per il popolo che il football lo ha inventato e che non ha un tecnico di un certo livello dai tempi di Brian Clough, Bobby Robson o Terry Venables. Un problema che proprio secondo Redknapp ha motivazioni per nulla astruse:

È piuttosto semplice: se tu gestisci un club dei Big Six hai dei big-giocatori che ti fanno vincere partite e trofei.

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Un ritratto di Harry Redknapp

Manca l'autocritica

Già, ma allora, se fanno tutto i giocatori, non diventa superfluo il ruolo del tecnico? E poi quel che il vecchio Harry non svela è il motivo per cui il Tottenham va meglio con Pochettino di quanto andasse con lui o perché Roy Hodgson, ultimo inglese al Liverpool nel 2010-11, sulla panchina dei Reds durò solo fino alla Befana? Che l’autocritica non faccia troppo per gli inglesi lo conferma anche Michael Appleton, ora assistente al Leicester:

Quello in cui gli allenatori stranieri sono davvero bravi è vendere se stessi e il loro marchio Raccontano alla gente cosa stanno facendo, mentre noi abbiamo un modo molto british di fare le cose, andiamo avanti e non ne parliamo a nessuno.

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Secondo Michael Appleton i tecnici inglesi non sono bravi ad auotopromuoversi

Per Appleton, dunque, è tutta una questione di autopromozione, agli inglesi manca solo questo. È soltanto il famoso, maledetto, understatement britannico a fregarli: urge un master in marketing dello sport, quindi. O magari, chissà, potrebbe essere opportuno non trascurare anche qualche corso di tattica o di leadership perché è vero che il calcio lo hanno inventato loro, ma poi gli altri lo hanno portato avanti, molto avanti. Altrimenti si fa come Sam Allardyce che, invece di preoccuparsi dei gravi motivi che lo costrinsero a dimettersi dalla panchina della Nazionale inglese, arriva a sostenere che se fosse nato in Italia e si fosse chiamato Allardici avrebbe avuto tutta un’altra ben più luminosa carriera.

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Mauricio Pochettino è alla guida del Tottenham

Il ruolo dei proprietari stranieri

Poi, certo, è chiaro che la Premier League è un brand straordinario – a proposito di marketing… - un “Circus” paragonabile in qualche modo alla Formula 1 o alla NBA, che negli anni ha saputo attirare un gran numero di investitori stranieri i quali nel giro di poco hanno acquistato quasi tutti i club, arrivando persino alla terza e ora anche alla quarta divisione. Ed è altrettanto naturale che lo sceicco o il businessman asiatico o americano non abbiano come mission principale quella di far crescere giovani virgulti locali da panchina, quanto piuttosto di arrivare al risultato immediato - che porta business – attraverso tecnici dal pedigree vincente.

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Roman Abramovic, proprietario russo del Chelsea

La new wave inglese che avanza

Ciò nonostante, comunque, all’orizzonte sembra affacciarsi la new wave inglese del bench. Capofila è Eddie Howe, 41enne tecnico di un Bournemouth che sta nella parte destra della graduatoria della Premier League e si dimostra, turno dopo turno, un osso duro per tutti, tanto da sognare, a pieno diritto, un posto in Europa. Per i Cherries, Howe è una bandiera, prima da calciatore e poi da tecnico: dieci anni fa giacevano in Quarta Divisione e fu grazie al giovanissimo Eddie che cominciarono la cavalcata che li portò nel massimo campionato. Redknapp lo tiene in massima considerazione:

Ho visto Eddie in azione a Bournemouth, ho visto le sue sessioni di coaching e posso dire che l'intensità e la qualità del suo lavoro è assolutamente di prima classe.

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Eddie Howe, tecnico inglese del Bournemouth

Sean Dyche ha qualche anno in più, 47, ma dopo aver portato il Watford a un più che onorevole 11esimo posto nell’anno di esordio, è passato al Burnley con il quale in sei anni ha ottenuto record storici per il club e due promozioni in Premier. Gareth Southgate abbiamo imparato a conoscerlo durante i Mondiali, ma il 48enne tecnico di Watford ha avuto tempi molto più grami durante la sua carriera: dopo due buone stagioni al Middlesbrough, gli fu fatale la retrocessione in Championship. Rimase senza lavoro per quattro lunghi anni prima di approdare in Federazione: prima l’Under 21 e poi, dal 2016, la Nazionale maggiore, ma quante sofferenze dietro a quel gilet!

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Il tecnico della Nazionale inglese Gareth Southgate

Dietro ai magnifici tre, poi, avanza la covata portata avanti dalla FA che sta cercando di dare supporto e competenze agli ex Nazionali più meritevoli che vogliono passare dal campo alla gestione. Steven Gerrard, Frank Lampard e Paul Scholes sono stati i primi beneficiari di questo programma federale che mira a limitare lamentele come quella recente – indovinate – ancora di Harry Redknapp:

Se Mourinho fosse stato allontanato dallo United, uno come Eddie Howe non avrebbe nemmeno ricevuto una menzione e, come lui, molti bravi manager inglesi.

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Maurizio Sarri ha preso il posto di Antonio Conte al Chelsea nell'estate scorsa

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