Aemilia: perché Iaquinta è coinvolto nel processo di 'ndrangheta

La ricostruzione del processo per 'ndrangheta Aemilia e il coinvolgimento dell'ex giocatore Vincenzo Iaquinta, campione del mondo 2006 ed ex di Udinese e Juventus.

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Il 31 ottobre 2018 il Tribunale di Reggio Emilia ha emesso la sentenza di primo grado nell'ambito del processo "Aemilia", il più imponente che si sia mai stato nel Nord Italia relativo alla 'ndrangheta. Gli imputati, infatti, sono stati ben 149, di cui uno morto durante il processo e un altro latitante. Ma tra quei 149 spunta il nome di Vincenzo Iaquinta, ex calciatore campione del mondo nel 2006 con la nazionale di Marcello Lippi.

Perché Vincenzo Iaquinta è coinvolto nel processo Aemilia? E perché è stato condannato? Facciamo un po' di ordine cercando di capire prima di tutto perché c'è stato questo processo e quando è partito. Le origini della vicenda, infatti, sono lontane, affondano nel 1982 a Cutro, un piccolo paese in provincia di Crotone, il cui boss locale era Antonio Dragone. Proprio nell'anno in cui l'Italia vinceva i Mondiali in Spagna, il boss viene mandato a Quarto Casella, un paese in provincia di Reggio Emilia, dove ci sono già altri suoi compaesani (una trentina). Comincia così una vera e propria colonizzazione da parte dei boss della 'Ndrangheta, che parte da Quarto Casella e si espande a tutta la regione. Per questo il nome del processo è Aemilia, ossia il nome latino dell'Emilia Romagna.

Il processo è servito a ricostruire tutte le attività della ‘ndrangheta emiliana moderna, la cui presenza era ramificata nei settori dell'economia e della politica, inoltre è partito un altro filone d'indagine (Aemilia92) sulle lotte tra cosche che ci furono nel 1992, quando si verificarono numerosi omicidi nella guerra tra i gruppi Grande Aracri, Dragone, Vasapollo e Ruggiero. Durante il processo tre imputati, Giuseppe Giglio, Salvatore Muto e Antonio Valerio, hanno deciso di diventare collaboratori di giustizia e hanno svelato numerosi retroscena su come operava la 'ndrangheta in Emilia. A conclusione delle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Bologna, il 21 dicembre 2015, sono state rinviate a giudizio 149 persone e il maxi processo è iniziato a marzo del 2016. Per 37 degli imputati l'accusa è stata di associazione a delinquere di stampo mafioso, per gli altri si andava dalle accuse di estorsione e usura a quelle per minacce, danneggiamento, riciclaggio di denaro sporco, truffa, reati ambientali.

La condanna di Iaquinta nel processo Aemilia

Vincenzo Iaquinta ex calciatore condannato a 2 anniGetty

Il dibattimento è durato due anni e mezzo e i giudici sono stati riuniti in camera di consiglio per due settimane per prendere una decisione, così il 31 ottobre è arrivata la sentenza di primo grado che ha portato a 119 condanne, 29 assoluzioni e 5 prescrizioni. Tra i condannati ci sono anche Vincenzo Iaquinta e suo padre Giuseppe, quest'ultimo accusato di associazione mafiosa e perciò punito con una pena di 19 anni (è già stato portato in carcere).

Il coinvolgimento di Vincenzo Iaquinta nel processo Aemilia è strettamente legato a suo padre. L'ex calciatore, infatti, è stato condannato a 2 anni di reclusione per aver ceduto al padre (o comunque per aver lasciato a sua disposizione) due pistole e le relative munizioni senza avvisare le autorità. Il problema è che Giuseppe Iaquinta non poteva detenere armi e munizioni a causa delle segnalazioni relative alla sua frequentazione con alcuni indagati per mafia.

La colpa dell'ex giocatore di Udinese e Juventus, dunque, è di aver lasciato consapevolmente due pistole a disposizione del padre che invece doveva starne lontano per disposizione di un provvedimento del Prefetto di Reggio Emilia del 2012. Le armi in questione sono un revolver Smith & Wesson calibro 357 magnum e una pistola Kelt-tec 7,65 Browning più 126 proiettili.

Durante il processo, lo scorso maggio, Vincenzo Iaquinta si era difeso dicendo:

Sono una persona famosa, la pistola l’ho presa più che altro per il futuro, per quando avrei smesso di giocare. Mi piaceva andare al poligono quando tornavo a casa

L'ex calciatore aveva regolarmente denunciato il possesso delle armi presso la propria abitazione di Reggiolo, ma poi, secondo l'accusa, le ha cedute al padre. Lui si è difeso dicendo che è stata una dimenticanza, ma non è bastato per convincere pienamente i giudici. Tuttavia, mentre l'accusa per lui aveva chiesto 6 anni a causa dell'aggravante mafiosa, il Tribunale lo ha condannato a soli due anni, non riconoscendo tale aggravante. Insomma, Vincenzo Iaquinta con la 'ndrangheta non c'entra, suo padre Giuseppe, invece, secondo i giudici sì, per questo ha rimediato 19 anni di carcere.

Che cosa succederà ora a Vincenzo Iaquinta? È bene ricordare che la condanna che ha avuto è solo di primo grado, questo significa che ci sono altri due gradi di giudizio, l'appello ed eventualmente la Cassazione. Il suo destino, dunque, non è ancora deciso, anche se le vicende giudiziarie hanno inevitabilmente condizionato la sua carriera da allenatore. Dopo la lettura della sentenza Iaquinta condannato nel processo Aemilia.

La carriera da calciatore di Vincenzo Iaquinta

Vincenzo Iaquinta la carriera da calciatoreGetty

Nato a Crotone nel 1979, Vincenzo Iaquinta è cresciuto calcisticamente a Reggiolo dove ha giocato nelle giovanili e poi in prima squadra dal 1996 al 1998, anno in cui è passato al Padova (collezionando 13 presenze e tre gol), poi due stagioni al Castel di Sangro e, nel 200, l'approdo all'Udinese, dove è diventato "grande".

Con la maglia bianconera dell'Udinese Iaquinta ha messo insieme 176 presenze segnando 58 gol e si è così messo in evidenza guadagnando la convocazione in nazionale, chiamato da Marcello Lippi. Era tra i 23 che hanno conquistato i Mondiali del 2016 in Germania. Durante la competizione iridata, Iaquinta ha registrato 5 presenze e un gol, messo a segno proprio nella partita d'esordio contro il Ghana, nella fase a gironi, vinta dagli azzurri per 2-0.

Dopo i Mondiali vinti ha disputato un'altra stagione all'Udinese e poi è passato alla Juventus, dove è rimasto dal 2007 al 2012, collezionando 86 presenze e 30 gol. Intanto in nazionale ha saltato gli Europei 2008 a causa di un infortunio, mentre era presente ai disastrosi Mondiali 2010, dove ha giocato da titolare tutte e tre le partite disputate dagli azzurri, segnando anche il gol dell'1-1 con la Nuova Zelanda (su rigore). Dopo quei Mondiali non è più tornato nell'orbita della nazionale.

Nel 2012 è andato in prestito al Cesena, disputando solo 7 partite e facendo un gol, poi è tornato alla Juventus, ma poiché non riusciva a riprendersi dagli infortuni non è più sceso in campo ed è finito fuori rosa. Di fatto, dopo il ritorno da Cesena a Torino, Iaquinta non ha più giocato e a 34 anni, nel 2013, ha deciso di ritirarsi per dedicarsi alla carriera di allenatore.

A settembre del 2016 ha ottenuto il patentino da Allenatore Professionista di Seconda Categoria – UEFA A, che gli consente di allenare tutte le squadre giovanili e le prime squadre fino alla Lega Pro e di essere tesserato come vice allenatore nei campionati di Serie A e Serie B.

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