Diana, il predestinato della panchina: "L'allenatore deve essere unico"

Dall'infanzia con Pirlo agli insegnamenti di Prandelli e Novellino. L'ex giocatore della Sampdoria è tra i nuovi allenatori più interessanti del nostro calcio: "In panchina bisogna essere unici".

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Un conto è sapere di calcio, un altro è essere bravi a trasmetterlo. Sì, in pochi hanno questa fortuna: questione di talento, certo, ma di mentalità soprattutto. Voglia, idee e determinazione: proprio come quella di Aimo Diana, in passato grande talento della nostra Serie A, oggi giovane allenatore con un modo di intendere il calcio fuori dal comune. Unico. Ed è proprio sul concetto di unicità che l’ex centrocampista della Sampdoria ha deciso di impostare la sua carriera in panchina:

Nel 2013, quando smisi di giocare, avevo già ben chiaro in testa l'obiettivo di diventare allenatore. Sapevo già da diverso tempo che quella sarebbe stata la mia strada. Ed è proprio mentre stai ancora giocando che puoi intuire se avrai la capacità un giorno di sederti in panchina. Oggi, poi, soprattutto per un ex calciatore professionista, insegnare calcio è quasi alla portata di tutti. Ma la vera difficoltà sta nel gestire il gruppo, leggere la partita e, soprattutto, nel portare ai tuoi ragazzi concetti unici. 

Diana si racconta con passione e con una mentalità che lo contraddistingue dalla maggior parte degli altri allenatori italiani. Il tutto in un'intervsta esclusiva a FoxSports.it in cui traspare una grande ambizione unita al senso pratico del pallone. Lui, Aimo, che con le maglie di Brescia, Sampdoria, Palermo e Torino bruciò le corsie esterne di mezza Serie A. Questione di talento e doti fisiche sopra la media, certo, ma soprattutto i suoi risultati sono maturati grazie ad un assetto mentale da vero leader. In campo e fuori.

Dall'infanzia con Pirlo alla disciplina di spogliatoio trasmessa da Novellino, passando per la gestione di Lippi e la grinta di Mazzone. Sì, Diana è un profondo conoscitore di calcio, uno studioso del pallone in continuo aggiornamento e oggi pronto ad imporsi definitivamente in una panchina di Lega Pro. Testa, allenamento, stile di vita e voglia di andare oltre ogni superficialità. Plasmato dal lavoro con i giovani nel 2013 alla Feralpisalò - per poi allenare la prima squadra - fino alle esperienze nei gironi del sud con Melfi e Sicula Leonzio. Ed eccoci dunque in questo viaggio nel mondo di Aimo Diana, l'allenatore del futuro.

DianaGettyImages
Diana a duello con Del Piero

Aimo Diana, un allenatore come pochi

Impossibile non chiedergli a chi si ispiri. D'altronde, nel calcio di oggi, prendere spunto dai grandi maestri della tattica rappresenta un punto di partenza per tutti coloro si apprestano ad allenare. Ma la risposta di Diana stuzzica subito la curiosità, e soprattutto fa trasparire un concetto chiaro: Aimo è un allenatore diverso, unico, immagine e somiglianza di un profilo davvero differente.

Ancelotti e Guardiola sono due modelli preziosi, certo. E per un giovane vanno sicuramente bene, ma poi bisogna andare oltre. In Italia siamo fermi a questi modelli e ci rispecchiamo forse troppo in loro. Il mio modo di intendere il calcio parte sicuramente dalle mie esperienze in Serie A, e prende ovviamente spunto dai grandi allenatori che mi hanno plasmato, ma poi c'è dell'altro. La difficoltà sta nel gestire il gruppo e soprattutto nella lettura della partita. Ed è proprio per queste ragioni che bisogna avere la capacità di portare qualcosa di nuovo e diverso, è proprio in questo punto che sta il talento di un allenatore.

Dritto al punto Aimo. Concreto. E soprattutto unico. Il suo essere differente - nonostante i soli 40 anni (classe 1978) - gli ha permesso in breve tempo di farsi apprezzare dal panorama calcistico della Lega Pro nelle sue recenti esperienze alla Feralpisalò, Pavia, Melfi e Sicula Leonzio. Esperienze in cui è riuscito, pur subentrando a stagione in corso, a rivitalizzare le square grazie a idee speciali e tanta motivazione. Perché in fondo, per un ex calciatore, girare l'Italia accettando nuove sfide non è di certo un problema:

Amo mettermi in gioco: l'ho sempre fatto anche da calciatore. Il mio lavoro infatti fa sempre rima con passione, è una fiamma che ogni giorno si alimenta continuamente. Negli ultimi due anni ho allenato nei gironi del sud, e devo ammettere che sono dei campi davvero affascinanti. Allo stesso tempo sedermi in una panchina del nord sarebbe davvero stimolante, anche perché qui si gioca un tipo di calcio che sto seguendo tanto. Giro ogni weekend tra i campi per seguire le partire, mi piace conoscere nuovi giocatori e avere sempre un'idea chiara dell'ecosistema calcistico. 

Allenatore dal fisico bestiale

Aimo Diana, un allenatore natoGetty Images
Aimo Diana a duello con Zanatti

Molti allenatori, bisogna ammetterlo, fisicamente sono abbastanza fuori forma. Ma di certo questo non è il caso di Aimo Diana, che oltre all'aspetto tecnico e tattico concilia alla perfezione quello relativo alla partire fisica e mentale. Per i suoi giocatori ma anche per se stesso:

Non mi sono mai piaciuti gli allenatori fuori forma. I miei giocatori lo sanno: quando finisce la loro sessione inizia la mia. Voglio essere sul pezzo e tendere alla perfezione dei dettagli. Oltre a girare per i campi mi alleno, faccio maratone, gioco a tennis e a golf. Spero dunque di andare in una squadra con una forma fisica perfetta dal mio punto di vista. Mi alleno perché voglio farmi trovare pronto anche fisicamente. Sono sportivo di mio. Il giocatore deve vedere davanti a sé un allenatore che rispecchi appieno le sue idee, con una coerenza mentale e fisica.

Andare oltre. Leggere il calcio prima degli altri. Diana è così: preciso, non lascia nulla al caso. Dalla lettura della partita passando soprattutto per la gestione dello spogliatoio. E la cura della condizione fisica, invece, quanto incide nel rendimento complessivo di una squadra?

Il calciatore, oltre ad allenarsi, deve vivere di riposo. Un anno persi due partite consecutive e lasciai appositamente cinque giorni di riposo assoluto. Infatti staccare con testa e gambe è importante quanto l’allenamento stesso. A volte bisogna fermarsi, e serve appunto per diventare più performanti. La preparazione atletica è fondamentale quanto il lavoro tecnico tattico. Per portare idee serve un fisico vincente e in salute. Dalla prevenzione infortuni al lavoro con lo staff, una squadra che tecnicamente è inferiore ad un’altra ci deve mettere più componente atletica.

Mai banale, diretto, ambizioso e con una mentalità da fare invidia ai vecchi allenatori navigati:

Poter recuperare vuol dire tanto. Poi si va anche nella sfera della professionalità del calciatore. Dietro di loro ci deve essere uno staff adeguato, anche se purtroppo volente o nolente i protagonisti rimangono sempre i calciatori, e quindi bisogna metterli nelle migliori condizioni per potersi esprimere al meglio. I presidenti devono dare sempre più valore ai singoli giocatori. E l’allenatore deve essere una linea guida per tracciare la strada: un leader da seguire per tirare fuori al massimo il proprio talento.

Dalla leadership alla specificità

Saper dialogare con l'ambiente: è proprio questa una delle armi vincenti di Aimo Diana. Partendo dai calciatori ma senza dimenticarsi degli altri addetti ai lavori, come i direttori sportivi:

I direttori sportivi, durante gli incontri, mi raccontavano in che situazione fosse la loro squadra, e tanti si lamentavano dei pochi leader presenti nel gruppo. Al contrario, io penso che nella squadra ci debbano essere proprio pochi leader. Il motivo? Deve essere l’allenatore ad avere le redini e la leadership dell'ambiente. Poi chiaro, a tutti piacerebbe avere dei leader come Buffon o Chiellini, ma quelli prima ancora sono dei leader tecnici. L’allenatore deve essere la figura cardine, il mentore dei suoi ragazzi, la guida che li conduce al raggiungimento dell'obiettivo prefissato.

Uno dei fattori differenzianti di Diana è proprio il coraggio nel prendersi le proprie responsabilità. Aimo sa benissimo la valenza del suo ruolo, e per questo sin dalle sue prime esperienze è riuscito a imporsi come punto di riferimento per i propri giocatori. Ma quanto contribuisce, agli occhi dei calciatori, l'aver disputato un'importante carriera all'interno di un calcio pieno di campioni?

I giocatori che ho di fronte sanno che sono stato un calciatore. Ma difficilmente parlo di mie esperienze passate. Non voglio mai mettermi davanti a loro. Per questo dico che nei momenti di svago possono chiedermi tutte le curiosità che vogliono, e allora in questi momenti liberi mi avvicinano sempre per dei consigli e curiosità su determinate situazioni: gli aneddoti li racconto sempre su loro richiesta. 

Parola d'ordine: umiltà. Un po' come quella di Roberto Baggio, quel codino con cui Aimo Diana ha avuto l'onore di giocare:

Roby era perfetto. Divino, appunto. Conduceva una vita giusta e precisa. E anche grazie alla sua disciplina è diventato il fenomeno che tutti abbiamo conosciuto. E poi Pirlo, con Andrea sono cresciuto: abitavamo vicini e abbiamo fatto le giovanili a Brescia. Ne abbiamo combinate un sacco e allo stesso tempo ci siamo sempre supportati.

Andrea PirloGettyImages
La notte del Maestro

Una carriera di emozioni. Come il saluto all'amico Pirlo lo scorso 21 maggio in campo per l'ultima volta nella "Notte del Maestro". Una festa meravigliosa, con fenomeni di tutto il mondo arrivati per l'occasione: da Maldini a Baggio, passando da Ronaldinho a Lampard, ma soprattutto in compagnia di Aimo. Ovvero quel giocatore con il quale l'ex regista del Milan ha condiviso un'infanzia intera, tra gavetta, allenamenti e consigli reciproci.

Il compito del subentrante

Calcio h24? Quasi. Fai un lavoro che ti piace e non ti peserà mai, vero: ma prima serve la situazione giusta. Quell'occasione che a breve, certamente, farà esplodere di passione e ambizione il cuore di Diana.

Attualmente voglio rimettermi in moto e ricominciare ad allenare. Non per la necessità di avere la panchina sotto il sedere, ma in una situazione che mi piace. Ho ben chiaro quali sono le mie capacità e le caratteristiche delle squadre dove potrei finire ad allenare.

E che differenza c'è, nello specifico, tra un allenatore che prende in mano una squadra prima dell'inizio della stagione rispetto proprio ad un subentrante dopo una rivoluzione di panchina?

Le mie ultime tre esperienze sono state proprio da subentrante. Lo scenario è particolare, sai che entri in una situazione difficile, e la tua  capacità deve essere quella di instaurare con i nuovi giocatori un rapporto di fiducia e trasmettere loro la tua idea di calcio. Il subentrante è come fosse un pronto soccorso del pallone, perché chiaramente c’è da tamponare una falla. Poi, superato il pericolo, dalla terapia intensiva si passa a portare idee e a proporre nuovi valori.

 

Cerco sempre di portare uno stile diverso, trasmettendo idee nuove anche per gli allenamenti e per creare fiducia nei giocatori. Voglio essere decisionista per far capire che il leader sono io in qualità di allenatore. E di conseguenza avere un’impronta forte: soprattutto in un ambiente caldo come la Lega Pro.

Diana, da quando ha iniziato ad allenare nel 2013, ha sempre dimostrato una grande abilità proprio nel subentrare in corso d'opera: come? Portando sempre punti, idee, motivazioni e coesione del gruppo. Il tutto partendo da quell'unicità tipica del suo modo di intendere il calcio, e che lo ha subito lanciato tra i migliori allenatori emergenti d'Italia. L'esperienza da grande calciatore lo ha aiutato, ma quanto incide per un giovane allenatore aver calcato con i propri piedi palcoscenici così importanti?

Il nome che porti sulle spalle ti aiuta, ma poi è come se ripartissi da zero: devi essere bravo a dimostrare quanto vali e che sai stare al posto giusto al momento giusto. Come detto devi portare una tua unicità. Sì, è giusto attingere dai maestri, ma poi sei tu il padrone della situazione, e ogni ambiente è diverso dall'altro. Insegnare calcio è un conto, ma saper gestire l'ambiente e leggere la partita sono due fattori che devi imparare da solo. Poco importa il cognome che ti porti dietro.

Ho imparato molto dai miei allenatori: sotto il profilo della gestione del gruppo penso a Lippi e Mazzone, mentre su quello tattico mi ha ispirato Prandelli. Poi Novellino grazie al suo senso della disciplina mi ha dato una grande forza mentale. Ora però tocca a me, ho iniziato cinque anni fa e adesso sono pronto per una nuova avventura.

Perché un conto è sapere di calcio, un altro è essere bravi a trasmetterlo. Sì, in pochi hanno questa fortuna: questione di talento, certo, ma di mentalità soprattutto. Voglia, idee e determinazione: proprio come quella di Aimo Diana.

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