Serie A, De Rossi avvisa: "Il mio ritiro? Iniziate ad abituarvi all'idea"

Il capitano giallorosso si racconta al canale del club: mezz'ora tra passato, presente e un futuro ancora tutto da scrivere. "La Roma è sempre andata avanti, lo farà anche senza di me".

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Una passeggiata nei dintorni di Trigoria, il campo di allenamento della "sua" Roma. Daniele De Rossi, ospite del programma "The Player's Walk" in onda sul canale televisivo del club giallorosso si confessa ai tifosi e agli appassionati raccontando la sua storia e parlando di passato, presente e un futuro ancora tutto da scrivere.

Oltre 600 presenze con la Roma, l'unico club in cui ha giocato in una carriera da professionista cominciata il 30 ottobre 2001 nella sfida di Champions League contro l'Anderlecht e che festeggia quest'anno la 18esima stagione, De Rossi è una vera e propria "memoria storica" degli ultimi vent'anni di vita del club giallorosso. Ne esce fuori così un'intervista non banale, che vede il leader della squadra allenata da Di Francesco affrontare diversi argomenti, compreso quello molto delicato relativo a un suo possibile prossimo ritiro.

Il mio ritiro? Iniziate ad abituarvi all'idea, perché non manca tantissimo. Sento tanta gente per strada che dice "ha smesso Totti, se smetti tu siamo rovinati, non ci sarà più niente" ma la Roma andrà avanti, è andata avanti dopo Di Bartolomei, è andata avanti dopo Bruno Conti, Giannini, Falcao, è andata avanti dopo le peggiori delusioni. Stiamo andando avanti dopo Francesco, che forse è la cosa più dolorosa per un tifoso della Roma, quindi figuriamoci se non riuscirà a superare il post-carriera del sottoscritto.

Roma, il capitano Daniele De Rossi alza le braccia al cieloGetty Images

Roma, De Rossi si confessa: "Non sarò un peso"

18 stagioni da professionista, una carriera iniziata come tutti da giovanissimo e una storia che inevitabilmente un giorno dovrà finire. De Rossi a Roma TV ammette di avere le idee più o meno chiare su quando e come questo avverrà, ma anche di amare troppo il calcio per fare annunci o proclami che poi potrebbero essere smentiti.

Sono molto volubile sull'argomento del ritiro. Magari mi fa male il ginocchio per cinque giorni di seguito, arrivo a casa e penso a fare tre mesi di vacanza, perché smetto. Poi magari passa e allora comincio a pensare alla prossima partita, che domenica abbiamo la SPAL... sono volubile da questo punto di vista, come tutti i calciatori, ma sarò coerente con quello che ho sempre detto: non voglio fare figuracce, non voglio essere un peso né qualcosa che toglie.

So che adesso non lo sono, ho già le idee chiare su come saranno i prossimi anni ma non lo dico, lo tengo per me perché voglio tenermi la libertà anche di cambiare idea. Quando mi renderò conto che il centrocampista che ho davanti, o anche quello che ho a fianco, sarà il momento di alzare la mano.

Quando il fatidico giorno arriverà, quando gli scarpini verranno appesi al chiodo, si chiuderà un capitolo importantissimo nella vita di un ragazzo che si troverà ad essere uomo e che dovrà necessariamente pensare a cosa verrà dopo. Anche in questo caso il capitano della Roma sembra avere le idee molto chiare, ma non manca di sottolineare come molte cose andranno valutate e non soltanto da lui.

L'unica cosa che mi vedo in grado di fare nel futuro è l'allenatore. Bisognerà vedere se avrò quella fame, quella voglia di prendere la famiglia e andare a destra e sinistra, sottoporla a quello stress che non è magari solo quello del risultato ma anche di dover cambiare città con la consapevolezza che se non ti seguiranno saranno lontani dal papà e dal marito, e se invece lo faranno ti vedranno sempre in ritiro, sempre stressato, sempre a pensare alla partita dopo. Questa è la cosa che mi spaventa, continuare dopo 24 anni a vivere certe situazioni, certi ritmi. 

Al momento restare nel mondo del calcio mi sembra una cosa abbastanza logica, poi bisogna pure essere capaci, per fare l'allenatore non bisogna solo saper leggere la partita, fare la formazione, ci sono tante altre cose in questo mestiere e non ho la presunzione di dire che ne sarò capace. Dovrò studiare e imparare, ma per il momento un po' di passione ce l'ho.

Daniele De RossiGetty Images

Se dovesse scegliere di fare l'allenatore, De Rossi trarrà sicuramente tanto da ognuno degli allenatori che lo hanno guidato, ma un pensiero lo riserva in particolare a Luis Enrique, che ha guidato la Roma per una sola sfortunata stagione e che adesso guida da commissario tecnico la Spagna in una non facile rinascita dopo la delusione dei Mondiali.

Voglio molto bene a Luis Enrique, è stato un piacere conoscerlo e un piacere conoscere una mentalità diversa, un modo diverso di fare calcio, non dico come divertimento perché è il suo lavoro e ci tiene a vincere, ma con lui l'aspetto ludico rimane sempre in primo piano, punta al divertimento come mezzo per raggiungere lo scopo, cioè la vittoria.

603 partite con la Roma sono un'infinità. Eppure De Rossi non ha dubbi nell'indicare quale partita rigiocherebbe se potesse scegliere: Roma-Sampdoria del 2010, terminata 1-2, vantaggio giallorosso di Vucinic prima della doppietta di Pazzini che spense il sogno di vincere uno Scudetto che la squadra sentiva ormai a un passo e che per lui avrebbe meritato.

Magari mi metterei in marcatura a uomo fisso su Pazzini. Perché è quella partita che ci avrebbe dato un trionfo che avremmo meritato. Ce ne sarebbero tante altre, nella stessa stagione se ne avessimo vinte tante altre non avremmo avuto bisogno di quei tre punti contro la Sampdoria. Anche in diverse altre stagioni avrei voluto alzare qualche trofeo, magari vincendo le partite che abbiamo giocato a aprile o a marzo e che sembravano meno fondamentali di quanto si sono rivelate in seguito. La stessa Liverpool-Roma, una partita che avevamo iniziato benissimo e che poi è finita con uno scarto troppo grande per quello che avevamo dimostrato in campo.

C'è spazio anche per ricordare gli esordi, l'arrivo a Trigoria, l'inizio di una storia che forse nessuno immaginava sarebbe stata tanto lunga e tanto importante per il calcio capitolino e italiano. E un racconto che spiega più di molte parole come il mondo del pallone - e non solo - sia cambiato intorno a lui.

Il momento in cui ho capito che fare il calciatore sarebbe stato il mio lavoro è arrivato tardi. Adesso le cose sono un po' cambiate, perché con i social, con YouTube, con tutti questi canali ho visto dei ragazzi giovani - di 12 o 13 anni - che hanno già il profilo con il logo depositato e non so quanti milioni di follower. Quando ero giovane io non avevi la percezione che potevi diventare un campione quando eri piccolo, perché eri un ragazzino e anche se avevi fatto qualcosa di buono prima ti rendevi conto che come arrivavi qui erano tutti forti come te.

Dopo essersi fratturato una falange del piede sinistro a Empoli De Rossi attualmente è fuori per i prossimi impegni dei giallorossi, rilanciati dagli ultimi risultati positivi. Il capitano tornerà, anche se ancora non sa di preciso quando.

Quando guarisco guarisco, non saprei fare dei pronostici per quanto riguarda il mio rientro. È una frattura a un dito, niente di grave. Lì per lì ho sentito un grosso dolore, come quando prendi lo spigolo del mobiletto, era il sesto minuto, forse ero caldo e non ho sentito particolari campanelli d'allarme. Poi nel secondo tempo era già un bel cocomero e ho capito che qualcosa si era rotto, ma la partita era in bilico, serviva l'aiuto di tutti.

Queste ultime partite sono state anche particolarmente importanti perché ci hanno permesso di tirarci fuori da un momento difficile. Vincere il derby, soprattutto, ci ha aiutato a trovare un po' più di convinzione in noi stessi. Il calcio è lavoro, è preparazione, tecnica, ma è anche testa e nei momenti negativi i giocatori vanno sostenuti, perché sicuramente giocheranno meglio.

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