Regime Catenaccio - Deniz Naki, l'uomo che ha sfidato Erdogan

La rubrica "Regime Catenaccio" racconta la storia di Deniz Naki, l'uomo che ha osato sfidare apertamente Erdogan.

L'anti Erdogan Deniz Naki Foto da Twitter @blutarski_bluto

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Ci sono popoli che rimangono per sempre in una specie di limbo. Ci sono popoli che la storia, con la "esse" minuscola, sembra per sempre rinchiudere in una nicchia di sofferenze. Ci sono popoli che la Storia, quella con la "esse" maiuscola, sceglie di ignorare, affamata com'è di dominatori, conquistatori. 

Ci sono popoli che soffrono ma lottano, lottano ma non si danno per vinti, perdono ma continuano a lottare. Li abbiamo visti sulle barricate in Turchia e nelle trincee anti-ISIS, quando nessun altro sembrava voler davvero essere anti-ISIS se non a parole.

Beato il popolo che non ha bisogno di eroi, beato il popolo che ha eroi senza nome. Non tutti: c'è uno che, barba incolta, sguardo fiero, tedesco di origini curde, forse ha avuto paura. Ha rischiato la vita, di certo. Di certo, non ha mai smesso di lottare. Questa è la storia di Deniz Naki, l'uomo che ha sfidato il "sultano" Recep Tayyip Erdogan. A qualsiasi costo. Costi quel che costi. 

Deniz Naki non è più un calciatore 

Partiamo dalla fine. Deniz Naki è stato bandito dal calcio turco. A fine gennaio 2018 non esiste più una vita da calciatore per Deniz in Turchia. Con un provvedimento eccezionale, la Federazione turca lo ha buttato fuori per le sue posizioni apertamente anti-Erdogan, in un momento storico, in Turchia, in cui è assai consigliato essere almeno pro-Erdogan, se non un suo fanatico sostenitore. Per tutti gli altri c'è un grosso problema in vista. Deniz Naki è un attaccante classe '89, giocava nell'Amedspor. Con un comunicato, ha ribadito il suo credo: 

Anche prima dell’Amedspor la mia vita è stata costruita sulla libertà, la pace e la lotta per la mia terra. Sapendo che portare l'identità dell’Amedspor, richiede una lotta ardua e difficile, di restare sempre in piedi a testa alta, ho cercato di mostrare un atteggiamento adeguato. E mi sono comportato con la consapevolezza che tutto non si riduce al calcio. Dopo l’Amedspor continuerò ancora la mia vita, con questa attitudine. Ho messo al di sopra di tutto, gentilezza, bellezza, solidarietà, pace, vita umana e patriottismo, che richiedono una sensibilità sociale. Perché questi sono i valori a cui sono legato.

Ma non è solo questo: la questione è più profonda, è una questione che non si può ridurre solo al calcio. La questione è abbastanza semplice: il calcio professionistico può essere un megafono delle ingiustizie? Ha il dovere o no di affiancare rivendicazioni sociali? Per Naki la risposta è semplice. Per lui vale la pena smettere di giocare pur di preservare quello che considera un tratto fondamentale della sua identità. Anche a rischio della vita, e non è un'esagerazione.

Ma cambiamo scenario. Siamo sull'A4, nei pressi di Dueren, in Germania. Deniz Naki in Germania è di casa: ha giocato nel Bayer Leverkusen, dove è iniziata la sua carriera, al St Pauli e al Paderborn 07. Naki è nato a Dueren, che ha una via dello shopping piastrellata, ordinata, precisa. Sta tornando da Aquisgrana in autostrada. Gli sparano addosso: due colpi, uno sulla ruota, uno sul finestrino. A sparare è una macchina nera, dall'altra corsia. Naki accosta, chiama la polizia, non ha dubbi su chi abbia sparato:

Ritengo che possa essere stato un agente dei servizi turchi del Mit, o qualcun altro a cui non piace il mio atteggiamento politico

Alcune voci parlano di attentatori turchi vicini ai servizi segreti di Ankara. Nell'aprile precedente, Naki era stato condannato a 10 mesi, l'accusa è pesante: propaganda terroristica per il Pkk. L'anno dopo la fine: deve pagare 273 mila lire turche (circa 60 mila euro), è colpevole di "propaganda ideologica" e "separatismo" curdo. 

Tre anni e mezzo di squalifica sul capo, ovvero fine pena mai nel calcio. Come riporta Hurriyet, qualsiasi provvedimento disciplinare superiore a 3 anni comporta in Turchia una squalifica a vita. Addio Amed, una vera e propria scelta di vita: di fatto è una squadra curda che milita nel campionato turco, in terza serie. Cosa ha fatto Naki per meritare la fine della sua carriera in Turchia?

Ha premuto una volta sul tasto "Share". Ha condiviso un video sui social media in cui si faceva appello a partecipare a una manifestazione a Colonia contro l'offensiva militare lanciata dalla Turchia nell'enclave curda di Afrin, nel nord della Siria. Una condivisione che gli è costata carissima. 

Il clima attorno al suo ex club è stato sempre molto pesante: l'Amedspor ha sede a Diyarbakır, città nel sud-est della Turchia a maggioranza curda, che da sempre porta avanti con coraggio le rivendicazioni del popolo curdo. E ha attirato l'attenzione rabbiosa dello stato: la polizia turca ha fatto anche irruzione nella sede della società sequestrando computer e documenti. 

Cambiamo scena: siamo nel 2014. Naki giocava nel Gençlerbirligi. Ad Ankara mentre faceva shopping viene aggredito:

Tre persone si sono avvicinate a me di domenica mentre facevo shopping – ha raccontato Naki sul suo profilo ufficiale Facebook – mi hanno circondato e hanno cominciato ad attaccarmi con insulti sulla mia identità curda e alevita

Lo aggrediscono, fisicamente. Naki non è gradito. Rescinde il contratto, va via da Ankara. Deve proteggere la sua famiglia. 

Il tatuaggio "azadi"

Naki ha una sola parola, enorme, tatuata sull'avambraccio: "Azadi". In persiano e in curdo significa libertà, in kashmiri rivoluzione o indipendenza. Per Erdogan Naki è una provocazione vivente. Per Erdogan il calcio non è una cosa che si può sottovalutare. Alcuni esponenti del suo partito sono molto inseriti nelle dinamiche del calcio turco. Il sindaco di Istanbul, Kadir Topbas, potentissimo esponente del partito conservatore religioso, si muove dietro il Basaksehir di Emre (l'ex Inter), una delle squadre più fischiate di Turchia.

Nata nel 2014, "le vengono fischiati troppi rigori a favore", raccontano a La Repubblica alcuni tifosi avversari. Erdogan di calcio ne sa: è un ex calciatore, tifa da sempre per il Fenerbahce. Sa quanto è fondamentale nell'architettura del potere. Sa quanto può portare in alto, o in basso, nomi o personaggi legati alla sua figura. Sa quanto può essere importante per dare voce all'opposizione, sa quanto è importate farla tacere. Per questo manifestazioni di solidarietà come quella dei tifosi del St Pauli non possono piacergli. 

Cambiamo ancora scena. Stavolta c'è Naki che inizia lo sciopero della fame, siamo a marzo 2018. Siamo di fronte al quartier generale delle Nazioni Unite a Ginevra. Naki smette di mangiare per protestare contro l’invasione militare turca di Afrin.

Deniz Naki ha una scritta sul braccio. C'è scritto "azadi". In curdo e persiano vuol dire libertà. In kashmiri rivoluzione o indipendenza. Non sono parole che si possono cancellare con una squalifica. Sono una sfida. C'è ancora chi ha il coraggio di sfidare i sultani. A qualsiasi costo. Costi quel che costi. 

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