Santi Cazorla rinasce dopo 668 giorni di stop: "Ora sembro un puzzle"

Lo spagnolo racconta il suo calvario, che lo ha tenuto lontano dai campi di gioco per quasi due anni e che adesso è finalmente riuscito a mettersi alle spalle.

Santi Cazorla Getty Images

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Adesso che l'incubo sembra essere definitivamente alle spalle, Santi Cazorla può anche permettersi di scherzarci su e ridere, quando racconta il suo calvario in un'intervista al Daily Mail. Ma sono attimi, istanti, perché quanto è accaduto a questo centrocampista spagnolo, 34 anni il prossimo dicembre e tra i giocatori più talentuosi di una generazione straordinariamente dotata come quella che ha fatto grande la Roja negli ultimi anni, è incredibile.

Ben 11 operazioni chirurgiche, 668 giorni lontano da quei campi di calcio in cui a lungo è stato uno dei protagonisti, pur finendo troppe volte per essere fermato da un guaio fisico dietro l'altro. L'ultimo, però, è stato qualcosa di spaventoso: nell'ottobre del 2016, in seguito a un'operazione alla caviglia dolorante da anni, Santi Cazorla non solo ha rischiato di dover abbandonare il pallone, ma persino l'amputazione del piede per colpa di una maledetta infezione che è stata sconfitta solo dopo una battaglia durata quasi due anni.

Un incubo iniziato addirittura nel 2013, quando il centrocampista spagnolo era nella fase migliore della sua carriera: 29 anni, Cazorla era appena arrivato all'Arsenal imponendosi subito come un punto fermo e conquistando il premio di calciatore dell'anno dei Gunners. Il tutto mentre anche la Spagna, con cui ha vinto gli Europei del 2008 e del 2012 - mancando la vittoria ai Mondiali del 2010 a causa di un'ernia - non rinunciava al suo apporto pur con la concorrenza di campioni straordinari.

Santi Cazorla riparte dopo 668 giorni di stop: "Sembro un puzzle"

Proprio in Nazionale, durante un'amichevole, Santi Cazorla rimedia un doloroso infortunio alla caviglia destra, una botta che sul momento sembra dover passare con del semplice riposo. Questo è quello che gli consiglia lo staff medico dell'Arsenal, ma dopo ben tre anni la situazione non è affatto migliorata: il 19 ottobre 2016, durante la partita che vede il suo Arsenal impegnato contro il Ludogorets in Champions League, il riacutizzarsi del dolore lo costringe a lasciare il campo. Può sembrare un infortunio come tanti, segnerà l'inizio di un incubo.

Iniziano le operazioni, i tentativi di ripartire frustrati da un dolore persistente, nuovi interventi chirurgici, diagnosi non sempre corrette: si passa da qualche settimana di stop, prospettata inizialmente dai medici, al consiglio di concentrarsi su una vita normale, ché non solo sarà quasi impossibile tornare a essere un calciatore, ma il rischio di dover amputare un piede sempre più malridotto sembra concreto.

Quando i medici di Londra mi dissero questo, che non sarei tornato a giocare, non gli diedi importanza perché avevo già deciso di venire a operarmi in Spagna, dove sapevano quanto fosse complicato il mio caso e dove mi dissero: "Santi, hai avuto un infortunio davvero grave, ma lotteremo per farti tornare a giocare".

È in Spagna che Cazorla viene finalmente a conoscenza del problema che lo affligge, che ha condizionato gran parte della sua carriera rischiando anche di terminarla: un'infezione batterica gli sta letteralmente divorando il tendine d'Achille e l'osso circostante, motivo per cui le varie operazioni sostenute fino a quel momento sono state praticamente inutili. 

Quando i medici che mi operarono in Spagna mi ricostruirono il tendine si resero conto di quanto fosse grave la situazione dell'osso. I batteri se l'erano mangiato, sembrava fatto di plastilina, potevo metterci il dito dentro. Avevo perso 10 centimetri di tendine, sembrava orrendo, ma ancora i medici mi dissero che ero fortunato, che sarebbe potuta andare persino peggio.

Ed ecco così l'inizio di un nuovo, interminabile, calvario. Mentre si sottopone a una cura anti-batterica, Cazorla viene sottoposto a una serie di interventi chirurgici per la ricostruzione del tendine che portano i medici a effettuare numerosi trapianti di pelle: una parte della sua coscia finisce nell'avambraccio, da cui a sua volta viene estratto il tessuto necessario per ricostruire la caviglia. 

Ci sono parti di me in posti dove non dovrebbero stare. Sembro un puzzle!

Oggi Santi Cazorla è, finalmente, tornato a essere un calciatore. Lo ha fatto nel Villarreal, il club che lo aveva lanciato nel grande calcio e che dopo sette anni lo ha riportato a casa. Un'estate di speranze e test sempre più positivi, infine il ritorno in campo vero e proprio, titolare nelle prime tre giornate della Liga pur se mai per 90 minuti: il Sottomarino Giallo ha portato a casa un solo punto sui 9 disponibili e dovrà fare certo di meglio nei prossimi impegni, ma per Cazorla naturalmente passa tutto in secondo piano, è già un successo essere tornato.

Nessun rancore nei confronti dell'Arsenal, club che gli è rimasto nel cuore e che continua a seguire: confessa di essersi sentito con il nuovo tecnico del club, il connazionale Unai Emery, di avergli dato qualche consiglio, racconta di come Arsene Wenger gli offrì un anno di contratto in più in seguito all'infortunio, della stima che aveva nei suoi confronti, dell'affetto ricevuto da una tifoseria che lo ha sempre amato e spinto a tornare, a non arrendersi. Certo è che lo staff medico dei Gunners avrebbe potuto fare di più.

Il primo da incolpare per questa situazione sono io, perché sono stato io a decidere chi mi dovesse curare. Sicuramente posso dire che se qualcuno avesse agito diversamente avrei avuto la metà dei problemi, ma alla fine le decisioni le ho prese io. Sarei dovuto andare in Spagna dal primo giorno. Quello che mi dispiace è che chi ha sbagliato non abbia mai ammesso l'errore, che può capitare a chiunque. Sarebbe bastato sentirmi dire: "Ci dispiace, dell'infezione non ce ne eravamo accorti". Ma non me lo ha mai detto nessuno.

Santi Cazorla, ora che è tornato a essere un calciatore vero, preferisce guardare avanti, pensare alle nuove sfide che lo attendono, felice di poter ancora prendere a calci quel pallone che tanto gli ha tolto ma che pure tantissimo gli ha dato e a cui sarà eternamente grato, come all'Arsenal, al Villarreal, ai tifosi, alla famiglia che non lo ha mai abbandonato.

Sono stato fuori per così tanto tempo che ora apprezzo tutto, anche il tempo che passiamo in ritiro in albergo. Sono stato in albergo diverse volte negli ultimi anni, ma solo, senza compagni di squadra. Succedeva quando andavo nei vari ospedali. Ora so che se sono in un hotel è perché mi sto preparando per una partita. Ho combattuto per tutto questo e ora devo sfruttarlo al meglio. 

Non posso essere così egoista da dire che il calcio non è stato buono con me: ci sono momenti in cui penso di aver avuto sfortuna - questo infortunio, ho perso anche una Coppa del Mondo - ma il calcio mi ha dato un sacco di cose e sono grato per tutto ciò che ho vissuto finora. E per tutte le cose che sono sicuro dovranno ancora arrivare.

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