Kobe Bryant: i 40 anni del più grande "italiano" della NBA

Nato il 23 agosto 1978, Kobe si è trasferito in Italia giovanissimo al seguito del padre e qui è cresciuto per sette anni, muovendo anche i primi passi sotto canestro.

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Non tornerà a giocare Kobe Bryant, purtroppo. Le voci di un possibile ritorno sul parquet di uno dei più forti e carismatici giocatori di basket di tutti i tempi hanno ricevuto una secca smentita nei giorni scorsi.

Il sogno di rivedere le magie del Black Mamba erano state alimentate dalla Big 3, la Lega americana del basket 3 vs 3, finanziata dal rapper Ice Cube, nella quale si ritrovano spesso a sfidarsi le leggende della NBA ormai a riposo.

Un sogno, però, spento senza mezzi termini dal portavoce della Kobe Inc., Molly Carter. Bryant è arrivato a 40 anni e guarda avanti, ai prossimi 40. Il basket giocato e la NBA sono stati una lunghissima, splendida parentesi. La vita cambia.

Kobe Bryant: i 40 anni del più grande "italiano" della NBA

Così come la vita di Kobe Bryant, che proprio compie oggi 40 anni, era cambiata nel 1984 quando, da un giorno all'altro, papà Joe era arrivato a casa e aveva detto alla moglie di preparare le valigie: si parte, andiamo in Italia. Di lavoro, Joe Bryant faceva l'ala grande negli Houston Rockets: 10 punti a partita, mica uno qualunque. Ma la carta d'identità stava per marcare una cifra importante, 30 anni, e un signore italiano lo aveva convinto a tentare la strada dell'Europa: avrebbe potuto guadagnare bene e allungare la carriera.

Joe Bryant Rietibasket rieti
Joe Bryant con la maglia di Rieti

Quel signore così gentile e convincente era Attilio Pasquetti, team manager della Sebastiani Rieti, che insieme a Joe portò in Italia anche Dan Gay. E da noi papà Bryant allungò davvero la sua carriera: in sette anni giocò, oltre che a Rieti, a Reggio Calabria, a Pistoia e a Reggio Emilia, prima di chiudere in Francia a Mulhouse all'età di 38 anni.

Joe Kobe Bryantgazzetta di reggio
Joe e Kobe Bryant a Reggio Emilia

E proprio nel nostro Paese il piccolo Kobe, allora un'acciughina dalle braccia dinoccolate, ha imparato i fondamentali del basket, crescendo col pallone in mano in mezzo a tanti ragazzi italiani suoi coetanei e sfidando ogni tanto, unico privilegio, l'amico di papà, quel Dan Gay che poi in Italia rimase - giocò fino a quasi 46 anni, ultimo anno nella Fortitudo Bologna - e indossò persino la maglia azzurra della Nazionale con la quale vinse l'argento agli Europei 1997.

Il filo rosso

Nato nel 1978, Kobe ha vissuto in Italia dal 1984 fino al 1991, quando aveva 13 anni. A 18 esordiva già in NBA con la maglia dei Los Angeles Lakers, dopo aver vinto negli anni della high school il titolo nazionale con Lower Marion e aver battuto il record di punti di categoria che, tanto per dire, apparteneva a tale Wilt Chamberlain.

Qualcosa, insomma, l'aveva imparata sui campetti tricolori - del resto a Reggio Calabria suo coach fu Santi Puglisi, vice di Gamba in Nazionale - anche a costo di far piangere compagni e avversari.Successe, lo racconta Andrea Barocci nel libro "Un italiano di nome Kobe", a un torneo Plasmon: il piccolo Bryant aveva 7 anni e gli altri 9. Finì, appunto, con nove bimbi in lacrime: cinque perché non riuscivano a fermare l'allora mini-Mamba e quattro perché non erano mai riusciti a toccare palla.

Un filo rosso di riconoscenza per quanto ha ricevuto dall'Italia, Kobe lo ha sempre avuto e adesso che ha più tempo ha deciso che è ora di fare qualcosa di concreto per il basket del nostro Paese, come aveva dichiarato dopo il ritiro in una bella intervista a Reggionline:

Camps e clinics sono sicuramente fondamentali, ma credo che ci siano anche altri aspetti importanti nello sport: per esempio vorrei dare, a chi non riesce a sfondare, nozioni di business e di marketing in modo che possano rimanere vicino a quella che è la loro passione, magari da manager anziché da giocatori. Il mio sogno è di creare in Italia una scuola che insegni anche queste cose.

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