Regime Catenaccio: come Masoud Shojaei ha cambiato la storia dell'Iran

La prima storia di "Regime Catenaccio" racconta Shojaei, capitano dell'Iran che ha quasi fatto riammettere l'Italia ai Mondiali facendo infuriare gli ultra-conservatori di Teheran.

La lotta anti-regime di Masoud Shojaei Getty Images

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"Regime Catenaccio" non è una rubrica qualsiasi: ha voglia di raccontare storie di uomini che non hanno voluto assecondare i desiderata del regime di turno, del politico di turno, del potente di turno. 

Sono eroi? Forse no, di certo sono calciatori: hanno voglia di aggiungere al rettangolo di gioco altro. Non solo quel che corrisponde allo stereotipo del giocatore di calcio, ma anche rivolta, diritti civili, perfino esclusioni eccellenti. Perfino pesanti ostracismi.

Questa è una rubrica che profuma un po' di rivolta. Per questo cominciamo da una storia recente, quella di un capitano di una nazionale che ha rischiato fino all'ultimo di non andare ai Mondiali. Faccia da film di Bollywood, espressione serena, classe: questa è la strana storia di Masoud Shojaei, capitano dell'Iran. 

Cosa ha fatto il capitano dell'Iran Masoud Shojaei?

Ne ha combinate due, in particolare, e ha fatto infuriare di brutto le alte sfere di Teheran. Partiamo dal suo appello: vuole le donne allo stadio. Sembra quasi una richiesta quasi scontata (sicuri?). In realtà è quasi rivoluzionario il pacato invito di Shojaei, capitano della nazionale iraniana (una carriera giocata in Spagna, tra Osasuna, Las Palmas e squadre greche, ora milita in patria) e allora centrocampista del Panionios, al presidente Hassan Rouhani:

Dovrebbero individuare un percorso in cui le donne siano autorizzate ad entrare in futuro negli stadi

Le sue parole sono state riprese su Twitter dalla giornalista iraniana Negar Mortazavi: 

Shojaei alla fine i Mondiali li giocheràGetty Images
Shojaei alla fine i Mondiali li giocherà

Il Panionios perde, ma il ministro degli esteri israeliano li loda in un tweet in lingua farsi, in persiano. Un gesto di distensione che non ha avuto la stessa risonanza in Iran. In quel periodo (ed è così da decenni), quando Israele ride o twitta, in Iran si digrignano i denti per la rabbia. Espressa dal ministro dello sport Mohammed Reza Davarzan alla TV nazionale: 

Ehsan Hajsafi e Masoud Shojaei non hanno più il loro posto in seno alla nazionale dell'Iran in quanto hanno violato una grave regola interna riguardante il loro paese. Negli ultimi 38 anni, da quando è stata creata la Repubblica Islamica, nessuno dei nostri sportivi aveva mai accettato di affrontare dei rivali del regime sionista (Israele), nemmeno ai Giochi Olimpici 

Nel mentre il ministro degli Esteri iraniano ha proposto di inserire una clausola che vieti di giocare contro squadre israeliane nei contratti dei giocatori iraniani all'estero. Piccolo particolare: l'Iran non può comportarsi così. Le regole FIFA non transigono: non ci può essere alcuna interferenza politica nello sport. Per questo Shojaei ha giocato la coppa del Mondo, probabilmente l'ultima della sua carriera. Gli ha fatto gioco anche un precedente: il wrestler Alireza Karimi Mashiani, iraniano, si è beccato 6 mesi di squalifica per aver perso deliberatamente un incontro in Polonia, pur di non affrontare un atleta israeliano. Stavolta la posta in gioco è troppo alta, il ct Quieroz non lo ha convocato per alcuni amichevoli fingendo una "scelta tecnica" proprio per evitare una squalifica storica. Che in Italia abbiamo perfino auspicato, sperando in un clamoroso ripescaggio

Il destino di Shojaei è stato nelle mani di Queiroz, ct della Nazionale iranianaGetty Images
Il destino di Shojaei è stato nelle mani di Queiroz, ct della Nazionale iraniana

Per Hajisafi è semplice: cambia squadra, chiede scusa con un post su Instagram, viene reintegrato in nazionale. Dopo un incontro con il n.1 della Federazione ha dovuto giurare che "sosterrà la Rivoluzione eil suo grande leader". Per Shojaei è tutto molto diverso, l'ala intransigente gli ha giurato eterno odio, e non dalla partita di Europa League. 

Non è un caso che proprio lui abbia scelto di scendere in campo. Nel 2009, nella partita contro la Sud Corea, ha indossato un braccialetto verde in sostegno alle proteste antigovernative contro la vittoria alle elezioni di Ahmadinejad; come se non bastasse nel 2016 ha denunciato la "corruzione nel calcio iraniano".

Non solo. Alla festa per la qualificazione ha risposto sfacciatamente al presidente Rouhani che gli chiedeva cosa si potesse fare per migliorare il calcio in Iran: "Mia madre non è mai venuta a vedermi in tanti anni: siamo l’unico Paese in cui le donne non possono entrare allo stadio...". Nasce un movimento che lo vuole in squadra, per Russia 2018, perfino una petizione su Change.org, che non raggiunge nemmeno 500 firme. Nel marzo 2018 viene riaccolto in Nazionale, l'Iran non può fare altrimenti, e il capitano definisce l'episodio "uno spiacevole incidente". Sembra di vederlo sorridere, con il suo ciuffo da divo, mentre lo dice, in faccia ai conservatori. 

Come si diventa dissidente, ovvero innestandosi in un punto sensibile, ce lo spiega Shojaei

Shojaei ha toccato un punto sensibile. Quella di Masoud Shojaei è soprattutto una specie di manuale anti-regime. Ma in maniera laterale, liquida: è la storia di come chi ha un ruolo di responsabilità abbia il dovere di assolverlo fino in fondo. Fino a prendere sulle spalle situazioni anche molto più grandi di lui. Per capirlo, bisogna capire l'Iran o almeno mettere insieme qualche piccolo pezzetto, se possibile. L'ultima volta che una donna è entrata in uno stadio dell'Iran erano gli anni '70. Sicuramente prima del '79, l'anno della rivoluzione. Lo Scià Mohammad Reza Pahlavi ha fatto il suo corso: le sue istanze modernizzatrici e la sua forte autocelebrazione monarchica (solo la festa per i 2500 di monarchia erano costate allo stato 250 milioni di dollari, in un paese dalla povertà crescente, insieme alla corsa agli armamenti), hanno fatto rima con una crescente impopolarità e durissima repressione.

Lo scià Scià Mohammad Reza Pahlavi al culmine del suo potereGetty Images
Lo scià Scià Mohammad Reza Pahlavi al culmine del suo potere

I 60mila agenti della SAVAK, la polizia segreta, comandati dal colonnello Nematollah Nassiri, sono brutali e incutono terrore: le oscure camere di tortura in cui i prigionieri politici (in particolare comunisti) sul finire degli anni '70 diventano sinonimo di spregio della vita umana e crudeltà efferata. In un articolo del New York Times del 17 giugno '79 uno degli aguzzini si presenta davanti al tribunale rivoluzionario islamico e racconta: nelle segrete della QasrPrison l'orrore ha forma di barre metalliche bollenti negli occhi e nel naso e peggio altrove, elicotteri che gettano i prigionieri nel mare salato, mitragliatrici che sterminano sulle colline vicino Teheran intere fila di prigionieri (con il coroner a confermare una mai avvenuta "rivolta carceraria"), e molto altro di cui è meglio tacere. Il tutto, ovviamente, dopo il colpo di stato organizzato dai servizi segreti statunitensi e inglesi per ribaltare il primo ministro (se possibile ancor più nazionalista) e perpetrare il regime dello Scià. Che viene rovesciato nel '79: viene instaurata una repubblica Islamica, l'ayatollah Khomeini ("per molti è santità", dirà Battiato) torna in patria dopo 15 anni, l'Iran piomba in un nuovo clima di repressione. 

L'Ayatollah Ruhollah Khomeini in una foto dell'epocaGetty Images
L'Ayatollah Ruhollah Khomeini in una foto dell'epoca

Diversa, ma comunque opprimente. Al ritratto dello Scià, che era ovunque, viene sostituito quello di Khomeini. Un volto severo, rigido, che impone. Oriana Fallaci descriverà le donne iraniane come "sciami di pipistrelli umiliati", per via del fazzoletto che comincia a coprirle. Con un concetto di libertà poco occidentale, del tutto lontano dagli schemi mentali europei, come rispose Khomeini in una celebre intervista proprio alla Fallaci: 

Se voi stranieri non capite, peggio per voi. Tanto la faccenda non vi riguarda: non avete nulla a che fare con le nostre scelte. Se non lo capiscono certi iraniani, peggio per loro. Significa che non hanno capito l’Islam

Ci sono altri casi: l'iraniano-britannica Ghoncheh Ghavami ha dovuto sopportatre cinque mesi di carcere duro a Teheran. La sua colpa? Ha provato ad assistere ad una gara della nazionale di pallavolo. Un altro caso piuttosto famoso riguarda una donna che, per vedere il Persepoli, si è travestita da uomo indossando 5 magliette e 5 pantaloni. Shojaei gli ha dato forza, Shojaei è intervenuto a gamba tesa in un punto sensibile, di possibile svolta. E potrebbe trovare inaspettata sponda in Rohani. Anche perché l'Assemblea degli Esperti - presieduta dall’Ayatollah ultraconservatore Jannati - potrebbe essere chiamata ad eleggere il successore della Guida Suprema Khamenei, dopo aver visto un ridimensionamento della componente ultraconservatrice. Magari, anche grazie a Shojaei, al suo cinque agli atleti israeliani, al suo ciuffo da divo di copertina. 

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