Si racconta Jermaine Pennant, talento frenato dal successo e dal sesso

L'ex enfant prodige del calcio inglese, giunto al termine della carriera, racconta in una biografia rilanciata dal Mirror di un'infanzia difficile e dei vizi che hanno frenato la sua ascesa senza risparmiare particolari piccanti.

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L'ultima stagione, Jermaine Pennant, l'ha trascorsa indossando la maglia del modesto Billericay Town, club dalla lunga tradizione - è sorto addirittura nel 1880 - militante nel sesto gradino del calcio inglese. A 35 anni ci poteva anche stare, per un calciatore normale, ma non se consideriamo che si sta parlando di un uomo che da ragazzo era indicato come un talento che sicuramente avrebbe sfondato nel calcio inglese e che invece non è mai riuscito a emergere dalla mediocrità. 

Colpa di un'infanzia non facile, che ha portato Jermaine Pennant ad avere un carattere duro e del tutto particolare, colpa di un successo arrivato forse troppo presto e soprattutto del sesso, che a suo dire è stato un costante motivo di distrazione e ha finito per distoglierlo dai suoi impegni sul campo. Di questo e molto altro l'ex enfant prodige di Arsenal e Liverpool racconta nella sua autobiografia: "Mental - Bad behaviour, ugly truths & the beautiful game" in uscita giovedì 9 agosto e della quale il Mirror ha pubblicato alcuni stralci.

Cresciuto in un quartiere difficile di Nottingham, un padre spacciatore che a lungo gli ha fatto credere che la madre fosse morta di cancro, a 15 anni Pennant diventa il teenager più costoso al mondo quando l'Arsenal sborsa ben 2 milioni di sterline per assicurarselo. È un'ala di enorme talento, e il fatto di sfuggire da una realtà difficile - membro di una gang, è stato più volte coinvolto in risse e sparatorie - grazie al pallone sembra l'inizio di una bella favola che però si realizzerà soltanto a metà.

Si racconta Jermaine Pennant, talento frenato dal successo e dal sesso

Il successo investe questo ragazzo dal passato difficile e lo travolge, l'Arsenal tenta di gestirlo ma il suo è un carattere irrequieto, incapace di gestirsi: in sei stagioni si succederanno i prestiti e arriveranno appena 12 presenze con la maglia dei Gunners, partendo appena 5 volte come titolare. La prima volta che accade, nel 2003, segna una tripletta: resterà un exploit, niente di più per un giocatore che anno dopo anno si normalizza e perde il treno con il calcio che conta. 

Nel 2005 è il primo calciatore a giocare con una cavigliera elettronica, conseguenza della condanna rimediata per guida in stato di ebrezza, quindi ha la grande occasione con il Liverpool, con cui arriverà anche alla finale di Champions League persa con il Milan nel 2007 e a sfiorare la maglia - mai indossata - dell'Inghilterra. Non dura, e la carriera prenderà una parabola discendente con esperienze non indimenticabili in Spagna, allo Stoke e poi persino nella Indian Super League e a Singapore, prima appunto del finale al Billericay Town.

Adesso Jermaine Pennant ha deciso di raccontare la sua storia in "Mental - Bad behaviour, ugly truths & the beautiful game", autobiografia dove racconta una vita tutt'altro che facile e le esperienze che lo hanno portato a non considerare un fallimento la sua parabola come calciatore. L'ex talento riconosce che avrebbe potuto fare di più, ma a sua scusante racconta un'infanzia trascorsa in mezzo alla violenza e al pericolo e a un successo che ha portato fama, soldi e tanti guai.

Se dovessi mettere in guardia un giovane calciatore sui rischi che corre gli direi: stai lontano dalle donne. È stato quando sono arrivato a Londra, a 17 anni, che ho cominciato a conoscerle, quindi sono diventato famoso perché giocavo nell'Arsenal e venivo visto tutte le sere nei club. Improvvisamente ero circondato dalle ragazze, era fantastico uscire con i compagni, prendere qualche birra e trovare così tante donne che volevano conoscerci.

Succede che ne vuoi una, e poi un'altra, e poi un'altra ancora. E il giorno dopo al campo di allenamento parli con i compagni, vi scambiate impressioni, vi raccontate le esperienze. E poi ripeti tutto quando vuoi: siedi a un tavolo con loro, prendi qualche birra e ti accorgi che intorno ci sono tavoli pieni di donne che vi hanno notato. Aspettano che tu offra loro da bere, ed è per quello che si avvicinano, perché sanno che con un calciatore berrai gratis tutta la notte, ti divertirai. 

Con estrema franchezza, Pennant descrive nei dettagli certe serate a base di sesso, raccontando di come questo fosse diventato con il tempo una vera e propria fissazione non solo per lui ma anche per i compagni, al punto che avevano inventato un gioco sullo stile del Monopoli. Le ragazze con cui i calciatori andavano a letto venivano classificate come le proprietà di diverso valore presente nel famoso gioco da tavolo, quindi se qualcuno finiva a letto con una doveva pagare una cifra corrispondente al primo che lo aveva fatto.

Quante volte io e Ashley Cole lo abbiamo fatto a tre! Portavamo una ragazza a casa sua, una di cui non ricordo neanche il nome, e mentre ci facevamo sesso ci davamo il cinque. Poi ogni tanto facevamo una pausa per il tè e poi ricominciavamo. 

Una volta poi ho pagato 16mila sterline a una ragazza che mi aveva detto di essere incinta e che avrebbe tenuto il bambino. Non conoscevo neanche il suo cognome, non sapevo se era vero, ma ho pagato e nel giro di pochi giorni lei ha deciso di abortire. Non l'ho mai detto a nessuno, né al mio agente né ai miei migliori amici.

Jermaine Pennant e Ashley Cole durante Arsenal-LeedsGetty Images
Jermaine Pennant nella sua autobiografia parla anche dell'amicizia con Ashley Cole, spesso rivale in campo e compagno nelle serate di sesso a tre.

La biografia contiene moltissimi altri episodi legati al passato turbolento di Jermaine Pennant, che al Mirror permette anche di pubblicare il racconto relativo a un suo amico d'infanzia, pugnalato 15 volte dai membri di una gang rivale arrivati persino a incidere le iniziali della banda sul suo volto. Finito in ospedale in coma, tra la vita e la morte, la madre del ragazzo ha contattato il vecchio compagno di scorribande, allora promessa dell'Arsenal, per andarlo a trovare. 

Si chiamava Benjamin Smith, e sua madre ha pensato che potesse essere d'aiuto per lui sentire la mia voce. Non osai dire all'Arsenal dove stavo andando e a fare cosa, e fu orribile vederlo ridotto così. Non sapevo cosa dirgli, così gli raccontai quello che stavo facendo. Non ero lì quando si è svegliato, ma mi ha fatto piacere. Era così gravemente ferito che dovrà prendere pasticche per tutto il resto della sua vita. 

Quando la gente dice che ho sprecato il mio talento forse ha ragione, ma visto da dove vengo e quello che ho vissuto credo alla fine di aver fatto abbastanza bene.

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