MMA e doping: la rivoluzione USADA in UFC in 5 domande

Il dottor Matteo Capodaglio, ex studente nell'unico laboratorio WADA riconosciuto in Italia, si è messo a disposizione per svelarci alcune curiosità sul doping nelle MMA, sui risvolti di USADA e le decisioni di UFC.

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In questa intervista il Dr. Matteo Capodaglio, ex studente ricercatore presso l’unico laboratorio accreditato dalla World Anti Doping Agency in Italia, ci illuminerà in tema di doping, integrazione e ci dirà come UFC si rapporti a questi temi molto caldi. Conosciamo tutti i trascorsi di molti atleti, alcuni comunicativamente più importanti di altri, caduti vittima delle regole restrittive dei controlli anti-doping.

USADA e WADA non hanno mai fatto prigionieri: non vi sono stati nomi illustri capaci di sfuggire agli attentissimi controlli dell'antidoping sportivo statunitense. Fra gli atleti più conosciuti, si ricordano Jon Jones, Anderson Silva, Frank Mir, Brian Ortega e tanti altri. Presentate parecchie proposte per "risolvere il problema", il metodo classico invece è rimasto in voga, risultando il più professionale possibile.

Abbiamo discusso col dottor Capodaglio dei protocolli USADA, dei test, delle restrizioni, di come ci si rapporta ad essi. Si è discusso anche dei nostri atleti nazionali, testati più volte negli ultimi anni e risultati sempre negativi. Ma adesso entriamo in argomento e lasciamo la parola al dottor Capodaglio.

MMA e doping, un occhio attento ai protocolli

Da qualche anno USADA sta testando gli atleti del roster UFC, una collaborazione a suo parere produttiva?

Penso sia stata una ottima scelta da parte di UFC. Ritengo un rigido programma antidoping sia la chiave per l’accettazione del nostro sport. 

Di cosa si occupava durante il periodo di ricerca ai laboratori di Roma?

Non ho lavorato da solo ma ho avuto la fortuna di essere parte in un team di scienziati davvero competenti come il prof. Botrè, direttore del laboratorio. Ho imparato davvero molto in quel biennio ed il lavoro prodotto è stato presentato ad una tra le conferenze più importanti per ciò che riguarda la lotta al doping: il Manfred Donike workshop di Colonia, in Germania. Quando si studia l’antidoping non ci si concentra sulla totalità delle sostanze ma se ne sceglie una e ci si focalizza su di essa per anni. Ci sono ricercatori che hanno dedicato la propria vita allo studio di una sola classe. Io ho condotto delle ricerche sui metaboliti di fase I dei cannabinoidi sintetici. I metaboliti sono delle molecole che si formano rispetto alle sostanze di partenza, la metabolizzazione è un processo che il nostro corpo utilizza per rendere le sostanze di base più affini all’acqua e quindi più facili da eliminare ad esempio attraverso l’urina. La maggior parte delle sostanze subisce questo tipo di reazione che chiaramente non interessano solo il doping ma anche i farmaci, le molecole endogene e sostanze tossiche. Pensate che il comune paracetamolo non agirebbe come antipiretico (gli antipiretici sono una categoria di farmaci che agiscono per abbassare la febbre, ndr) se non metabolizzato grazie al fegato, talvolta le molecole derivate (i metaboliti) hanno una attività maggiore di quella di partenza. I cannabinoidi sintetici sono delle sostanze di nicchia nel mondo di quelle proibite, per intenderci non si tratta di THC o del CBD che troviamo nella marijuana, ma di derivati sintetici che si legano agli stessi recettori, in maniera molto più marcata però. Ai tempi (2014) l’unico caso positivo nello sport mainstream era relativo ad un giocatore di football che al tempo militava nel campionato collegiale, ora è in NFL come professionista. Ad oggi comunque le positività per questa categoria sono molto limitate. Un particolare rispetto a questa classe di sostanze è che sia proibita solo in competizione.

In competizione? ci spieghi meglio

Certo, esistono due maxi categorie di sostanze: proibite solo in-competition e proibite sempre. Per intenderci gli steroidi anabolizzanti sono proibiti sempre, idem per l’ormone della crescita (GH). Il discorso è molto diverso per altre classi che comprendono i cannaboidi (sintetici e non), alcuni anti-infiammatori come i cortisonici e stimolanti vari come cocaina e le amfetamine: per queste c’è una finestra temporale in prossimità del match in cui la positività si traduce in una squalifica ma fuori da questa, dal punto di vista della giustizia sportiva, non sussistono problemi nella assunzione.

Molti atleti denunciano, dopo una positività, gli integratori contaminati. Vuole dirci la sua opinione?

Il discorso è piuttosto semplice: gli integratori seguono un iter totalmente diverso rispetto ai farmaci per ciò che concerne l’immissione in commercio. Devono rispondere a standard qualitativi molto più semplici da soddisfare. Con questo non sto dicendo che gli integratori siano un male, anzi, per uno sportivo di alto livello sono imprescindibili per il recupero e la performance. Ci sono peraltro diversi brand che si distinguono qualitativamente e/o investono sul certificare i propri prodotti tramite compagnie di analisi che si occupano specificatamente di questo ambito. Negli ultimi mesi ho ascoltato delle lezioni della facoltà di medicina di Stanford riguardo questo topic: si evidenziava come purtroppo al momento non esista una certificazione WADA per un supplemento alimentare; questo significa che ogni atleta può prendere qualsiasi integratore, ma a proprio rischio e pericolo. Come menziona il sito della WADA “Some third-party testers of supplements exist, and this may reduce the risk of contamination but not eliminate it.” (Alcuni tester di responsabilità civile di supplementi esistono, e questo può ridurre il rischio della contaminazione ma non eliminarlo, ndr).  Un altro messaggio da portare a casa è che la presenza di un integratore su uno scaffale di un negozio non esclude automaticamente il fatto che questo sia esente dal contenere sostanze proibite. Diventa fondamentale saper leggere l’etichetta e confrontarla con la lista rilasciata annualmente dagli organi competenti. Per farvi un esempio pratico il CBD non è proibito dal primo gennaio 2018.

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UFC da un anno ha inaugurato il Performance Institute, un centro all’avanguardia (16 milioni di dollari investiti) costruito per essere un punto di riferimento per gli atleti della promotion. Pensa potrebbe avere un ruolo nella lotta al doping?

Non userei un condizionale, secondo me gioca un ruolo primario soprattutto per quegli atleti che precedentemente non avevano contatto con esperti del settore. Un mese fa mi trovavo a Las Vegas per assistere a due eventi UFC (in uno dei quali il nostro connazionale Di Chirico ha portato a casa la vittoria, ndr) ed ho avuto la possibilità di parlare con Clint Wattenberg, RD direttore del settore nutrizione per la compagnia americana. È una persona altamente competente, è stato prima All American di wrestling e successivamente direttore della nutrizione del programma atletico di Cornell, una delle università più prestigiose e difficili al mondo che si trova nello stato di New York, ad Ithaca. Wattenberg è un punto di riferimento per atleti, coach e team. Si impegna assiduamente per garantire degli standard sempre più alti di sicurezza. Se fossi un atleta UFC e dovessi avere un dubbio riguardo l'assunzione di un integratore, ad esempio, potrei tranquillamente scrivergli una e-mail, esponendo le mie perplessità. Penso che in passato ci siano state positività non riconducibili al dolo ma semplicemente alla mancanza di conoscenza, che chiaramente l’antidoping non tollera. Una struttura come il Performance Institute si interfaccia con l'atleta per eliminare questo tipo di ingenuità.

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