Gianluca Spessot, la nona tappa del giro: Silandro-Sondrio

Il viaggio alla scoperta dei tratti più suggestivi del tour ciclistico italiano è arrivato al nono giorno. Oggi Silandro-Sondrio.

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Re Stelvio. Cosa poter aggiungere? Ho provato a rovistare nel cassetto degli aggettivi ma non sono riuscito a trovare niente di adeguato. È difficile spiegare a parole la bellezza e la maestà di questo passo, bisogna farlo. Almeno una volta nella vita. Per me non è stato un battesimo, perché qualche anno fa partecipai allo “Stelvio Bike Day”, una manifestazione che si tiene ogni anno e che prevede la chiusura al traffico motorizzato dalle 8 alle 16. Complice una splendida giornata di sole eravamo in diecimila a pedalare e faticare sulle mitiche rampe con partenza da Prato o da Bormio. Una vera festa per gli amanti delle due ruote. 
Oggi partenza da Silandro. Non ho dormito benissimo, forse perché sapevo quello che mi aspettava. Questa volta, poi, devo portarmi dietro anche lo zaino. Ce la farò? Le marmellate fatte in casa della Pensione Pernthaler sono un’ottima fonte di energia e poi mi aiuta anche l’ottimismo del proprietario. Appena conosciute le mie intenzioni, va subito in internet a verificare le immagini della webcam: “Niente pioggia, vada tranquillo. Salga con calma, tanto in cima non troverà nessuno a darle una medaglia!”. A Silandro ci si può immettere subito sulla ciclabile, che nel primo tratto è un misto di sterrato e fondo asfaltato. Ancora una volta ci pensano una serie di saliscendi a tagliarmi le gambe e, quando la strada diventa piana, tocca ancora un volta al vento contrario renderla più dura. Eolo deve avercela proprio con me, visto che finora non sono ancora riuscito ad avere il piacere di essere spinto alle spalle!

 

Dopo meno di un’ora si arriva a Prato allo Stelvio, il paesino da dove inizia la famosa salita. Il primo tratto non è impegnativo e potrei anche fare un pò di velocità ma preferisco non consumare le energie che possono tornare utili in seguito. A Gomagoi la strada inizia a farsi sentire fino alla fine del paese. Superata la galleria aperta di lato, eccolo il cartello capace di far tremare le gambe a chiunque: per arrivare in vetta bisogna affrontare 48 tornanti! A Trafoi si passa davanti al famoso Hotel Belvedere della famiglia Thoeni. Sulla facciata, in basso a sinistra, si può vedere la gigantografia dell’autografo di Gustav, il grande campione di sci degli anni Settanta. Subito dopo si entra nel bosco e le pendenze iniziano a farsi sentire. Per far passare un autobus che sta salendo, mi fermo sulla “piazzola”di un tornante. Qui incontro “Georg 05”, almeno così è scritto sulla maglietta. Ha borsoni enormi davanti e dietro. “Quanti chili sono?”, gli chiedo in tedesco. “Circa 45. Sono di Krefeld ma sono andato in treno fino ad Oberstdorf. Tu sei di Monaco? Li finirà il mio viaggio fra tre o quattro settimane”. Il personaggio mi incuriosisce: “Ma vai sempre in giro così?”. Che domanda! “Certo. Ho fatto anche il Galibier. Che fatica! Ma sai, mi fermo ogni 2 km a prendere fiato e poi mi godo ogni millimetro di questa salita e di questo paesaggio. Non sono mica come questi!”. I centauri fanno un chiasso infernale, tanto che non riusciamo quasi a parlare. Mi chiedo, ma bisogna davvero avere delle marmitte così rumorose? L’Unione Europea regola quasi tutto, possibile che non possa intervenire per ridurre i decibel emessi dagli scarichi delle moto? E poi, lo Stelvio è un Parco naturale, non penso che la fauna locale apprezzi la colonna sonora che manda in onda ogni giorno “Radio strada”!

Oggi è lunedì, il fine settimana deve essere un incubo. Decido di mettere in atto una forma di protesta, tappandomi l’orecchio sinistro ogni volta che incrocio o mi affianca una spacca timpani. Forse non lo nota nessuno, forse non serve a niente, ma non si dice che le onde propagate da un battito d’ali di farfalla in Cina prima o poi arrivano anche in Europa? Lascio Georg ai suoi ritmi ma devo togliermi una curiosità: perché 05? “Sono un fan dell’Uerdingen”. Ciao Georg, buona pedalata! Uscito dal bosco, c’è un punto da cui si può intravedere l’arrivo. Sembra lontanissimo e decido di fare una pausa a base di succo di frutta e merendine. Servono zuccheri! La velocità cala inevitabilmente e mi superano in tanti, anche un tandem: un amore nato e coltivato in bicicletta! Il numero 24 da una spinta psicologica perché siamo alla metà e perché si vede (e non si intravede) finalmente la cima. Dall’alto, questa serpentina interminabile fa davvero impressione. Al tornante numero 3 provo la stessa sensazione che ho provato al numero 34: per me sono i più duri. Il numero 1 sembra invece la porta del paradiso: anche se mancano ancora 500metri, ormai è fatta. Non mi sembra vero, mi vengono quasi le lacrime agli occhi. Cerco il piccolo monumento in onore di Fausto Coppi e faccio la foto di rito. Mi cambio velocemente e decido di mangiare un panino al prosciutto in uno dei tanti stand situati nel piazzale della vetta. Più che mangiarlo lo ingurgito, ma nel frattempo il sole decide di fare capolino e rende ancora più spettacolare uno dei pendii più fotografi al mondo. È un mix perfetto fra la bellezza della natura e l’ingegno dell’uomo. Rimarrei ore ad ammirare il paesaggio ma il freddo ed il vento sono pungenti e mi consigliano di proseguire per Bormio. Questo tratto non l’avevo mai fatto ed è davvero stupendo. Il verde la fa da padrone nella vallata e poi, nei pressi della centrale elettrica, inizia una serie di tornati altrettanto spettacolari. Le gallerie sono mezze aperte ed illuminate e quindi niente pericoli. Faccio la discesa con calma perché me la voglio godere tutta ma poi, dall’alto, intravedo la conca in cui si trova Bormio. La posizione è davvero invidiabile e sono in centro in un attimo.

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