In memoria di Valdir Peres, l'uomo sbagliato nel momento sbagliato

Tra i migliori portieri brasiliani della sua epoca, fu trafitto tre volte da Paolo Rossi nei Mondiali del 1982: protagonista sfortunato della tragedia del Sarrià, da allora fu ingiustamente condannato all'oblio.

Valdir Peres Arquivo Histórico do São Paulo FC

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Soltanto nel momento in cui un infarto concluse precocemente la sua avventura su questa terra, ad appena 66 anni, Valdir Peres fu forse davvero perdonato dal popolo brasiliano. Era il 23 luglio del 2017, e nelle ore successive si sprecarono gli omaggi a quello che era stato un buon portiere, addirittura una leggenda di un club storico come il San Paolo, forse non un campione ma certo non il bidone che colpevolmente un po' tutti gli appassionati avevano descritto nelle loro memorie per giustificare il crollo di un sogno.

Il Brasile che prese parte ai Mondiali del 1982 in Spagna era quel sogno, uno squadrone che a livello di tecnica individuale avrebbe potuto tranquillamente rivaleggiare con qualsiasi squadra nella storia ma che fu capace di perdersi in un bicchiere d'acqua contro l'Italia nella partita decisiva, quella che sarebbe valsa l'accesso alle semifinali e che sarebbe stata ricordata come "la tragedia del Sarrià".

Una tragedia di cui Valdir Peres fu il protagonista negativo, trafitto tre volte da un Paolo Rossi riscopertosi bomber dopo quattro gare all'asciutto in una gara che i verde-oro avrebbero potuto persino pareggiare, lo stesso copione andato in scena nel 1950 nella ben più famosa disfatta casalinga del Maracanazo. Come allora era accaduto a Moacir Barbosa, portiere di quel Brasile bello ma inconcludente, anche Peres subì lo spietato giudizio del popolo brasiliano, che senza pietà ne fece il capro espiatorio di un disastro che in realtà aveva molte cause.

Valdir Peres, l'uomo sbagliato nel momento sbagliato

Eppure a riguardare quei 90 minuti di fuoco del Sarrià, quelli che di fatto cambiarono la storia di un Mondiale e del povero portiere brasiliano, ci si può rendere conto di come le responsabilità di Peres furono minime, certo non superiori a quelle dei compagni: abbandonato dai suoi difensori, sorpreso come loro da un'Italia che fino a quel momento non aveva mostrato che pochi lampi e da un Paolo Rossi in cui pareva avere fiducia il solo ct azzurro Bearzot, Valdir Peres colò a picco con l'intera squadra, finendo però per prendersi tutte le colpe di uno dei tanti suicidi calcistici nella storia del Brasile.

Fu irriso, definito il punto debole - insieme al centravanti Serginho Chulapa - di una squadra altrimenti fantastica e imbattibile, fu trattato come uno capitato dov'era quasi per caso. Vero, nei due Mondiali precedenti i selezionatori gli avevano sempre preferito Emerson Leao, portiere del Palmeiras apertamente contrario al governo e per questo escluso su ordine dello stesso, che già mal sopportava un ribelle come Socrates. Ma se Valdir Peres si trovava a difendere la porta del Brasile ai Mondiali del 1982, più che per caso, era per meriti propri.

Come Barbosa oltre trent'anni prima, anche lui era stato a lungo uno dei migliori portieri brasiliani in circolazione: esploso nel Ponte Preta, si era trasferito al San Paolo e qui aveva conquistato fama nazionale e rispetto conquistando quattro titoli statali, un campionato nazionale e una Copa do Brasil. Il primo successo, arrivato nel 1975 in finale contro la Portuguesa, lo aveva visto assoluto protagonista: con le due squadre ai rigori, aveva consegnato il titolo al Tricolor Paulista neutralizzando i tiri dal dischetto di Dicà, Wilsinho e Tatà, deconcentrando quest'ultimo poco prima del tiro con un acceso confronto verbale, indice di una personalità esuberante.

Quell'anno Valdir Peres aveva conquistato il premio come miglior calciatore brasiliano, la Bola de Ouro conquistata da nomi come Zico, Elias Figueroa e Falcao, ed era arrivato anche l'esordio in Nazionale, un sogno che però era stato a lungo rimandato a causa della concorrenza del grande Leao, sempre preferito dai ct che si erano avvicendati sulla panchina della Seleção. Nel 1981 si era preso finalmente il posto, dimostrando di meritarlo con grandi partite contro Francia e Germania Ovest, occasione quest'ultima in cui neutralizzò ben due rigori in rapida successione dello specialista Breitner.

Il 1982 avrebbe dovuto essere la sua grande occasione, il suo momento, ma si trasformò in un incubo. Una sconfitta che aveva molti responsabili fu ridotta dall'opinione pubblica alla disfatta di un uomo solo, colpevole soltanto di non aver fatto miracoli. Eppure a nessuno importò: la folla esigeva un capro espiatorio e fu facile individuarlo in Valdir Peres, il portiere che non doveva essere dove si trovava, l'uomo che il regime aveva preferito al grande Leao, incapace di prendere un solo tiro dello scatenato Rossi.

E mentre il bomber azzurro viveva il suo momento di gloria, che lo avrebbe portato a vincere Mondiali, titolo di capocannoniere e Pallone d'Oro, nello stesso momento si consumava ancora una volta il dramma di un portiere nel calcio brasiliano, solo contro tutto e tutti: Valdir Peres fu escluso per sempre dalle convocazioni del Brasile, che ripartì - e continuò a non vincere - senza di lui. Appesi i guantoni al chiodo finì per allenare nella periferia del calcio che conta, una serie di realtà minori che in parte gli permisero di avere quell'oblio che forse desiderava, dato che ogni volta che qualcuno ne parlava, in Brasile come in Italia, lo faceva con termini spietati: il bidone, lo scarpone, il miracolato, il colpevole. 

Fu soltanto il 23 luglio del 2017, 35 anni e 18 giorni dopo quei maledetti 90 minuti del Sarrià, che lo sfortunato portiere brasiliano ebbe davvero pace. Fu soltanto allora che, sazio dei titoli vinti e forse finalmente consapevole, il Brasile riuscì a perdonare Valdir Peres, colpevole di essere stato un uomo normale in una squadra di alieni, l'uomo sbagliato nel momento sbagliato.

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