Basta questo Neymar per far vincere i Mondiali al Brasile?

Contro la Serbia il numero 10 brasiliano è entrato molto più dentro al campo e ha giocato in verticale. E ora arrivano le partite della vita.

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Questi sono sempre di più i Mondiali dei grandi campioni, non solo perché sono loro a decidere spesso le sorti delle rispettive squadre, ma anche per tutto quello che vivono e mostrano in campo e fuori. Prima la caduta e risurrezione di Messi, passato dal rigore sbagliato contro l'Islanda e la pessima prova contro la Croazia al grande gol contro la Nigeria e il passaggio agli ottavi di finale.

Poi è stata la volta di Cristiano Ronaldo che è partito col botto segnando una tripletta alla Spagna, ha continuato alla grande con il gol vittoria contro il Marocco e contro l'Iran ha sbagliato un rigore rischiando di essere espulso. Il suo nervosismo ha contagiato anche i compagni, creando una tensione palpabile che ha fatto sbandare il Portogallo portandolo quasi all'eliminazione.

Contro la Serbia è stato il turno del terzo calciatore che per tutti rientra fra i tre grandi del pallone contemporaneo. Neymar nella prima sfida contro la Svizzera ha messo in campo la sua peggiore versione, fra giochetti con la testa bassa, tuffi clamorosi e una certa impalpabilità che ha fatto giocare male la sua nazionale. Nella seconda ha fatto molto teatro, venendo anche richiamato dai compagni per la sceneggiata di fine partita, quando ha iniziato a piangere senza freni per un 2-0 alla Costa Rica. Contro la Serbia si è visto un cambio di passo che fa ben sperare.

Il salto di qualità di Neymar per far vincere i Mondiali al Brasile

Il Brasile di Tite è una squadra che ha momenti incantevoli, fasi di gioco in cui la vecchia tradizione brasiliana del joga bonito, che parte dai cinque numeri 10 di Messico 1970 e arriva fino al trio Ronaldo-Rivaldo-Ronaldinho, rivive in tutta la sua bellezza.

Ma ci sono ampi momenti della partita in cui la squadra non controlla il ritmo del gioco come ha sempre fatto in passato, si innervosisce, gioca a sprazzi e soprattutto è troppo “decorativa” per poter essere anche pratica. In questo senso segue in maniera perfetta lo stile e la conduzione del gioco del suo numero 10, Neymar.

Neymar non è Cristiano Ronaldo perché non ha una personalità tale che può muovere gli animi e le attenzioni dei compagni di squadra. Il Portogallo ha un cuore che batte al ritmo che gli dà CR7. Neymar non è Messi, che guida gli altri con l’esempio silenzioso, cercando di sporcarsi fin troppo le mani per arrivare dove gli altri non riescono.

Ha una guida più che altro di stile sull’intera nazionale brasiliana, quello che fa con il pallone dà un mood all’intera manovra dei verdeoro e i suoi movimenti con la palla sono fondamentali per coinvolgere i compagni e creare sconquassi nelle difese avversarie. Ma in questi Mondiali, con il tabellone della parte alta che sta accogliendo squadre fortissime, non basta decidere con poche azioni, serve molto di più.

Già contro la Serbia, squadra ostica per tutti, Neymar ha iniziato ad entrare molto di più dentro il campo, non emarginando il suo gioco alla fascia, cercando solo di creare contro il terzino la superiorità numerica decisiva. Ha dato una grossa mano a Coutinho nella regia offensiva della manovra e scambiato con l’ex interista con maggiore costanza.

Insieme ad una questione di linee di gioco, Neymar ha cercato anche di essere più diretto, puntando ad una verticalità che nei suoi anni al Barcellona ha espresso al suo massimo. Contro Svizzera e Costa Rica è stato troppo funambolico, senza guadagnare metri di campo. Contro la Serbia ha cercato di puntare dritto al punto, muovendosi molto senza palla per farsi pescare dai compagni alle spalle dei difensori e non cercando sempre palla su piedi rallentando l’intera manovra.

Ma forse tutto questo non basta. Per vincere i Mondiali Neymar deve crescere in personalità e soprattutto per l’impatto che il suo desiderio di vincere ha sullo spirito dei compagni di squadra. Oggi se un calciatore cerca una guida morale si guarda indietro, ad un Thiago Silva ferito delle tante critiche ricevute quattro anni fa ma leader muto di un gruppo che sente ancora lui come il capitano unico. Neymar deve prendersi la scena ma anche essere il primo a cui si guarda nel dietro le quinte. E deve farlo presto, i Mondiali stanno per presentargli alcune delle partite più difficili della sua carriera.

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