Perché ci piacciono le squadre che non possono vincere i Mondiali?

Perché ai Mondiali tifiamo tutti Islanda, Iran o tutte le squadre che non hanno speranza di vincerli? No, non c'entra solo l'assenza dell'Italia.

389 condivisioni 0 commenti

di

Share

La scena dei Mondiali 2018 che ho visto è stata questa: rigore di CR7 contro l'Iran, momento focale di un match tutt'altro che semplice per il Portogallo, contro una squadra organizzata, attenta, tenace. Almeno venti persone in pizzeria si sono girate, hanno osservato con cura maniacale i gesti di Cristiano Ronaldo, Alireza Beiranvand tra i pali che sembra chiedersi cosa sia successo, perché si trova in questa situazione piuttosto spinosa. Poi para il rigore. L'intera pizzeria, apparentemente senza motivo, ha tirato un sospiro di sollievo. 

Qualcuno ha riso, qualcuno ha ripreso animatamente a commentare i Mondiali 2018, ma tutti seguivano con la coda dell'occhio l'Iran, sempre l'Iran che contro i campioni d'Europa in carica sembrava dannatamente in partita. Finché, a parti invertite, stavolta dal dischetto si è presentato Karim Ansarifard. E davanti alla televisione si è radunata l'intera pizzeria, tutti tesi, pronti a scattare e ad esultare. 

Ci tengo a sottolineare: non ero in Iran ma al Torrino, a Roma. Ci tengo a sottolineare che non era una festa iraniana o "la notte di Yalda". Non era neppure una riunione carbonara di fan di Messi: semplicemente, l'attenzione media dei presenti ha scelto una squadra, la sfavorita, la meno probabile, la vittima sacrificale che bela di disappunto. E ha deciso di sostenerla senza alcun apparente motivo. Ma qualche spiegazione ci sarà pure: eccone tre.

Comunque sentirsi Vichinghi può avere un suo peso nel tifare IslandaGetty Images
Comunque sentirsi Vichinghi può avere un suo peso nel tifare Islanda

Mondiali 2018, perché ci piacciono le squadre che alla fine non hanno speranza di vincere?

Deve avere qualcosa a che fare con il senso stesso del calcio. Deve avere a che fare con lo strato più profondo, il nucleo stesso che tiene gli appassionati incastrati attorno alla favola bella di un pallone che rotola, con tutte le sue probabilità, le sue follie, i suoi tentativi di logica, i suoi colpi di follia. Deve avere a che fare con la spina emozionale che tiene legati e stretti durante le partite ad un generatore instancabile di emozioni.

Deve avere a che fare con il calcio stesso: per questo bisogna sdrammatizzare e cercare di capire come mai c'è chi ha pianto per l'Iran e chi si è sentito fieramente islandese. Stretti in una balera di emozioni, probabilmente bisogna partire dal concetto stesso di underdog, cane sottomesso, cane sotto, il cane che offre la pancia, il ventre molle all'avversario, ad indicare sottomissione incondizionato, condizione necessaria di sopravvivenza e nuova relazione. 

1) L'effetto Underdog che ci fa tifare Islanda

Tutto nasce dall'opposto, che è l'"effetto bandwagon", carro della banda. Che significa? In politica è quel motivo per cui il debole gregge degli elettori potrebbe seguire quello che viene definito in anticipo vincitore, quello che, si sono convinti, alla fine vincerà. Il voto utile per cui, alla fine, molto spesso ci si ritrova a scegliere perfino sulle più popolari console di giocare con il Real Madrid.

L'origine dell’espressione ci riporta in America, nella metà dell’ottocento. Vi presento Dan Rice, al secolo Daniel McLaren, “l’uomo più famoso di cui non avete mai sentito parlare”, come recita la sua biografia. È quel tipo che vi guarda e che compare nel mitico manifesto "I wantYou" dello Zio Sam. Originariamente un comico circense, entrò in politica, scalò tutti i gradini sociali girando il paese con il suo carro circense, il bandwagon appunto. Fu un tale successo che i repubblicani del suo partito gli chiesero il permesso di salire con lui sul carro, da cui la celebre espressione “salir sul carro vincente”.

L'effetto underdog tocca altre corde di sensibilità: si sale sul carro del perdente. Una certa fascia di indecisi potrebbe scegliere lo sconfitto per antonomasia, proprio perché sa che perderà. Per empatia, vicinanza, comunanza. Per generica simpatia verso un destino di sconfitta. Sconfitta chiama sconfitta e rende parenti. Sconfitta pronosticata chiama empatia, simpatia, amicizia, resistenza comune. In una parola, hey bella, anche tu tifi Arabia Saudita?

Sicure che non vi ispiriamo l'effetto crocerossina?Getty Images
Sicure che non vi ispiriamo l'effetto crocerossina?

2) La sindrome della Crocerossina

Beh, dobbiamo spiegarla davvero? Nell'immaginario collettivo, specialmente in riferimento alla seconda guerra Mondiale, l'infermiera che cura è sintesi perfetta di mamma, medicina, perfino moglie. Ce l'avete tutti un'amica-amante-donna che vi ha preso in maniera talmente viscerale in simpatia o in love da ergersi a vostra difesa contro la cattiveria del mondo, da proteggervi dal male, circondandovi di materno affetto incondizionato, nonostante scappatelle, stupidaggini, tradimenti, tutti la conoscete. A chi non è venuto lo stesso istinto protettivo nei confronti di Panama sotto i colpi di Kane? Chi non avrebbe offerto il suo stesso corpo come protezione, chi non si sarebbe buttato in mezzo per salvarli? Di fronte all'esultanza folle dei giocatori di Panama chi è che non ha pensato: ben fatto, figlio mio! Ora cureremo tutte le vostre ferite. Vabbè, questo implicitamente, si intende.

3) La Favola del calcio: "Aiuterò la mia squadra a riavere la gloria"

Abbiamo cercato su Focus.it: "Perché ci piace il calcio?", ed è uscito un bello spiegone. Una volta un drammaturgo inglese ha detto: "Il calcio è scontro e arte". Ma forse è di più, dannatamente di più. Secondo Morris, un etologo e zoologo, ogni sport ha origine tribale, ma il calcio riesce a riprodurre meglio alcuni riti della nostra specie. In effetti, dice Morris, è una caccia, la porta è la preda, non è vero che è una guerra. In effetti, è una grande battuta di caccia, con ciascun cacciatore che vuole superare l'altro, in collaborazione con i suoi simili. Ora, la questione è ancestrale: prendere la mira, il pericolo fisico, l’impeto dell’inseguimento, la cooperazione, tutto concorre a farci appassionare. E diamine, davvero guardando un leone che insegue la gazzella in un documentario, voi immorali da bambini tifavate per il leone? Ma non l'avete mai visto "Bambi"?

Vardy forse rappresenta l'Underdog per eccellenza Getty Images
Vardy forse rappresenta l'Underdog per eccellenza

Il Leicester e l'attaccante che non ha mai segnato e ritrova la rete nello scontro decisivo, il ragazzino che entra e trova la rete all'esordio, la "Cenerentola" (altra favola, ve ne siete accorti?) che all'improvviso domina. Perfino le lacrime delle sconfitte hanno il santo potere di farci immedesimare, la favola può essere amara ma sarà indimenticabile perché chi è destinato alla sconfitta si è ribellato, ha alzato le mani contro il vincente onnipotente e lo ha messo in difficoltà. E spesso metterlo in difficoltà basta, e avanza, per appagare il nostro senso di giustizia, per farci sentire protagonisti assoluti di una dannata, bellissima, meravigliosa fiaba da raccontare e raccontare ancora. Che dura 90 minuti, ma è come se durasse per tutta la vita. "Aiuterò la mia squadra a riavere la gloria, con un tocco imprevisto alla solita storia", forse è tutto qua, è il tocco imprevisto alla solita storia del favorito che vince, l'altro che, come sempre perde. Per una volta no, per questo volta no. Questa volta, che dura 90 minuti, ma è come se durasse per tutta la vita. 

Share

Commenta

Ti potrebbe interessare anche:

Questo sito internet utilizza cookie tecnici e di profilazione, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione, analizzare l’utilizzo del sito e per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Puoi saperne di più o per negare il consenso ad alcuni a tutti i cookie clicca qui Informativa sui Cookies. Chiudendo questo banner, cliccando in seguito o continuando a utilizzare il sito, acconsenti all’utilizzo dei predetti cookie.