Mondiali, Uruguay: asado, vino e mate, la ricetta di Tabarez funziona

La Celeste, già agli ottavi, è una macchina che funziona, anche perché El Maestro vuole che sia come una famiglia: dopo ogni partita grigliata "obbligatoria" tutti insieme.

Asado Uruguay in Russia Twitter

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Dici Uruguay e pensi a Oscar Washington Tabarez. El Maestro, in effetti, è un po' l'Uruguay: nato nel 1947 a Montevideo, dopo una carriera non indimenticabile da calciatore, comincia ad allenare nel 1980 e nel 1988 è già alla guida della Nazionale del suo Paese.

Portatala a Italia 90, esce agli ottavi proprio contro gli Azzurri e lascia al termine di quei Mondiali. Nel 1994 sbarca in Italia, anzi in Sardegna, chiamato da Cellino, già allora vulcanico presidente del Cagliari. Il nono posto con gli isolani convince Berlusconi (che lo chiama Tabarin) a portarlo al Milan nel 1996, ma dopo una decina di giornate viene sostituito da Arrigo Sacchi.

Oviedo, ancora Cagliari, poi nel 2000 il ritorno in Sudamerica e nel 2006 di nuovo la panchina dell'Uruguay, mai più abbandonata nonostante una neuropatia cronica che l'ha colpito nel 2016 e gli provoca problemi al sistema motorio. Ma El Maestro è uomo di testa e di cuore: dato per spacciato - a livello di carriera - è ancora lì, sulla tolda della Celeste.

Mondiali, Uruguay: la ricetta di Tabarez funziona

Ct più longevo persino di Löw, di pochi mesi, in 12 anni Tabarez ha sempre portato l'Uruguay ai Mondiali (quarto posto nel 2010, ottavi nel 2014), ha vinto la Coppa America nel 2010-2011 e in 137 match giocati ha tenuto una media punti di 1,64. Una specie di eroe nazionale, un totem, uno che, se non può nascondere la sua malattia, non ama comunque parlarne. L'Uruguay intero lo ama anche per questo.

TabarezGetty Images

Il suo gioco è quello classico della Celeste, qualcosa che magari non incanta, ma funziona: una difesa rocciosa - in questi Mondiali Godin ha vinto il 100% dei duelli aerei e Gimenez il 67% - un centrocampo di garra e solidità e un attacco ad altissimo tasso di classe ma, con Cavani e Suarez, sempre col coltello - e non solo quello... - fra i denti.

Asado, vino e mate per cementare il gruppo

Anche in Russia l'Uruguay non sta magari entusiasmando, ma intanto, a differenza di molte grandi, ha già passato il turno. Oltre all'efficacia degli insegnamenti tecnici, El Maestro lo ha reso una famiglia, un gruppo dove ognuno lotta per l'altro. Una delle sue consegne è diventato il momento più atteso dai giocatori: il barbecue dopo le partite, preparato dallo chef Aldo Cauteruccio.

L'asado in Sudamerica, e in Uruguay in particolare, è una tradizione profonda e intoccabile: non sarà la dieta ideale di un atleta ma con juicio, e... col vino, unisce ancora di più. E poi c'è il mate, l'erba dalla cui infusione si ricava una bevanda quasi sacra nel Paese: nonostante le restrizioni doganali, la delegazione uruguaiana è riuscita a portarne in Russia ben 150 chili. La ricetta di Tabarez funziona: la Celeste chiuderà il girone affrontando la Russia, avendo già timbrato il pass per gli ottavi dove, Iran permettendo, incrocerà una fra Spagna e Portogallo.

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