Romelu Lukaku e i gol per la madre: "Ho mantenuto la mia promessa"

La storia dell'attaccante belga raccontata dal giocatore stesso proprio qualche giorno fa a The Players' Tribune: l'infanzia difficile, la determinazione e la forza che gli hanno permesso di diventare un calciatore di livello mondiale

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Poche ore prima dell'esordio ai Mondiali 2018 del Belgio, che lo ha visto protagonista con una doppietta rifilata al malcapitato Panama, il centravanti dei Diavoli Rossi e del Manchester United Romelu Lukaku ha raccontato in un bellissimo quanto toccante articolo scritto per The Player's Tribune la sua storia, il percorso che lo ha portato fino a qui, oggi che è la stella della Nazionale nonché il miglior marcatore di sempre con la bellezza di 38 gol.

Un percorso complicato che come lo stesso calciatore racconta ha inizio ad Anversa, città nel nord del Belgio dove nasce il 13 maggio del 1993. Figlio d'arte, il padre Roger è un calciatore che ha lasciato il Congo per vestire le maglie di Boom, Seraing e Germinal Ekeren, squadre periferiche nel movimento calcistico belga e oggi scomparse. Non è difficile intuire dunque come la situazione economica in cui Romelu e il fratello Jordan crescono sia davvero difficile.

Mio padre era stato un calciatore professionista, ma era a fine carriera e i soldi se ne erano andati. La prima cosa a sparire fu la TV via cavo: niente più calcio, niente più "Match of the Day", niente più segnale. Poi capitava di tornare a casa e la luce non c'era più, niente elettricità per due o tre settimane per volta.

A volte volevo fare un bagno e non c'era acqua calda, così mia mamma ne scaldava un po' sul fornello e io me la versavo in testa con una tazza. Sapevo che eravamo in difficoltà, ma quando la vidi allungare il latte con l'acqua capii che avevamo toccato il fondo. Che questa era la nostra vita.

Romelu Lukaku festeggia un golGetty Images
Romelu Lukaku festeggia a fine partita la vittoria del Belgio su Panama per 3-0, propiziata da una sua doppietta.

Romelu Lukaku si racconta: "Adesso posso divertirmi"

Oggi che l'incubo è alle spalle, Romelu Lukaku può finalmente parlare serenamente delle tante difficoltà con cui si è trovato ad avere a che fare nel corso di un'adolescenza che è arrivata terribilmente presto, il tempo di realizzare, ad appena sei anni, le pessime condizioni economiche in cui versava la sua famiglia. Accadde una notte, quando sorprese la madre in lacrime mentre allungava il latte con l'acqua per farlo durare fino alla fine della settimana. Fu in quel momento che qualcosa cambiò dentro il piccolo Romelu, che non ha mai dimenticato quei giorni e quel momento.

Quel giorno feci una promessa a me stesso e a Dio. Fu come se qualcuno, schioccando le dita, mi avesse svegliato. Sapevo esattamente cosa dovevo fare e cosa avrei fatto. Non potevo vedere mia madre vivere in quel modo. La gente ama parlare della forza mentale nel calcio. Beh, io sono il tizio più forte che incontrerete mai.

Perché mi ricordo quando con mio fratello e mia mamma stavamo seduti al buio, recitando le nostre preghiere e e pensando, credendo, sapendo...succederà. Un giorno la trovai in lacrime e allora le dissi che tutto sarebbe cambiato, che avrei giocato nell'Anderlecht: avevo sei anni, chiesi a mio padre a che età si può diventare calciatori professionisti. Lui disse a 16, così dissi: "Ok, 16 allora".

Se è vero che nel calcio, a qualunque latitudine, soltanto uno su mille ce la fa, è evidente come la promessa di un bambino di appena sei anni possa finire con l'essere disattesa per mille motivi diversi: magari è il talento a non essere sufficiente, magari il fisico può tradirti, o può capitare di mancare il momento giusto, di non essere abbastanza forti mentalmente.

Ma Romelu Lukaku continua raccontando come mai un solo giorno si sia dimenticato della promessa fatta alla madre in lacrime. E di come questo lo abbia aiutato a diventare quello che è oggi, superando anche immancabili problemi di razzismo e di diffidenza nei confronti di un bambino cresciuto così in fretta fisicamente e caratterialmente.

Quando avevo 11 anni stavo giocando per la squadra giovanile del Lierse, e uno dei genitori dell'altra squadra mi trattenne mentre stavo entrando in campo, chiedendo quanti anni avessi, di dove fossi, se avessi con me un documento.

Mio padre non c'era, non aveva la macchina per seguirci in trasferta, così dovevo cavarmela da solo. Tirai fuori la mia carta d'identità e queste persone se la passarono tra loro, ispezionandola. Ricordo il sangue che mi ribolliva nelle vene.

Lukaku racconta come vivesse ogni singola partita come se fosse una finale. Dal giorno della promessa alla madre in poi ogni gara è stata per lui una questione di vita o di morte, ogni pallone è stato calciato con violenza inumana, con rabbia, mai con divertimento ma sempre con l'unico obbiettivo di mantenere la parola data da bambino.

Volevo diventare il miglior calciatore nella storia del Belgio, questo era il mio obbiettivo. Non bravo, non grande. Il migliore. Giocavo con così tanta rabbia per diversi motivi: per i topi che circolavano nel nostro appartamento, perché senza tv non potevo vedere la Champions League. Per come quei genitori quel giorno mi avevano guardato. Avevo una missione.

Lukaku e Kompany inseguono il pallone durante Manchester City-EvertonGetty Images
Uno degli idoli dichiarati di Romelu Lukaku era Vincent Kompany, da lui poi incontrato in Nazionale e in Premier League da avversario.

Mentre il fisico dell'attuale centravanti del Manchester United continuava a crescere - oggi è alto quasi 190 centimetri e pesa 95 chili - arrivavano puntuali i gol, ogni anno sempre più numerosi. Tanti da attrarre finalmente l'interesse dell'Anderlecht, una delle società più importanti di tutto il Belgio. Sembra un sogno, ma quando la promessa è a un passo dall'essere realizzata - debuttare da calciatore professionista a 16 anni - ecco che la crescita del ragazzo sembra bloccarsi: inserito nella squadra giovanile, fatica a guadagnarsi la fiducia dell'allenatore.

Questo lo vede al massimo come un buon subentro, così Lukaku lo sfida apertamente proponendogli una scommessa: se potrà giocare, siamo a settembre, segnerà 25 gol entro dicembre. Altrimenti accetterà il suo destino e siederà in panchina senza fare storie. Divertito l'allenatore accetta.

Gli dissi "E un'altra cosa. Se vinco preparerai pancakes per tutti ogni giorno". Lui accettò, era la scommessa più sciocca che un uomo avesse mai fatto.

Raggiunsi 25 gol a novembre, mangiavamo tutti pancakes prima di Natale. Che serva da lezione: mai scherzare con un ragazzo affamato!

Il resto è storia: le numerose reti realizzate con la maglia della squadra giovanile convincono l'Anderlecht a dare a Lukaku una possibilità nel calcio dei grandi, e il debutto avviene il 24 maggio del 2009 durante la finale di ritorno della sfida che decide il campionato belga di quell'anno tra i bianco-malva e lo Standard Liegi.

Andrà male alla squadra del giovanissimo Romelu, ma è il concretizzarsi di un sogno e il mantenimento di una promessa: l'anno successivo tutti conoscono il suo nome, mentre completa gli studi gioca in Europa League e nella squadra che vince il campionato, arriva la chiamata della Nazionale.

Romelu Lukaku festeggia un gol con la maglia dell'AnderlechtGetty Images
Lukaku ha giocato nell'Anderlecht dai 16 ai 18 anni segnando 41 reti in 98 partite, prima di trasferirsi al Chelsea nell'estate del 2011.

Non è semplice gestire tanta pressione, così a volte qualcosa non funziona. Quando accade, racconta Lukaku, capita che leggendo i giornali si trovi definito come "il centravanti belga con origini congolesi", mentre quando tutto funziona diventa semplicemente "il centravanti belga". 

Se non ti piace come gioco va bene. Ma io sono nato qui, sono cresciuto a Anversa, Liegi, Bruxelles. Ho sognato di giocare per l'Anderlecht, di essere Vincent Kompany. Inizio una frase in francese e la finisco in olandese, e in mezzo posso metterci un po' di spagnolo o portoghese. Sono belga, siamo tutti belgi. È questo che rende il nostro Paese così figo, giusto?

Adesso che è una stella del calcio mondiale, adesso che l'incubo è alle spalle e i Lukaku possono permettersi una vita che prima non avrebbero forse neanche osato sognare, Romelu rivela anche il suo più grande rimpianto: che suo nonno non abbia vissuto ancora qualche anno, il tempo di vedere che ha mantenuto la promessa che gli aveva fatto al telefono pochi giorni prima della sua morte, quello di occuparsi di sua figlia, della mamma. Le critiche, invece, non lo scalfiscono: perché Lukaku sa perfettamente chi è.

Non so perché qualcuno del mio stesso Paese vorrebbe vedermi fallire, davvero. Quando andai al Chelsea e non giocavo li sentivo ridere, quando fui prestato al West Bromwich Albion li sentivo ancora ridere di me. Ma va bene, perché queste persone non erano con me quando versavamo l'acqua nei nostri cereali. Se non eri con me quando non avevo niente, allora non potrai mai davvero capirmi.

Vorrei che mio nonno fosse qui per vedere tutto questo. Non la Premier, o il Manchester United, la Champions League o i Mondiali. Vorrei che fosse qui per vedere la vita che possiamo fare adesso. Vorrei poterlo chiamare per dirgli "Vedi? Te lo avevo detto. Tua figlia sta bene, non ci sono più topi in casa, non dobbiamo più dormire sul pavimento. Stiamo bene.

Romelu e Jordan Lukaku insiemeGetty Images
I fratelli Romelu e Jordan Lukaku: non hanno mai giocato insieme a livello di club, lo faranno in Nazionale ai Mondiali.

E ora la Coppa del Mondo, la seconda in carriera per questo ragazzone che si è fatto da solo e che ha vissuto l'intera adolescenza con l'unico obbiettivo di essere dov'è oggi, subito protagonista dei Mondiali con una doppietta e stella di una delle squadre più forti al mondo. Dopo una vita passata a lottare, è giunto il momento di smetterla e di godersi il momento.

...un'altra edizione dei Mondiali, e stavolta mio fratello giocherà con me. Due ragazzi dalla stessa casa, dalla stessa situazione, che ce l'hanno fatta. Sapete una cosa? Stavolta mi ricorderò di divertirmi. La vita è troppo breve per essere sprecata con stress e preoccupazioni.

Finalmente, dopo aver fatto una promessa e aver lottato una vita per mantenerla, per Romelu Lukaku il calcio può tornare ad essere, semplicemente, un gioco.

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