El Profe Osorio e il senso di... vittoria imminente

Il calcio messicano ha dovuto sempre fare i conti con un sentimento di irrimediabile sconfitta, che prima o poi si sarebbe palesata. Il successo sulla Germania potrebbe cambiare le carte in tavola, ma il Brasile....

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Com'era quella storia? Un pazzo povero è solo un pazzo, mentre un pazzo ricco è un eccentrico? Ecco, funziona così in tutti i campi. E allora un allenatore avvezzo a diversi sistemi di gioco passa per confuso se non è una superstar, per eclettico se lo è. Juan Carlos Osorio, per alcuni, ricade nella prima categoria, anche se famoso lo è sul serio: perché essere il Ct di una delle più grandi nazioni calcistiche del mondo, il Messico, vuol dire essere volto e voce noti a oltre 100 milioni di persone solo in patria. Eppure, per Osorio, colombiano, 57 anni compiuti pochi giorni fa, la consacrazione non è mai arrivata in pieno, nel paese di cui ha tranquillamente condotto la nazionale alla qualificazione ai Mondiali, e ora alla trionfale vittoria inaugurale contro la Germania. Non ha un modulo di gioco scolpito nella pietra ma adatta la propria filosofia a giocatori e avversari? Niente da fare, non è saggio ma confuso e indeciso, secondo i suoi detrattori, tra cui l'ex Ct (Mondiali 2006) Ricardo La Volpe, che ha più volte esposto la sua preoccupazione per il potenziale spreco di un'ottima generazione di calciatori, quella che esaurisce la spinta del celebre Mondiale Under 17 vinto nel 2005 con Giovani dos Santos, Carlos Vela ed Hector Moreno, e incorpora già promesse concrete.

Juan Carlos Osorio durante Germania-MessicoGetty Images
Juan Carlos Osorio, dal 2015 CT del Messico

Il Professore e gli studenti

Secondo me questa è la migliore generazione di calciatori messicani dal 1979, quando io sono arrivato in Messico - disse alcuni mesi fa Ricardo La Volpe, l'ex Ct - ma bisogna anche farli giocare in ruoli in cui diano il meglio. Ci vuole un sistema di gioco che ancora non abbiamo

El Profe, il Professore, dunque: a volte troppo pedante per essere simpatico, per essere agitato come il suo precedessore Miguel Herrera, che agitato lo era stato fin troppo tanto da essere cacciato dopo una mezza scazzottata con un giornalista che lo aveva spesso criticato. Arrivato il 14 ottobre del 2015, Osorio nel suo percorso ha avuto anche una serie di 16 partite consecutive senza sconfitte, ma nel suo curriculum hanno pesato, fino a ieri, lo 0-7 contro il Cile nei quarti di finale di Coppa America del 2016 e l'1-4 contro la Germania di un anno fa alla Confederations Cup. Oltre all'onere di allenare una nazionale che, come tante altre e molti club, si sente destinata a vincere come riflesso di un importante movimento locale, ma trova sempre ostacoli di vario tipo, e non ha mai avuto il livello medio di altre, o il campione risolutore di altre.

Preso atto del talento elevato dei suoi, Osorio ha messo in pratica i suoi concetti. Che della varietà fanno un punto di forza, non una debolezza: le famose rotaciones a lui imputate, i cambiamenti continui di uomini e moduli, per lui sono la maniera migliore di gestire i propri giocatori in funzione del progetto e dell'avversaria. Sfidare la Germania con le sue caratteristiche non è come giocare contro la Svezia o la Corea del Sud, le altre del girone. E allora anche le fissazioni tattiche di Osorio, quale l'importanza cruciale del giocatore che governa il campo davanti alla difesa, il cosiddetto mediocampista de contenciòn - il suo preferito per duttilità, in quanto anche difensore, Diego Reyes, ha dovuto dare forfait a pochi giorni dal via - ed è affiancato da due colleghi con mentalità più creativa, vanno in secondo piano rispetto alla sfida singola: per questo motivo contro i tedeschi i mediani di copertura sono stati due, Hector Herrera e l'ex ala Andrés Guardado, uno dei quali andava a turno a pressare il dirimpettaio in possesso di palla.

L'imbottigliamento centrale ha costretto la Germania ad aprire più spesso sulla fascia e il Messico ha approfittato dei palloni persi per colpire in contropiede, specialmente nella zona lasciata scoperta da Joshua Kimmich. Non per nulla, parlando dei suoi mediani, Osorio ne aveva sottolineato la capacità forte di ida y vuelta, più o meno cioé il saper correre avanti e indietro con velocità ma soprattutto con discernimento. E pazienza se stava commentando una gara giocata con il 4-3-3 in cui ovviamente non c'era un Vela, ieri impiegato alle spalle di Chicharito Hernandez, e con campo libero si vedeva proprio la calata di due mediani a supporto dei tre davanti. Hirving Lozano, poi, veniva visto come l'uomo che giocando sempre a ridosso dell'ultimo difensore impediva agli avversari di presentare un fronte compatto e apriva il centro del campo a corse meno intasate. Le amichevoli erano state progettate per offrire avversarie simili a quelle del girone, e anche per questo Osorio non aveva gradito la scelta della Croazia di non schierare Luka Modric lo scorso 28 marzo: il tecnico voleva infatti vedere come i suoi avrebbero gestito il possesso di palla del centrocampista del Real Madrid e le eventuali ripartenze.

Quella stanza con vista campo

Vengo da un paese latinoamericano dove si giocava con passaggi corti e col tiki-taka, e allora andare in Inghilterra a studiare una filosofia completamente diversa mi è servito davvero tanto

Qualche tempo fa era uscita la storia, curiosa, relativa al biennio trascorso da Osorio a Liverpool una ventina di anni fa. In queste ore più o meno tutti hanno ripreso quegli articoli, ed è anche questo l'effetto di una vittoria come quella contro la Germania. In pratica, volendo allargare le sue conoscenze, il tecnico colombiano si era iscritto alla John Moores University (nota per una forte inclinazione agli studi calcistici anche sul piano storico e sociale) e nel frattempo avrebbe voluto seguire gli allenamenti del Liverpool, a quei tempi guidato dal duo Gérard Houllier-Roy Evans, quest'ultimo unico sopravvissuto della celebre epoca della Boot Room, lo stanzino degli scarpini in cui gli assistenti imparavano il mestiere.

L'interno della Boot Room
La famosa Boot Room di Anfield

Gli fu però vietato l'accesso e Osorio dovette ricorrere a mezzi di fortuna: una scaletta per spiare da un buco nella staccionata e, subito dopo, una stanza in affitto presso la famiglia (tifosa dell'Everton) che gli aveva prestato la scaletta, residente proprio accanto al centro tecnico di Melwood. Due anni di osservazione allenamenti, partite nel fine settimana in uno dei tanti stadi del nordovest e la possibilità di miscelare elementi di calcio diverso da quello nel quale era cresciuto. Arricchendo il tutto con elementi di preparazione fisica, appresi alla Southern Connecticut State University, che lo portarono ad essere il preparatore atletico del Manchester City per quattro anni all'inizio di questo secolo, con promozione fino al posto di assistente sotto Kevin Keegan, artefice della promozione in Premier League nel 2001-2002. Poi i Millionarios in patria, i Chicago Fire, i New York Red Bulls, l'Once Caldas, il Puebla, il San Paolo e il Messico.

Il 'Recreacionista', così chiamato per la varietà di esperimenti e dettagli, è così arrivato alla sua posizione più prestigiosa con un carico inusuale di conoscenze e punti fermi, e non tutti hanno gradito. Durante le fasi centrali del campionato messicano di Clausura, ad esempio, Osorio invece di assistere alle partite della Liga MX (tanto, ci sono i video…) ha girato all'estero, andando anche in visita pastorale da Marcelo Bielsa, e seguendo con molta attenzione i suoi calciatori impegnati in campionati europei e nella Champions League della Concacaf, la confederazione nordamericana. Sua è la convinzione che solo giocando ad alto livello, e allenandosi ogni giorno con compagni di alto livello, i messicani possano crescere e assorbire anche involontariamente l'abitudine a competere alla pari con tutti, che potenzialmente è loro. Ma anche questo peregrinare non è stato gradito da alcuni, e Osorio ha preso nota, menzionando dopo il trionfo sulla Germania la volontà di far cambiare idea, con gare come quelle, anche ai detrattori.

Ora, non si vuole fare un eroe di un allenatore che ha vinto solo una partita - seppur importantissima - e la cui squadra nel finale, con difesa a 5, si è chiusa troppo rischiando di subire il pareggio in uno dei tanti assalti tedeschi, ma non va neanche sottovalutato l'aspetto psicologico dell'1-0. In Messico, infatti, sono ossessionati dal cosiddetto quinto partido, insomma, hanno come aspirazione perenne quella di arrivare ai quarti di finale: nella storia è successo solo due volte, nei Mondiali 1970 e 1986 organizzati in casa, e in seguito le eliminazioni agli ottavi sono state spesso controverse e comunque scottanti. Nel 2014 l'Olanda rimontò e sorpassò negli ultimi minuti, e il rigore del 2-1, per volo plateale di Arien Robben su contrasto con Rafa Marquez, causò polemiche pluriennali, espresse nell'hashtag di Twitter #NoEraPenal che creò un vero e proprio movimento.

Il limbo degli ottavi di finale

Parte della mistica del calcio messicano è il quasi, il senso di sconfitta imminente.

Considerando che la seconda del girone F affronterà negli ottavi la prima del gruppo E, le prospettive erano 'arriviamo secondi, becchiamo il Brasile e addio quinto partido'. Ecco perché avere battuto la Germania vuol dire così tanto: non solo una pazzesca spinta psicologica, ma anche una maggiore possibilità di vincere il girone ed evitare i brasiliani. Solo che ora il Brasile è secondo, e secondo potrebbe finire: e ci sarebbe - facendo una frettolosa, indecente analisi della prima giornata - ugualmente la sfida messicana contro i brasiiani, che sarebbero favoriti a prescindere. Tanto per ridare fiato a quel senso di sconfitta imminente indicato da un gruppo di scrittori nel libro 'Breve historia del ya merito', uscito da qualche mese. Una storia del 'quasi ci siamo', in libera traduzione. un'analisi degli insuccessi quando il traguardo sembrava vicino. Un'opera che odora pericolosamente di autoreferenzialitè, di tema vergato a uso di altri scrittori e giornalisti e non del grande pubblico come accade sempre più spesso per libri, articoli e siti, ma che danza attorno a un problema reale, ancora più grottesco se davvero - ma mancano ancora due partite a testa - dopo tutto si arrivasse a un Messico-Brasile. Solo che da ieri, dopo ieri, forse qualche testa è meno dura di prima.

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