Il calcio in Russia: dalla farsa in Piazza Rossa ai Mondiali del 2018

Dai primi circoli borghesi ai Mondiali, dai fratelli Starostin a Putin: il professor Mario Alessandro Curletto ci racconta il Paese che ospita la kermesse iridata.

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Mario Alessandro Curletto è un nome molto noto quando si parla di calcio in Russia e Unione Sovietica. Massimo esperto della materia, insegna Letteratura e Civiltà russe e sovietiche all'Università di Genova ed è l'autore di numerosi libri sul tema: "Spartak Mosca. Storie di calcio e potere nell’URSS di Stalin", "Futbolstrojka", "I piedi dei Soviet" e "Jasin. Vita di un portiere".

Lo abbiamo raggiunto per chiedergli come il calcio sia arrivato nell'allora Impero Russo e come successivamente abbia lottato per affermarsi nell'Unione Sovietica di Stalin per poi diventare un vero e proprio fenomeno di massa che, sopravvissuto alla caduta del Comunismo, ha portato poi all'organizzazione dei Mondiali 2018 da parte di una Russia che resta un Paese affascinante e ricco di contraddizioni.

In un viaggio nel tempo lungo un secolo, ecco la formazione delle prime società calcistiche a Mosca e Pietroburgo, l'incredibile farsa della partita organizzata in Piazza Rossa per ottenere la benedizione di Stalin e infine la flessione seguita alla disgregazione dell'Unione Sovietica da cui ancora oggi il movimento calcistico russo cerca di rialzarsi: l'organizzazione dei Mondiali del 2018 aiuterà questa rinascita?

Persone davanti al maxi-schermo durante Russia-Arabia SauditaGetty Images

Storia del calcio in Russia: dalla farsa in Piazza Rossa ai Mondiali del 2018

Il calcio in Russia arriva alla fine dell'800 portato dagli inglesi e scozzesi a Pietroburgo e a Mosca pochi anni dopo per merito soprattutto di austriaci e svizzeri. Inizialmente si tratta di uno sport elitario, giocato dagli stranieri che sono persone di livello sociale agiato: imprenditori, ingegneri, tecnici, che poi trasportano il calcio nei circoli della borghesia russa che organizzano il primo campionato nel 1910. Potremmo definirlo un campionato da ricchi.

Un inizio comune a quanto avvenuto in quasi tutti i Paesi del mondo: dopo aver creato e codificato il gioco nel periodo vittoriano, i britannici cominciano a circolare sempre più frequentemente nel mondo portando con se le proprie passioni e diffondendole nei Paesi dove li hanno portati i propri interessi commerciali. Inevitabilmente il calcio, per la sua semplicità e la sua grande attrattiva,  finisce con conquistare l'intero popolo.

Negli stessi anni dei circoli borghesi prende piede anche un movimento che questi ultimi definiscono "il calcio selvaggio", praticato tanto dagli studenti quanto dalla classe operaia, un calcio quasi completamente improvvisato, giocato dove capita e senza molte regole. Si tratta della vera nascita del calcio russo, contemporanea all'avvento dei primi grandi campioni come i fratelli Starostin, futuri creatori dello Spartak Mosca. Il calcio è piaciuto da subito a russi e sovietici, e ha attecchito con grande facilità.

Eppure, nonostante la grande partecipazione popolare, il calcio in Russia dovrà faticare ancora molto per sopravvivere. Quando arriva la Rivoluzione, quando nasce l'Unione Sovietica e Stalin sale al potere, il gioco arrivato dall'Inghilterra è visto con sospetto: per il Partito Comunista lo sport dovrebbe essere praticato per il proprio benessere fisico e non in maniera competitiva e quindi individualistica. Il calcio, inoltre, paga l'assurda considerazione che alcuni membri di spicco del governo hanno riguardo a dribbling e finte, gesti tecnici considerati ingannevoli e dunque poco comunisti.

Il 6 luglio del 1936, nella Piazza Rossa e davanti agli occhi di Stalin lo Spartak Mosca organizza così una partita di calcio che sarà un vero e proprio esame agli occhi del leader sovietico e lo passa grazie a una sfida, disputata e vinta contro le riserve per 4-3, che è in realtà una farsa, una gigantesca messa in scena per non annoiare i vertici del partito e permettere al calcio di sopravvivere. Tutti i dettagli, compresi ovviamente i gol, vengono studiati a tavolino per rendere epica e coinvolgente una semplice partita.

Neymar palleggia in RussiaGetty Images

Da allora, come sappiamo, il calcio sovietico tenterà di diventare una vera e propria superpotenza, isolandosi a lungo dal resto del mondo - nessun calciatore sovietico può giocare all'estero - e rinunciando ufficialmente al professionismo. Arriveranno la vittoria agli Europei del 1960 e il quarto posto ai Mondiali del 1966, verranno sfornati una serie di campioni assoluti quali Lev Jasin - unico portiere a vincere il Pallone d'Oro - Eduard Streltsov, Valerij Voronin, Oleg Blochin (Pallone d'Oro nel 1975), Igor Netto e tanti altri.

L'importanza dell'Unione Sovietica nella storia del calcio è evidente quando si parla di Boris Arkadyev, primo ct della Nazionale. Prima del suo avvento i sovietici, anche a causa del proprio isolazionismo, erano davvero sprovveduti tatticamente e utilizzavano la vetusta "Piramide" mentre il mondo ormai giocava già con il "Sistema" inglese.

Arkadyev studiò un nuovo modulo tattico chiamato "caos organizzato" che prevedeva interscambiabilità dei ruoli e una forte attenzione al collettivo, conseguenza anche della dottrina comunista che non amava l'individualismo - pensate che negli anni '30 i giornali sportivi spesso pubblicavano i risultati ma non i marcatori proprio per questo - e che sarebbe stato la base da cui vent'anni dopo sarebbe nato il Calcio Totale dell'Ajax e dell'Olanda.

Il resto della storia politica e anche calcistica dell'Unione Sovietica è noto: emergerà il "calcio del futuro" di Valerij Lobanovskij - primo tecnico ad affidarsi completamente a numeri e computer - e arriveranno numerosi grandi campioni, ma con la caduta del comunismo e il disgregarsi dell'URSS l'intero movimento si troverà in una crisi profonda da cui ancora oggi fatica a uscire e che i Mondiali di calcio dovrebbero nelle intenzioni degli organizzatori aiutare a superare. 

Gli anni '90, quelli successivi alla caduta del comunismo, sono stati anni terribili per la Russia e i calciatori, come chiunque poteva, scappavano. In quell'epoca il calcio viveva un'enorme crisi economica. Adesso, con il ritorno dei grandi imprenditori e la ripresa economica la situazione è migliorata, anche se molte squadre sono comunque in difficoltà: poco più di una settimana fa è fallita l'Amkar Perm, squadra che era in massima serie da molti anni, ritrovandosi improvvisamente senza finanziamenti.

Questo impedisce l'aumento del livello medio e quindi dei valori espressi dalla stessa selezione russa, che quando ha ricevuto l'incarico di organizzare i Mondiali in corso immaginava di presentarsi con una squadra molto più forte. Una mancata crescita figlia degli squilibri che presenta il campionato, in mano a pochi finanziatori e con molte squadre in grave difficoltà, ma che per il professor Curletto ha ragioni anche psicologiche.

I giocatori di oggi, anche quelli che giocano nelle squadre di vertice, sono gestiti e si gestiscono abbastanza male. Quando guardiamo al movimento giovanile i risultati sono abbastanza buoni, ma quando cominciano a guadagnare succede qualcosa. Perché il talento non manca, giocatori validi ce ne sono soprattutto a centrocampo, dove secondo me sono meglio degli italiani. Ad esempio Golovin è un talento, e se andasse alla Juventus come dicono per lui sarebbe un bene.

Aleksandr Golovin in azione contro l'Arabia SauditaGetty Images
Aleksandr Golovin del CSKA Mosca è un grande talento: per il professor Curletto lasciare il campionato russo potrebbe servirgli per migliorare a livello tecnico e soprattutto di approccio.

Perché a parte poche squadre c'è una generale mancanza di professionalità, da parte dei giocatori e di chi li gestisce. In altre squadre c'è questo atteggiamento di chi fa parte ormai dello star-system, ma come mentalità non sono certo irreprensibili, il contrario di quanto avveniva ai tempi dell'Unione Sovietica: lì i calciatori avevano oneri e pochi onori, oggi la situazione si è ribaltata. 

Stando così le cose la Russia ha perso per strada numerosi talenti: chi ha raggiunto un buon livello ma ben lontano dalle aspettative che si erano create intorno a lui da giovanissimo - Akinfeev e Dzagoev per esempio - e chi addirittura è letteralmente scomparso dai radar, finendo fuori squadra da un giorno all'altro.

Ad esempio lo Spartak aveva Glusakov, il capitano, un ottimo centrocampista che l'anno scorso è stato decisivo nella vittoria del campionato e che quest'anno a metà stagione è scomparso. Lui e Kombarov, altro giocatore nel giro della Nazionale, sono finiti fuori squadra: ha giocato una semifinale di coppa in modo inammissibile, ha sbagliato un gol che a tutti è sembrato un gesto volontario, fatto apposta. Da quel giorno non ha più giocato e non è stato convocato.

Sono cose che in Italia non succederebbero e che evidenziano un certo dilettantismo. Appena hanno vinto un campionato, probabilmente, questi calciatori si sono sentiti in dovere di dire all'allenatore Carrera, che ha letteralmente reinventato la squadra, come dovevano giocare. Hanno perso il campionato, hanno perso una coppa che avevano ormai in tasca e mancati i Mondiali avranno finito la loro carriera ad alti livelli. E parliamo di calciatori di nemmeno trent'anni.

Artem Dzyuba festeggia il gol contro l'Arabia SauditaGetty Images
Artem Dzyuba è il centravanti della Russia e l'esempio perfetto del calciatore di quelle latitudini per il professor Curletto: talento e sregolatezza. In Nazionale ha segnato 12 gol in 24 partite.

Calciatori di primissimo livello che scompaiono inspiegabilmente da un giorno all'altro, teste calde e un'anacronistica regola che limita gli stranieri aumentando a dismisura i guadagni dei pochi giocatori russi di livello - che spesso si siedono sugli allori e non hanno la necessità di migliorare o di confrontarsi con realtà più competitive - ha portato alla formazione di una squadra che nonostante un esordio vincente e convincente - 5-0 contro l'Arabia Saudita - potrebbe essere un fuoco di paglia.

L'allenatore, Cherchesov, è bravo, ha cercato con intelligenza di non formare un blocco con soli calciatori "dentro lo star-system", inserendo anche giocatori di realtà minori, professionisti che giocano all'estero. C'era il timore che non funzionasse, invece almeno la prima gara è andata bene. Purtroppo la mia impressione è però che facciano sempre il minimo indispensabile, che non amino sudare più di tanto. Ci sono squadre abissalmente più scarse dal punto di vista tecnico che però giocano con una grinta e con un'attenzione tattica che i russi proprio non hanno. 

Secondo il professor Mario Alessandro Curletto, da sempre studioso della storia e della cultura russa e sovietica e appassionato di calcio, i limiti di una mentalità non certo irreprensibile non vengono oltretutto compensati da uno spessore tecnico che vede diverse carenze in alcune zone nevralgiche del campo e poche stelle di rilievo.

Dietro sono lenti e vulnerabili, poco attenti, tendono a distrarsi. Il giocatore più affidabile è Ignashevic, ma ha quasi quarant'anni...dieci anni fa era uno dei migliori, ma oggi? Akinfeev in porta è affidabile, se sta bene fisicamente, ma ad esempio Kutepov è uno bravino che però si distrae facilmente. Sono affidabili anche Mario Fernandes e Zhirkov, anche se pure lui ha un'età, ed è molto bravo per me Zobnin, un centrocampista completo che è tornato dopo un grave infortunio. Ovviamente anche Golovin ha grandi qualità, mentre in attacco ci sono Smolov, che però è una seconda punta di fatto, e Dzyuba: lui è molto bravo ma è un pazzoide, litiga con tutti.

Trent'anni, Artem Dzyuba è in effetti un centravanti dal grande fisico e dalle notevoli qualità tecniche che in carriera ha sempre fatto molti gol ma si è anche distinto per numerose bravate e per i litigi frequenti con gli allenatori. L'ultimo è stato Roberto Mancini, attuale ct dell'Italia che allo Zenit la scorsa stagione entrò in conflitto con il bomber, che per tutta risposta cominciò a giocare in modo tanto indolente da spingere l'allenatore a cederlo in prestito all'Arsenal Tula. 

Spinto dal desiderio di rivalsa, non solo Dzyuba è immediatamente tornato al gol, ma ha segnato anche contro lo Zenit dopo aver pagato di tasca propria la penale necessaria per scendere in campo. Un episodio che la dice lunga sul carattere e sulla scarsa affidabilità del centravanti di una Russia che potrebbe concludere presto il suo cammino ai Mondiali.

Sono calciatori e uomini così. In epoca sovietica forse la mentalità sarebbe stata differente, ma di base i russi hanno questa mentalità, non sono granitici e quadrati come ce li immaginiamo noi occidentali. In realtà non amano la routine, la quotidianità, il lavoro metodico li abbatte: se devono fare un'impresa possono anche andare sulla Luna, ma nel lavoro di tutti i giorni sono difficili da gestire.

Vladimir Putin durante il congresso FIFAGetty Images

Infine la domanda che in tanti si sono fatti, e per cui la risposta è abbastanza ovvia, è se l'organizzazione dei Mondiali da parte della Russia non sia di fatto un modo per mostrare al mondo la magnificenza della Russia di oggi. Ma funzionerà?

Sicuramente, trattandosi di un evento così importante e che avrà addosso gli occhi di tutto il mondo, la Russia avrà organizzato tutto alla grande. Certo Putin avrà detto la sua in maniera determinante, niente succede senza il suo assenso e sicuramente cercherà di essere presente in qualche modo in tutta la competizione. Non ha bisogno di guadagnare popolarità, perché è già immensamente popolare, del resto venivano da una situazione terribile e con lui hanno fatto progressi incredibili. 

Ma vorrà offrire al mondo, ai turisti, l'immagine di un Paese moderno, efficiente, dove tutto funziona. La mia impressione però è che sarà difficile che l'atteggiamento occidentale nei confronti della Russia, spesso negativo e condizionato da quanto scrive la stampa, cambierà. Perché molto frequentemente prescinde dalla realtà. Se questo era l'obbiettivo - cioè colpire in modo positivo l'Europa - temo quindi che sia stata un'idea ingenua.

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