Nagelsmann, dal suicidio del padre alla Bundesliga

Quando aveva appena 20 anni suo padre si tolse la vita, Julian rimase vicino alla madre e la aiutò a vendere l'abitazione e ripartire. Poi l'esplosione da tecnico.

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La vita che tutti vogliono, ma solo apparentemente. Perché se a 30 anni si è allenatori in Bundesliga, ottenendo per tre stagioni di fila ottimi risultati, evidentemente non si può essere infelici. E infatti, a guardarlo in faccia, Julian Nagelsmann sembra essere fiero e sereno. Fiero perché sa di aver bruciato le tappe, conquistando la critica, sereno perché sa che seppur giovanissimo lo stanno tenendo d'occhio top club quali Bayern Monaco, Borussia Dortmund e Real Madrid.

Eppure a guardare bene, se non ci si concentra solo sul sorriso ma anche sugli occhi di Nagelsmann, si intuisce la verità: la sua vita non è stata affatto in discesa. Non è stata facile. E non lo è stata nemmeno la sua carriera. Praticamente da adolescente ha dovuto rinunciare a diventare calciatore per alcuni (seri) problemi al ginocchio. Si sarebbe dovuto arrendere. Ma non lo ha fatto.

Nagelsmann alla resa ha preferito il compromesso. Se non poteva arrivare in Bundesliga da giocatore ci sarebbe riuscito da allenatore. Passione e impegno a servizio del suo sogno, anche se leggermente adattato al destino. A 28 anni la grande possibilità: a febbraio l'Hoffenheim era in piena zona retrocessione e lui è stato promosso dalla Primavera alla prima squadra. Salvezza ottenuta con una giornata di anticipo, scettici lasciati senza parole.

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Bundesliga, la storia di Nagelsmann

La sua ascesa è stata fulminea, sorprendente, da predestinato. Eppure prima di sfondare Nagelsmann ha dovuto affrontare problemi non di poco conto. A 20 anni, mentre stava seguendo il corso da allenatore, venne chiamato fuori dalla classe da uno dei responsabili. A Julian, che non sapeva cosa stesse succedendo, scappò perfino una battuta:

Sono troppo bravo? Passo direttamente all'esame?

In realtà dovevano dirgli che suo padre era morto. Peggio: si era suicidato, in casa sua. Da una notizia così non è facile riprendersi, ma lui doveva farlo. Si è infatti messo nei panni di sua madre, che probabilmente soffriva più di lui:

Non so chi stesse peggio, è difficile quantificare. Però per un figlio la vita va avanti: ti sposi, hai bambini tuoi. Il tempo mi avrebbe comunque portato ad allontanarmi da mio padre. Mia madre invece doveva passarci il resto della vita.

Proprio per questo decise di restare vicino alla madre, di assumersi la responsabilità della burocrazia. Mise perfino in vendita la casa perché sapeva che lì dentro sua mamma non avrebbe potuto vivere serena. Julian è dovuto diventare uomo in fretta, anche per questo, forse, a 28 anni era già pronto per un incarico così prestigioso da allenatore capo in Bundesliga. E proprio per i drammi che ha vissuto forse si gode la vita come meglio può: adora gli sport estremi perché lo fanno sentire vivo, si è sposato con la sua fidanzatina d'infanzia e ha ancora un sogno da realizzare:

Voglio creare un'agenzia che aiuti le persone a organizzarsi le vacanze. Quelli sono giorni importanti perché ci si rilassa e si ha più tempo di stare vicino ai propri cari.

A vederlo così sereno e rilassato e sapendo il successo che ha, in molti sognano la sua vita. Nagelsmann però ha avuto un'esistenza solo apparentemente felice.

Sognavo che mio padre mi vedesse allenare in Bundesliga. Per questo quando gioco al serale, con lo stadio illuminato, penso che quelle luci lui possa vederle anche in paradiso.

Non si guardi il suo sorriso, lo si guardi negli occhi. Lì si intravedono la sua sofferenza e la consapevolezza che per essere felici bisogna avere la forza di accettare quel che succede. E magari riuscire a trasformare una resa in un compromesso. 

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