NBA Finals 2018: Cavaliers-Warriors part.4, ma con meno appeal

I Warriors cercano il back to back, i Cavs un'impresa insperata. Le NBA Finals iniziano nella notte con qualche protagonista in meno.

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Ci risiamo, verrebbe da dire, perché quando per la quarta volta la finale NBA è giocata dalle stesse squadre, è vero che si crea quella rivalità che in molti casi è il sale dei playoff, ma in altri ha il sapore della monotonia. Il merito di Cavs e Warriors è di essere andate sempre oltre ogni difficoltà, oltre ogni accreditato rivale e anche, in qualche sporadico caso, contro il pronostico. Siamo alle porte di gara uno e c’è già però chi ha prenotato le vacanze alla seconda settimana di giugno, perché c’è l’impressione che la serie possa essere breve.

Nessuno negli ultimi sedici anni era mai stato così underdog come i Cleveland Cavaliers di questa stagione e mai è capitato a LeBron James di essere la vittima così designata. Solamente i Philadelphia 76ers del 2001 vennero considerati con meno chances rispetto a questi Cavs e il fatto che quella squadra fosse andata ben oltre i propri limiti e si potesse definire a tutti gli effetti più debole dei Cavs, è una magra consolazione (ma in grado comunque di vincere una leggendaria gara 1). È vero che lo diciamo dall’inizio di questi playoffs, e forse gli portiamo bene, ma questo monte da scalare per il re sembra l’Himalaya a mani nude.

Dall’altra parte ci sono i campioni, i vincenti designati sin dal giorno in cui Kevin Durant ha messo piede nella facility della Oracle Arena. Perché con i Warriors non si potrebbe negoziare, non c’è margine per tenere tutte le stelle a disposizione e perchè oltre al talento sanno precisamente come si vince, quando si vince e soprattutto come uscire dalle situazioni difficili. I Warriors sono ancora lì, dove volevano e per certi versi dovevano essere, nonostante una regular season non più da record e neanche conclusa con la prima testa di serie. Ora sembra quasi scontato che debba finire esattamente come dodici mesi fa e non sembra nemmeno possibile che un’eventuale colpo di testa di Green o una caviglia che si giri, possa rovinare la festa.

Kevin Durant, chiave dei WarriorsGetty Images

NBA: Warriors bravi, ma anche fortunati

Eppure, dopo tutto questo doveroso preambolo, siamo a raccontare il fatto che sostanzialmente (senza voler ridurre tutto a quello) i Warriors sono stati fortunati ad essere ancora in gioco a inizio giugno. Nonostante l’assenza di una pedina importante come Iguodala che rende la panchina inevitabilmente corta e meno qualitativa, il fatto di non avere avuto davanti per le ultime due partite Chris Paul è stata una vera manna dal cielo, perché con l’ex Clippers in campo la situazione era non solo di 3-2 per i Rockets, ma anche ben indirizzata verso il Texas. Non avremo mai la controprova e fortunatamente tutte le possibilità dipinte sono pure congetture, ma è lecito pensare che con Paul al top della forma per le ultime due, il finale sarebbe potuto essere diverso.

Nessuno ha mai messo così in difficoltà i Warriors stellari dell’era Durant e D’Antoni l’ha fatto con il suo basket anticonformista, da sempre, ma questa volta predicato non tanto e non solo su passaggi e campo largo, ma anche sugli isolamenti del miglior interprete sul tema Harden. Curry è stato caricato difensivamente a ogni possesso disponibile, spossandone l’efficacia in attacco e questo è un punto che dovrà far pensare Steve Kerr in ottica futura. Poi, alla fine, quando c’è una gara sei da vincere per non essere eliminati, avere Klay Thompson è garanzia di successo e anche se viene considerato la terza punta, probabilmente è quello che più di tutti ha regalato questa finale ai propri colori. Per paradossale che possa sembrare, la finale sembrerà una passeggiata di salute se la confrontiamo al turno precedente, ma questo è l’ovest…e soprattutto questo è l’Est.

James e Green le chiavi di gara 7 contro i CelticsGetty Images

Cavs vittime sacrificali?

Ai Cavs così agghindati cosa si può chiedere? Una resa più strenua e lunga possibile. LeBron è LeBron e ciò che ha fatto in questi playoffs va forse al di sopra della sua già inenarrabile carriera NBA, ma se per vincere sette partite contro i Celtics si è dovuto accasciare a terra alla consegna del trofeo della Eastern Conference, viene da pensare che serva più di uno svenimento a centrocampo nel primo tempo per poter impensierire i campioni. Non si sa ancora se Love giocherà gara uno, mentre il supporting cast a disposizione è sembrato decisamente inadatto a una finale di conference, figuriamoci a un grande ballo.

Se James dovesse perdere anche questa finale, il suo record diventerebbe ancor più cupo di quello che già non sia, con il pericolo che la storia ricordi solo le sconfitte e i numeri senza tenere a mente i percorsi fatti. Servirebbe un miracolo dalla panchina come quasi riuscì a fare Blatt giocando senza Irving e Love la finale NBA portandosi addirittura sul 2-1 con Dellavedova a livelli da MVP, ma non sembra un colpo nelle corde di Lue e senza qualcosa di geniale il rischio delusione è molto facile. Perché tutti aspettano da ottobre il momento delle Finals, ma quando poi arrivano si vorrebbe non finissero mai, anche se questa volta la paura che siano troppo rapide c'è.

I prossimi appuntamenti delle Finals:

  • Gara 1, venerdì 1 Giugno ore 3.00 @ Oracle Arena
  • Gara 2, domenica 3 Giugno ore 2.00 @ Oracle Arna

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