NBA: Celtics dominanti con Morris e Horford, Durant illumina Houston

James non può nulla contro il collettivo dei Celtics in gara 1, mentre a Houston neanche 41 di Harden fermano Durant e i Warriors.

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Quattro squadre, un obiettivo, per alcuni una necessità, per altri un sogno da raggiungere per la prima volta come gruppo e dopo tanto tempo come franchigia.
 Possiamo definire così le finali di conference di questa stagione, dove i Golden State Warriors e i Cleveland Cavaliers assaporano l’ennesimo scontro diretto per giocarsi il titolo NBA in quella che è divenuta ormai un’usanza di fine maggio/inizio giugno, mentre dall’altro lato del cielo i Celtics vogliono completare l’impresa di scalare l’Est con le forze rimaste e senza le proprie stelle, assieme ai Rockets con un Chris Paul che dopo il raggiungimento della prima finale di conference in carriera non vuole di certo fermarsi.

Il diktat è di non trarre conclusioni avventate dopo soli 48 minuti, sebbene le indicazioni siano già piuttosto forti e facciano pendere la bilancia verso due squadre. I Boston Celtics hanno letteralmente stritolato i Cavs in gara uno sin dalla palla a due, dimostrando un vero e proprio dominio sui due lati del campo, imbrigliando LeBron in una brutta serata (è umano anche lui allora…) e costringendo tutti gli altri a un vero e proprio incubo. Nei biancoverdi Tatum ha pennellato l’opera di serata con eleganza ed essenzialità, mentre Horford ha dispensato la solita efficacia.

Dall’altra parte è successo ciò che ogni sportivo con l’obiettivo delle sette partite a ovest non avrebbe voluto, ovvero non solo e non tanto che i Warriors abbiano fatto saltare il banco già in gara uno, ma che l’abbiano fatto nonostante le prestazioni di Harden e Paul. Il problema del mondo al di fuori della baia (e al momento di D’Antoni) rimane uno: come marcare Kevin Durant? Purtroppo per gli studiosi del gioco, ogni giorno che passa ha sempre meno risposte e più punti interrogativi, infatti si è ancora alla ricerca di un difensore in grado di limitarlo uno contro uno e di certo, al momento, Houston non ce l’ha.

Jayson Tatum e il suo enorme talentoGetty Images

NBA: egemonia celtica

Sono il miglior giocatore della NBA assieme a Kawhi Leonard per marcare LeBron James.

Parole e musica sono offerte da Marcus Morris che non ha mai difettato in dialettica e provocazioni (per referenze citofonare Embiid). In gara uno la sua prestazione è stata decisamente coerente con le aspettative, visto che Stevens ha deciso di farlo partire in quintetto e metterlo esattamente sulle piste di James. Il prescelto ha avuto una serata difficile, ma soprattutto non è mai riuscito a mettersi in ritmo assieme ai compagni, mentre Morris ne ha messi ventuno oltre alla competente difesa, risultando una delle chiavi della vittoria. Poi, da qui a definirlo un LeBron stopper ce ne passa…

Tutto il primo atto della serie si riassume nei primi dodici minuti di gioco, dove Stevens manda tutti i propri corpi più competenti su James potendo cambiare sostanzialmente a quattro su di lui con il suddetto Morris, ma anche con Horford, Tatum e Brown. Questo obbliga James a fidarsi maggiormente dei compagni che non rispondono quasi mai presente (3-14 da tre per il resto del quintetto). Love viene coinvolto sistematicamente nei giochi a due in difesa e Horford in queste situazioni produce 18 punti con 7-9 dal campo, specialmente in pick and pop. Brown aggredisce mettendo attacco e difesa come ogni sera, mentre Tatum mostra quanto sia un giocatore d'eleganza suprema quando deve prendersi un paio shake and bake da tre punti in faccia ai difensori, unendola alla potenza di assorbire ogni contatto nel pitturato per finire. È un blowout che forse non ci si aspettava, ma i Celtics hanno messo morale in cascina sapedo che il secondo atto sarà ben diverso e LeBron non vorrà tornare a Cleveland sotto 0-2. La prossima partita (lei sì) potrà dirci tanto sullo sviluppo della serie.

Kevin Durant dominante in gara 1Getty Images

Kevin Durant effect

È difficile pensare a uno scenario peggiore per Mike D’Antoni dopo gara uno: il tuo miglior giocatore ne segna 41 punendo sistematicamente ogni cambio difensivo e ogni piccola disattenzione, l’altra stella ne mette 23 con il solito mid range e anche con una piccola scaramuccia con Kevin Durant sulle note di “play ball” e nonostante questo nel secondo tempo praticamente non c'è stata partita. Le due filosofie di gioco sono emerse prepotentemente con i Rockets a giocare solo d'isolamenti e i Warriors a muovere la palla creando attacco pur con un Curry non sempre preciso e in difficoltà difensiva sui cambi.

In realtà le radici della vittoria dei Warriors affondano molto prima, portando il numero 35 sul petto e chiamandosi Kevin Durant. Nei primi 24 minuti è l’ancora di salvezza per i suoi, oltre che essere un mismatch per il solo fatto di camminare per il campo. Punisce con turnaround jumper, isolamenti e tiri sopra la testa di chiunque, perché né Tucker, né Ariza, né Mbah a Moute possono opporre una forza competente. La sua purezza è esiziale, così come l’efficacia delle sue conclusioni che impediscono ai Rockets di andarsene quando si sentivano pronti per farlo e poi quando alla festa si iscrive anche Klay Thompson in uno dei suoi momenti di trance realizzativa, i Warriors si prendono il fa ttore campo e anche una fetta di cuore del Texas.Gara due è già un must win game per Harden e compagni se vogliono ancora cullare il sogno di titolo NBA.

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