NBA playoffs: tutto da copione, Rockets-Warriors e Cavs-Celtics

Harden contro Curry, James contro i Celtics. Queste saranno le conference finals che eleggeranno le due finaliste NBA a suon di spettacolo.

La finale nella finale tra le due stelle Getty Images

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Il cerchio si stringe, l’aria si fa più rarefatta e ora sono rimaste solamente quattro squadre che potranno giocarsi prima in sette partite l’accesso alla finale NBA e poi, eventualmente, il titolo all’interno del grande ballo. Possiamo dire che dopo lunghi giri, qualche sorpresa, alcune conferme e soprattutto tante prestazioni personali notevoli, siamo arrivati esattamente dove pensavamo di essere: con le migliori squadre della regular season a giocarsi il titolo dopo una stagione che le aveva già poste come le più accreditate contender.

A ovest, nonostante l’enorme concorrenza che aveva ridotto ogni decisione dal terzo all’ottavo seed nell’ultima partita di regular season, è andato quasi tutto come previsto e se togliamo l’upset roboante dei Pelicans sui Blazers, il resto si è confermato più o meno come ci si potesse aspettare. I Golden State Warriors hanno dapprima eliminato gli Spurs e poi hanno settato i loro ingranaggi e la loro propulsione nella versione “assalto al titolo”, stritolando dei New Orleans Pelicans che comunque hanno giocato una serie più che degna trovando risposte vere per il futuro da giocatori come Mirotic, Moore e soprattutto un notevole Jrue Holiday.

La squadra di Gentry ha dimostrato che il luogo comune dell’Anthony Davis solo nel deserto non avesse diritto di cittadinanza e il supporting cast che ha trovato anche un Rondo in versione Celtics, ha davvero tenuto nei limiti del possibile contro la corazzata Warriors. La truppa di Kerr, dopo la debacle di gara tre, ha dimostrato quanta differenza ci sia ancora tra loro e il resto della lega quando il roster è connesso e soprattutto al completo. Ora arriva la volta degli Houston Rockets, che hanno anche loro cambiato volto dopo la sconfitta abbastanza sorprendente in gara due contro i Jazz, andando a dettare legge nello Utah (Jazz in vantaggio solo sul primo canestro di gara tre) e chiudendo poi in casa la serie. La maledizione di Chris Paul che lo vedeva fermarsi sempre prima della finale di conference è terminata e ne è stato proprio lui l’artefice con 41 punti nel closer interno di gara cinque dove ha letteralmente dominato il quarto periodo. A Ovest si giocherà la finale che tutti volevamo vedere ed è il caso di prepararsi a uno spettacolo di puro basket NBA al suo meglio.

La festa di LeBron JamesGetty Images

NBA: L'inconsistenza dei Raptors

Tutto si poteva pensare, tranne che questi Raptors potessero gettare alle ortiche un viaggio alle NBA Finals in questo modo che definire irritante è quasi riduttivo; e non si può ridurre tutto alle clamorose e quasi leggendarie prestazioni di LeBron James.Dopo aver controllato gara 1 per 47 minuti, hanno sprecato il bonus  di un LeBron "normale" facendosi rimontare nel finale, gettando alle ortiche due rimbalzi d'attacco a un centimetro dal ferro sull’ultimo possesso e facendosi sfilare la vittoria nell'overtime.

In gara due le topiche sono aumentate con l'apporto notevole di Kevin Love e un Kyle Korver che dopo la libertà goduta nel primo atto della serie sull'ingiustificabile difesa di Casey, ha puntellato il secondo capolavoro dei Cavs. Andare in Ohio 0-2 voleva dire obbligatoriamente vincere la terza partita che invece è stata decisa ancora da James con un buzzer di puro talento, ma che in realtà è stata saldamente nelle mani dei Cavs per tutta la sua durata. Abbiamo avuto incertezza sino alla fine solo per una reazione di puro orgoglio philadelphiano di Kyle Lowry, che assieme alle triple di OG Anunobi, ha portato la partita all'ultimo possesso.

Sullo 0-3 l'elettrocardiogramma non poteva avere che solo qualche linea di vita nella più completa sperimentazione di Casey che prima ha provato a togliere Ibaka dal quintetto per Van Vleet, salvo poi finire togliendo l'unico vero mismatch a favore in Valanciunas. Di sicuro è un concorso di colpe, ma l'incapacità di Casey di trovare rimedi tattici nelle serie contro i Cavs non può valere un premio di allenatore dell'anno (sebbene votato a fine regular season), in un mondo in cui Brad Stevens non prende nemmeno un voto.

Jayson Tatum e Terry RozierGetty Images

Celtics oltre agli ostacoli

L’ultima in ordine di tempo ad archiviare la propria serie di semifinale è Boston, che regola i Philadelphia 76ers per 4-1 chiudendo i conti in una tiratissima gara 5 casalinga dove si è vista tutto il gap tra le due squadre. I Celtics sono, nonostante una situazione di roster ben oltre l’emergenza, diversi passi avanti nel processo di grandezza rispetto a dei Sixers al primo step, perché alla truppa di Brown sono mancati i dettagli che facessero differenza tra vittoria e sconfitta nelle partite tirate. Se i Sixers avessero vinto gara tre e gara cinque non ci sarebbe stato nulla da dire, ma soprattutto nel terzo episodio sono venuti meno dei dettagli importantissimi come alcune palle perse.

I Celtics, da par loro, hanno fatto pesare la loro tradizione, la solidità di Al Horford e l’insostenibile leggerezza dell’essere della coppia Tatum-Rozier, semplicemente decisivi durante tutto l’arco della serie. Stevens ha vinto lo scontro delle panchine con Brown, che però non ne esce affatto ridimensionato avendo provato cambiamenti tecnici (vedi lo spazio dato a McConnell e il recupero di Saric durante la serie)mettendo in campo tutte le armi in suo possesso per vincere. Phila può vedere questa sconfitta in due modi: come insegnamento per l’inizio del famoso Process che porterà dividendi più avanti, ma anche come un’occasione persa perché (perlomeno) l’anno prossimo, i Celtics non saranno questi, ma una squadra con Irving e Hayward. Di certo già ora Boston, Stevens, Ainge e tutto l’ambiente hanno fatto un miracolo, ora la parola va a LeBron per capire quanto questo miracolo potrà essere ancora più grande.

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